| Apologia del bello |
|
| Preferiti |
Socci spiega perché a lui – come a Mughini, Facci e Dante – di Dio piace soprattutto la carneSignor direttore - Perché dice di aver “fatto un po’ di confusione tra apologia della fede e fimminarismo”? Sbaglia. Il mio finale sullo “splendore accecante del crocifisso” non era omiletico, ma laicissimo. Dice René Girard che dopo duemila anni, grazie al ribaltamento del mondo dovuto al supplizio di Gesù metabolizzato per secoli nelle culture di tutti i popoli cristiani, “la cura per le vittime, nel bene e nel male, domina la monocultura planetaria nella quale viviamo”. Ed è un fatto imponente, mai visto prima nella storia. Ne coglieva la grandezza – infuriandosi – Nietzsche quando scriveva: “Dio in croce. Si continua ancora a non comprendere lo spaventoso mondo di pensieri nascosto in questo simbolo? Tutto quanto soffre, tutto quanto è appeso alla croce, è divino… Noi tutti siamo appesi alla croce, quindi noi siamo divini”. Esattamente questo ha fatto irruzione nel mondo con Gesù Cristo: il valore inestimabile, divino, di ogni misera carne umana, da sempre considerata carne da macello. Noi nel 2001 viviamo in questo “splendore accecante” senza renderci conto che questa è pura eredità cristiana. E’ ancora il cristianesimo che ha vinto l’orrore platonico per la carne. Nonostante la Chiesa sia stata assediata per secoli dallo gnosticismo (e lo sia anche oggi) sa da sempre, con s. Ambrogio, che “la carne è il cardine della salvezza”. Il Cantico delle creatura non è un inno ecologista, ma un luminoso manifesto anti cataro, cioè antignostico: la materialità del creato non è il Male, ma è bene. La fobia per la bellezza non è cristiana è il suo contrario. Lo dimostra un classico della letteratura monastica che piacerà a Mughini. Il diacono Giacomo di Edessa racconta che ad Antiochia viveva una bellissima donna, Pelagia, un’attrice famosa. Agli occhi degli ecclesiastici era una professione a rischio. Un giorno passò per la via, abbagliante, vestita in abiti molto succinti, con un corteo di giovanotti vivaci fra canti e musiche. Passarono accanto a un gruppo di vescovi che stavano tenendo una discussione all’aperto, sotto un albero. I vescovi tutti si nascondono il volto per non vederla. Eccetto un santo monaco del deserto, Nonno, che “rivolse lo sguardo verso di lei intensissimamente e a lungo, tanto che dopo che fu passata egli ancora la fissava e la guardava”. Poi voltò il capo verso gli altri vescovi e disse: “Non vi rallegra una così grande bellezza?”. E siccome nessuno di loro rispondeva, riprese: “Io mi sono rallegrato moltissimo e mi è piaciuta la sua bellezza, poiché Dio la metterà al primo posto (Mt 21, 31) e la stabilirà davanti al suo tremendo e mirabile trono (Ap 7,9) per giudicare sia noi sia il nostro episcopato”. E’ arguta l’ironia del mio amico Filippo Facci nella lettera di ieri, ma io mi trovo benissimo in compagnia del grande Mughini e del suo incantato lirismo per la donna. Non è per nulla lontano dalla donna angelicata della poesia provenzale e stilnovista. E lei pensa che sarebbe stata possibile quella poesia senza la rivoluzione cristiana? Certo, è una poesia che si accende esattamente sul punto di scontro fra manicheismo e cristianesimo, come spiega l’opera capitale di Denis De Rougement, “L’amore e l’Occidente”. Dove si legge: “Ogni concezione dualista, manichea, vede nella vita del corpo l’infelicità stessa e nella morte il bene ultimo, il riscatto dalla colpa d’esser nati, la reintegrazione nell’Uno e nel luminoso indistinto”. E quindi nell’amore la possibile fusione e il dissolvimento dell’io, la via d’accesso alla morte. Il cristianesimo è il contrario perché insegna a dire tu. Con una splendida intuizione, Dante, nel XIV del Paradiso, spiega che la felicità dei beati sarà piena solo con la resurrezione dei corpi, ma non tanto perché soffrano la mancanza dei propri: essi desiderano la resurrezione dei corpi delle persone che amarono. Non sarebbe felicità totale senza rivedere e riavere (e per sempre) “quel” sorriso che si amò, “quegli” occhi di madre che ci fecero sentire amati, “quel” volto. C’è tutto in Dante. Spero che dopo la svolta rappresentata da Auerbach nessuno più voglia considerare la Beatrice del Paradiso un morto e gelido simbolo della teologia. E’ invece la vera Beatrice, quella che fa ardere il cuore di Dante e gli avvampa il volto (“conosco i segni dell’antica fiamma”). Quella – come ha spiegato l’italianista Ignazio Baldelli – che in pieno Paradiso si scambia certi segni d’intesa col suo antico amore (quel Paradiso dove, peraltro, stanno dei peccatori carnali portati per bocca da tutti sulla terra: Cunizza da Romano, la meretrice Raab, Folchetto da Marsiglia…). C’è una parola chiave nel Paradiso: “piacere”. Quando Virgilio consegna Dante a Beatrice gli dice: “Lo tuo piacere omai prendi per duce”. Era la citazione di un verso del Virgilio storico (“Ciascuno è attratto dal proprio piacere”) che anche Agostino citava in una sua opera proprio per spiegare l’essenza del cristianesimo: il piacere, la felicità dell’“essere attratti da Cristo”. Spiegava: “Un uomo innamorato comprende quello che dico. Un uomo che abbia desideri, che abbia fame, uno che cammini in questo deserto e sia assetato, che aneli alla sorgente della vita definitiva, un uomo così sa di che sto parlando. Se mi rivolgo invece a un uomo freddo, costui non capisce neanche di cosa parlo”.
Tutta la bellezza del mondo è una scintilla della bellezza di Cristo. Il Salmo dice profeticamente: “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo”. Nota Karl Adam che anche “la fisionomia esteriore di Gesù doveva esercitare un fascino irresistibile. Un giorno una donna del popolo si lasciò sfuggire, incontenibile, questo grido di lode: ‘Beato il grembo che t’ha portato e il seno che t’ha nutrito’ (Lc 11, 27)”. Gesù rispose che beati erano piuttosto coloro che lo seguivano. Quando Dostoevskij scrive “la bellezza salverà il mondo” è di lui che parla. “Al mondo esiste un solo essere assolutamente bello, Cristo, ma l’apparizione di questo essere immensamente, infinitamente bello è di certo un infinito miracolo”. |






