| Chi cavalca l'onda ecologista |
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| Ambiente, Nucleare, OGM | |||
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Usare anche le tragedie umane e naturali per sostenere il proprio punto di vista ideologico è quanto di più immorale possa esserci. Non credete anche voi? DOPO IL MAREMOTO: PREGIUDIZI IDEOLOGICI, ABBAGLI SCIENTIFICI, CASTRONERIE INFORMATIVE E, COME NO, INTERESSI ECONOMICIRiccardo Cascioli, Il Domenicale 5 febbraio 2005 Le acque non si erano ancora ritirate che già le prefiche ambientaliste accusavano l’umanità di essere responsabile dell’accaduto. Sbagliando diagnosi e terapia E’ colpa dell’uomo. Sì, per certi ecologisti anche lo tsunami che ha colpito il Sud Est asiatico lo scorso 26 dicembre è colpa dell’uomo, e il pesante bilancio di vittime è diretta conseguenza dello "sviluppo". Dobbiamo ammettere che nell’ultimo mese ne abbiamo sentite talmente tante da rimanere davvero stupiti di quali vette possa raggiungere la ragione quando perde il contatto con la realtà. Inutile fermarsi sulle bizzarre tesi che vedono la causa del sisma nelle trivellazioni petrolifere in Tasmania (vicino alla Nuova Zelanda) o nei bombardamenti americani in Iraq e Afghanistan dal 2001 in poi. Registriamo però che le grandi organizzazioni ambientaliste non hanno perso tempo nel cercare di sfruttare la tragedia per sostenere i propri programmi; per la verità non hanno neanche atteso di vedere le reali dimensioni di quanto accaduto. Il 28 dicembre, il quotidiano britannico The Independent riportava la dichiarazione del direttore di Greenpeace UK secondo cui "nessuno può ignorare il crescente aumento di eventi metereologici estremi e di cosiddetti disastri naturali, che in realtà sono naturali quanto un albero di Natale in plastica". E Tony Juniper, direttore di Friends of the Earth, era ancora più esplicito: "Ecco di nuovo altri eventi nel mondo reale che hanno a che fare con i cambiamenti climatici". Per onestà – e con un certo orgoglio patriottico - bisogna riconoscere però che il più tempestivo a cavalcare l’onda dello tsunami è stato un italiano. Alle 16,22 dello stesso 26 dicembre, a poche ore dal passaggio del maremoto, l’ANSA batteva la dichiarazione di Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi, che così sentenziava: "Un maremoto sconvolge il Sud-Est asiatico e fa tremare tutta la Terra. In Marocco e in Tunisia il maltempo provoca gelo e neve. Ci troviamo di fronte a segnali precisi che il pianeta invia". E "di fronte a questi segnali, inquietanti per il futuro del pianeta e delle sue popolazioni, c'e' chi, irresponsabilmente, come gli Usa e la stessa Italia, ritiene di non dover rispettare gli accordi di Kyoto (che obbligano i Paesi industrializzati a ridurre le emissioni di gas considerati responsabili del riscaldamento globale, ndr) sulla riduzione degli inquinanti nell'atmosfera". Per quanto incredibili, le parole di Bonelli anticipano la versione ufficiale del movimento ecologista internazionale: lo tsunami è figlio del riscaldamento globale, e la responsabilità maggiore è del presidente americano Bush che si oppone al Protocollo di Kyoto. Inutile dire che non c’è alcun sostegno scientifico alla tesi che fa dipendere i terremoti dai cambiamenti climatici, ma è evidente che per gli ambientalisti la realtà è un optional. Come dimostra anche la seconda tesi sostenuta in queste settimane: che la gravità dei danni – umani e materiali – sia stata provocata dallo sviluppo economico che ha danneggiato l’ambiente rendendolo indifeso davanti a un evento come quello del 26 dicembre. Il 7 gennaio, ad esempio, l’Associated Presse riportava le dichiarazioni del direttore del programma