Marco Bersanelli
Le vocazioni scientifiche in Italia scarseggiano. Dal 1990 al 2002
gli iscritti a Fisica, Matematica, Chimica e Geologia sono scesi da
13.600 a 7.300, praticamente dimezzati. Alcune situazioni hanno addirittura
del grottesco: a Bari nel 2004 ci sono state 3.500 iscrizioni a Psicologia
e 37 a Fisica. Informatica e Biologia sono in controtendenza, ma l’effetto
globale è evidente e il Governo sta correndo ai ripari con investimenti
forse tardivi. Ci sono certamente ragioni tutte italiane dietro a questa
situazione, ma la caduta d’interesse dei giovani per le discipline
scientifiche non è limitata al nostro Paese: investe tutto il
“blocco occidentale” dall’Europa all’Australia,
dagli Usa al Sudafrica. Nel decennio 1990-2000 gli iscritti a Fisica
in Francia si sono ridotti a metà, in Olanda a un terzo. In Usa
il fenomeno è mascherato dal rincalzo di studenti orientali,
specialmente cinesi e indiani, che però negli anni più
recenti tendono a tornare nei loro Paesi anziché sostenere il
sistema tecnico-scientifico americano impoverito di vocazioni locali.
Il problema ha dunque radici più vaste dei mali di casa nostra.
Sembra che l’occidente faccia fatica a sostenere quella scienza
che così profondamente ha segnato la sua storia e la sua ascesa
nel mondo. Potrebbe trattarsi di una fluttuazione statistica, ma potremmo
anche trovarci di fronte a un sintomo profondo di decadimento della
stessa cultura occidentale (non sarebbe l’unico).
Come nasce la scienza
Tutto ciò rende drammaticamente attuale la domanda: che cosa
rilancia e favorisce l’interesse per la scienza nei giovani? Quali
presupposti culturali sono terreno fertile per il suo sorgere? Si dà
per scontato che il processo scientifico una volta avviato si mantenga
quasi automaticamente, da una generazione all’altra, da un secolo
al successivo. Ma forse questo non è vero: forse è necessario
che certi requisiti minimi siano rispettati, tanto all’inizio
quanto nel lungo periodo. Secondo la sintesi di Peter Hogdson della
Oxford University, il primo insorgere di quel modo particolare della
conoscenza che chiamiamo scienza ha avuto bisogno di precisi presupposti
sia di ordine materiale che di concezione del mondo. Anzitutto fu necessario
attendere lo sviluppo di una struttura sociale sufficientemente complessa,
di strumenti linguistici evoluti (scrittura e matematica) e di un sistema
scolastico adeguato. L’organizzazione delle abbazie e delle prime
università nel medioevo dell’Europa occidentale avrebbero
per la prima volta realizzato queste condizioni. Da allora a oggi, evidentemente,
tali presupposti “materiali” si sono enormemente rafforzati,
accelerando in modo fantastico lo sviluppo scientifico. Basti pensare
che negli ultimi quattro secoli le dimensioni del mondo conosciuto sono
aumentate di 15 ordini di grandezza: l’universo che scrutiamo
oggi è un milione di miliardi di volte più vasto di quello
che si conosceva agli inizi del Seicento.
La realtà creata
Ma per l’emergere della scienza fu altrettanto decisiva una certa
concezione della realtà, della ragione umana e del valore della
conoscenza che la medesima cultura medievale realizzava. La nascita
della domanda scientifica richiede la convinzione che la realtà
materiale sia anzitutto degna d’essere conosciuta; che ci sia
un ordine nel comportamento del mondo fisico; che questo ordine o regolarità
sia accessibile alla nostra ragione attraverso l’osservazione;
infine, che la conoscenza quantitativa della natura abbia una possibile
utilità. La concezione teologica del Medioevo cattolico realizzava
tutti questi requisiti: la realtà è buona e ordinata perché
creata da un Dio personale e razionale; ogni singola creatura è
significativa in quanto segno del Creatore. L’ordine dell’universo
è traccia della paternità di Dio («… le cose
tutte quante/ hann’ordine tra loro; e questo è forma/ che
l’universo a Dio fa simigliante», Par I,103-105). L’universo
è creato da Dio, ma è distinto da Lui: la creazione è
frutto della libertà di Dio (la scienza non è nata e non
poteva nascere in un contesto panteista!). Di conseguenza per conoscere
l’universo non è sufficiente ragionare in modo corretto:
bisogna osservare la realtà. E poiché è la libertà
di Dio a creare l’universo, l’uomo consapevole non sarà
schiavo del preconcetto: egli sa che non spetta a lui dettare condizioni
su come devono esser fatte le cose. Nell’uomo che osserva la natura
nasce, allora, una affezione alla realtà creata, e al tempo stesso
una capacità di distacco da essa, che permette e incoraggia la
conoscenza.