marino del WWF, Simon Cripps, che punta il dito contro la distruzione delle foreste di mangrovie e delle barriere coralline: "Sono protezioni naturali delle coste, agiscono assorbendo l’urto delle onde. Certo, non avrebbero fermato del tutto lo tsunami, ma i danni sarebbero stati minori". Ovviamente le foreste di mangrovie sono state distrutte per fare posto all’industria del turismo e all’acquacoltura, ovvero agli "allevamenti di gamberi per i ricchi occidentali". "E gli hotel – ha detto Jeff McNeely, scienziato capo del World Conservation Unit – non hanno preso il posto dei villaggi tradizionali dei pescatori perché la popolazione locale costruiva nell’interno". Tesi sicuramente singolari: intanto, le barriere coralline – della cui presunta distruzione tanto si è parlato – alla prima vera indagine sul campo – il 9 gennaio - sono risultate praticamente intatte. Inoltre, come afferma Nick Davidson, della Ramsar Convention on Wetlands, "le mangrovie sono conosciute come sistema di difesa dai tifoni, ma non c’è alcuna evidenza che abbiano lo stesso effetto protettivo contro uno tsunami della dimensione che abbiamo visto". Esperti del settore affermano poi che gli allevamenti di gamberi non hanno niente a che fare con la scomparsa delle mangrovie (di cui peraltro non si mai data una prova documentale), in quanto hanno bisogno di un’acqua dalle differenti proprietà. Ma la manipolazione più evidente è quella che fa apparire il grave bilancio di perdite umane come conseguenza dello sfruttamento economico delle coste: in realtà le località turistiche rappresentano una minima parte delle aree colpite e sono quelle che registrano minori perdite umane: alle Maldive sono morte 82 persone, nella Thailandia meridionale la somma tra morti e dispersi arriva a 9mila (di cui molti occidentali). Molti di più sono i morti in India (circa 20mila), nello Sri Lanka (35mila, di cui solo una parte nel sud "turistico") e soprattutto in Indonesia (circa 200mila tra morti e dispersi nella provincia di Aceh). Aceh e le province tamil dello Sri Lanka sono zone dove c’è la guerra da anni, c’è la miseria più nera, vi si trovano a malapena delle strade, figurarsi se si può parlare di sfruttamento turistico ed economico. Da ultimo i villaggi dei pescatori: secondo la tesi ecologista venivano costruiti nell’interno, ma anche questa è una bugia, non è mai stato così. E del resto: se avevano le mangrovie che li proteggevano perché sarebbero dovuti starsene all’interno? Però, per capacità descrittive e fantasia, vale almeno la pena di leggere quanto ha scritto il 30 dicembre lo scienziato del WWF Mario Tozzi, conduttore tv di "Gaia – Il pianeta che vive", sul sito internet dedicato alla sua trasmissione. Sentite come descrive le aree colpite: "Quei territori sono stati stravolti nel tempo. Una volta le persone vivevano nell’interno, protette dalla foresta costiera di mangrovie e andavano a mare solo per il bagno, prendere il sole o pescare…". Praticamente una sorta di Club Mediterranee popolari. Bisogna proprio lavorare di fantasia per evitare di riconoscere ciò che è evidente: i due fattori fondamentali che hanno reso questa tragedia così grave sono la mancanza di un sistema d’allarme – come invece esiste per Giappone e USA - e l’assenza di una qualsiasi organizzazione sul territorio capace di gestire l’emergenza: sia per i piani di evacuazione sia per i soccorsi. E queste deficienze sono figlie del sottosviluppo. Se uno tsunami di pari intensità avesse colpito le coste del Giappone, ad esempio, avrebbe causato molti meno danni. Il problema però non è soltanto nel riconoscere le cause, anzi: il peggio viene ora, nel pensare alla ricostruzione. E qui si palesa il sostanziale odio degli ambientalisti per la presenza umana e per lo sviluppo. Il primo pensiero è infatti per gli alberi: piantare mangrovie è già una parola d’ordine, "è una questione di giustizia sociale ed economica" avverte la britannica Environmental Justice Foundation; e il Mangrove Action Project sta già raccogliendo fondi. Il secondo pensiero è per i pesci; da WorldChanging, sito che raccoglie tutte le istanze ecologiste, si alza una domanda: "Quanti pesci sono stati spazzati via? E quante barriere coralline sono state distrutte?". Ecco allora la proposta: "L’industria della pesca deve essere sospesa per permettere alla vita marina di adattarsi e di riprendersi". E nel frattempo, si intuisce, le popolazioni locali possono anche morire di fame, a meno che gli ecologisti non ripropongano la vecchia storia: "Che mangino brioches". Il terzo pensiero va infine al legname da costruzione: il WWF ha infatti calcolato che per ricostruire i villaggi colpiti ci sarà una domanda massiccia di legname che potrebbe mettere sotto stress le foreste del Sud est asiatico. Solo ad Aceh – ci informa il WWF il 27 gennaio – ci sarà bisogno di 4-8 milioni di metri cubi di legname per i prossimi 5 anni. "Non si può far scomparire foreste in nome della ricostruzione di Aceh", dice il comunicato, piuttosto "gli aiuti alla ricostruzione vengano sotto forma di legname". Cioè i volontari e le imprese, se proprio ci tengono ad aiutare le popolazioni locali, si portino la legna da casa. Per le persone invece neanche un pensiero. La cosa più inquietante è che questo approccio è stato fatto ormai proprio dalle agenzie dell’ONU interessate. La storia delle mangrovie, ad esempio, è stata fatta propria da Paul Rinne, inviato speciale del Programma ONU per l’Ambiente (UNEP), ma il fatto più significativo è la Conferenza Mondiale sulla Riduzione dei Disastri svoltasi a metà gennaio a Kobe (Giappone), teatro dieci anni fa di un grave terremoto. La Conferenza si svolgeva a dieci anni dalla prima Conferenza Mondiale sulla Riduzione dei Disastri Naturali, durante il decennio (1990-1999) che l’ONU ha dedicato proprio all’argomento. Ebbene la novità è che a Kobe si è persa la parola "Naturali", ovvero disastri come terremoti e simili, per l’ONU non sono più da riconoscere come "naturali". Infatti la Conferenza di Kobe, si è giocata nel tentativo di indicare i cambiamenti climatici quale causa dei disastri "cosiddetti naturali". Siccome gli Stati Uniti sono responsabili del 25% delle emissioni di gas serra pur avendo il 4% della popolazione mondiale, e siccome l’amministrazione Bush è fortemente contraria all’applicazione del Protocollo di Kyoto, si può facilmente comprendere dove si voglia andare a parare. Significativo che a Kobe fosse presente anche la compagnia assicurativa tedesca Munich Re, autrice di un dossier che denuncia l’impatto del riscaldamento globale e di altri "disastri" sugli assicurati. Secondo questo studio, il riscaldamento globale è responsabile anche dell’aumento dei morti nelle città per i colpi di calore estivi. Inutile obiettare che evento atmosferico e clima sono due cose diverse, qui si parla di affari: se le compagnie assicurative e l’ONU riescono a far passare l’idea che i disastri naturali sono causati dal cambiamento climatico, si apre la strada per la richiesta di risarcimenti miliardari a quei governi – USA in testa – che non vogliono applicare il Protocollo di Kyoto. Ecco perché a Kobe è fallito il tentativo di trovare un accordo per dotare i Paesi dell’Oceano Indiano di un sistema d’allarme anti-tsunami: i veri interessi erano altri. Per ambientalisti e agenzie ONU lo tsumani è soltanto un’onda da cavalcare.
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