Dimenticare il “mistero”
La cultura occidentale si trova oggi in una paradossale difficoltà:
essa ha sviluppato enormemente la scienza, ma sembra aver perso di vista
i suoi presupposti culturali e antropologici. Come un albero dalle enormi
fronde le cui radici si sono come atrofizzate. Possiamo tentare di essere
più precisi con un paio di esempi che riguardano altrettante
“categorie”, rilevanti per l’approccio scientifico,
che la mentalità moderna ha via via rese estranee, nemiche della
ragione: l’idea di “mistero” e quella di “totalità”.
La concezione oggi dominante non riconosce alcun mistero dietro le cose,
avendo ridotto progressivamente la realtà alla sua apparenza.
Il problema è che una realtà concepita come pura apparenza
non si presta a essere investigata scientificamente. Lo scienziato in
azione infatti è istintivamente alla ricerca di un segreto dietro
le cose: egli vive della tensione a un ordine intelligibile che si nasconde
sotto i fenomeni e li lega tra loro. Il venir meno dell’idea di
mistero alla lunga svuota la realtà di fascino, demotiva la ricerca,
fino a far cadere il gusto della materialità delle cose. Einstein
diceva che chi non ammette il mistero insondabile non può essere
uno scienziato: forse oggi ci stiamo accorgendo del valore profetico
di quella affermazione.
Particolare e totalità
La caduta dell’idea di totalità può essere altrettanto
nociva per la scienza. Il metodo scientifico opera su aspetti limitati
e parziali del mondo, isolandoli “provvisoriamente” dal
contesto per poterne analizzare le proprietà in modo rigoroso
e quantitativo. Se devo studiare l’occhio della farfalla, è
come se per un momento esistesse soltanto l’occhio della farfalla.
Ma so che quel particolare è inserito nel suo contesto immediato
(la farfalla) e senza soluzione di continuità, come per cerchi
concentrici, nel suo contesto globale, fino al disegno totale dell’universo.
Se si abolisce l’idea di totalità, il singolo particolare
si trova “definitivamente” svincolato dal contesto dal quale
riceve senso e misura: il particolare è destinato a morire di
solitudine. Dice Luigi Giussani ne Il rischio educativo: «Il senso
di una cosa si scopre nella sua connessione con il resto. Perciò
conoscere una cosa significa scoprire a che quella determinata cosa
serva per il mondo». Al fondo, anche la conoscenza scientifica
non fa eccezione: il particolare senza nesso con la totalità
inaridisce, alla lunga diventa insignificante.
L’interezza della persona
Troppo a lungo la scienza ha preteso di vivere in una sorta di intoccabile
isolamento, quasi fosse l’unica modalità di conoscenza
a non aver bisogno di null’altro se non di se stessa. Al contrario
un’autentica educazione scientifica non può che nascere
come espressione di una tensione educativa “intera”, cioè
dall’introduzione della persona alla realtà totale. L’esperienza
scientifica, a sua volta, non può che avere come soggetto protagonista
la persona nella sua interezza: solo così potrà contribuire
alla sua educazione, secondo le flessioni che sono la ricchezza del
suo particolare approccio: la capacità di attenzione e osservazione
del dato, la disposizione razionale e morale a formulare domande, il
rigore nel metodo e nell’uso della ragione, la tensione alla sintesi,
la disponibilità alla novità imprevista. Persone educate
nell’ambito di un’esperienza viva di cristianesimo potrebbero
essere facilitate a riscoprire un nuovo entusiasmo per la scienza nella
nostra epoca post-moderna. Un’esperienza cristiana autentica è,
infatti, per sua natura valorizzatrice del reale, genera un’attenzione
commossa per tutto ciò che esiste, fin nel dettaglio, in quanto
percepito come dono. Essa educa alla familiarità con il mistero
e all’apertura all’orizzonte totale, introducendo a una
simpatia profonda per l’universo. Qui si intravede la possibilità
di una nuova “unità della conoscenza”, non tanto
come punto d’arrivo di una improbabile dialettica “interdisciplinare”
intesa astrattamente, ma come cammino verso la coscienza della comune
radice di tutte le cose.