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Sindacati, Sviluppo, Solidarietà: sono compatibili? Stampa
Attualità

Alberto Quadrio Curzio
Preside della facoltà di Scienze politiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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Noi abbiamo elaborato il paradigma delle “3S” (sussidiarietà, sviluppo, solidarietà)1 costruito intorno a categorie che hanno avuto le loro radici nel pensiero di chi privilegia la libertà e la responsabilità, sia tra i cattolici che tra i laici. Il titolo di questo saggio presenta l’accostamento di altre “3S” che sono però profondamente diverse dalle prime perché la sostituzione di sindacati con sussidiarietà incrina tutto il potenziale del paradigma delle “3S”.

Esaminando la dottrina e la pratica sindacale degli anni recenti in Italia si può dire con buona approssimazione che nella maggior parte dei sindacati e dei sindacalisti non ci sia mai stata una sensibilità alla sussidiarietà, ragion per cui lo sviluppo e la solidarietà sono quasi sempre stati declinati in termini rivendicativi che hanno di gran lunga superato quelli innovativi. A questo nostro giudizio si sottrae solo Savino Pezzotta che fu segretario generale della Cisl dal dicembre 2000 all’aprile 2006 e che in quel periodo riuscì a imprimere alla sua organizzazione sindacale una nuova sensibilità ai problemi della sussidiarietà. Purtroppo questa stimata personalità che avrebbe potuto orientare almeno una parte del sindacalismo italiano ad una svolta epocale, ha cessato dal suo ruolo e già si può vedere il riflusso della Cisl nell’ambito del classismo rivendicativo della Cgil.

Non vogliamo però qui discutere la politica sindacale italiana ma svolgere tre argomentazioni più generali.

La prima argomentazione è di natura costituzionale con riferimento alla Carta fondamentale della Repubblica italiana che ha una netta impronta sindacal-dirigista2. Basta la lettura dei seguenti tre articoli per capirlo:

«Art. 39. L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

40. Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.

41. L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con la utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Questo articolo si completa, in modo peggiorativo, con il successivo 42 che prevede una grande varietà di espropri e controlli sull’impresa.

L’asimmetria tra il sindacato e l’impresa è dunque evidente anche perché la legge ha regolato dopo decenni e malamente il diritto di sciopero dai cui abusi sono derivati all’Italia e ai cittadini danni molto gravi; ma che ben pochi hanno criticato in quanto il rischio di apparire «antisindacali e quindi antidemocratici» era troppo grande.

La seconda argomentazione riguarda la Finanziaria 2007 sulla quale l’influsso del sindacato o meglio della Cgil è stato molto grande per il metodo, per i contenuti e per il tono3.

Il metodo

Nel costruire la Finanziaria sembra che l’interlocutore privilegiato del ministro dell’economia Padoa-Schioppa sia stato il segretario delle Cgil. Sui giornali sono stati segnalati tanto un giudizio di Epifani sulla finanziaria («Va bene così. Hanno accolto le mie richieste»), quanto frequenti consultazioni tra lui e il ministro. Sia o non sia così, è chiaro che il Governo ha riservato molta attenzione alla Cgil.

La Finanziaria è stata presentata pubblicamente dal premier Prodi e dal ministro Padoa-Schioppa, accompagnati da vari altri ministri, proprio al centenario della Cgil a Milano il 1° ottobre.

Visto l’articolo 114 della Costituzione, così modificato nel 2001 proprio dal centro-sinistra, sarebbe stato più opportuno presentare la Finanziaria ai presidenti delle venti Regioni e al vertice dell’Anci (che rappresenta 8.104 Comuni), in quanto soggetti di forte rilievo istituzionale. È questa sussidiarietà verticale.

L’impressione netta è però che il Governo, con l’eccezione di qualche ministro, non conosca o non abbia interesse al principio di sussidiarietà, sancito adesso dalla Costituzione, né nelle valenze verticali (attinenti i rapporti tra soggetti istituzionali), né in quelle orizzontali (attinenti anche i rapporti con le forze sociali).

Dal punto di vista della sussidiarietà orizzontale si sono privilegiati i sindacati rispetto ad altri soggetti tra cui le associazioni imprenditoriali. La differenza numerica tra gli 11 milioni di iscritti ai sindacati e il milione e mezzo di imprese associate alle diverse associazioni è notevole, ma non certo solo su questo piano va giudicata quella di rilevanza economico-sociale. Poiché il totale delle imprese italiane è di 4 milioni circa, risulta difficile considerarle secondarie per lo sviluppo.

Il contenuto

La complessità della Finanziaria richiede una certa prudenza valutativa, anche perché le cifre continuano a cambiare: l’ultimo aggiornamento prevede una manovra da 34,7 miliardi.

Per portare il rapporto deficit su Pil del 2007 al 2,8%, bastava una correzione di 15 miliardi circa pari all’1% del Pil. Anche perché la finanza pubblica nel 2006 sta andando assai meglio del previsto, con risultati per entrate e crescita che, se si vuole essere obiettivi, vanno ascritti anche alle imprese e ad alcune scelte dell’ex ministro Giulio Tremonti. La correzione era comunque indispensabile ma i dubbi sorgono quando il Governo afferma che oltre 19 miliardi sono destinati alla crescita e all’equità. Anche perché mentre il cuneo fiscale e contributivo si diluisce nel tempo e si frastaglia nelle modalità applicative (questo basterà per lo sviluppo?), al contrario si concretizza (è questa l’equità?) il trasferimento forzoso di una parte del Tfr all’Inps - sia pure corretto in un accordo tra Governo, Confindustria e Sindacati - con un’operazione che già nel 2007 è pari a 5 miliardi di euro. Altri aspetti della Finanziaria, come l’indispensabile recupero dell’evasione, una certa rimodulazione dell’Irpef e limiti di spesa a Comuni e Regioni sono invece più condivisibili. Sappiamo che la Finanziaria non è ancora stabilizzata. C’è tuttavia accordo degli analisti nel ritenere che non sia credibile attribuire alle entrate un grado di copertura di circa il 40%, essendo il resto imputabile a tagli di spesa. Infatti, secondo alcune analisi, la quota di prelievo, diretto e indiretto, della Finanziaria oscillerebbe ben oltre, tra il 64% e l’84% del suo totale in funzione dell’aumento della imposizione che gli Enti locali potrebbero porre in essere.

Il tono

Questo è un sottofondo sorprendente della finanziaria e delle sue premesse. Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, manifestano toni di severità analoghi a quelli che l’Unione Europea usa spesso nei nostri confronti. Fanno bene, ma non devono andare oltre la Ue stessa, con il rischio di esagerare nel descrivere come drammatica la situazione economica e sociale del Paese. È ben vero che nel Governo ci sono altri ministri ideologicamente ostili verso i ceti benestanti e gli imprenditori e che confondono l’avversione con l’equità. Ma è anche vero che nella maggioranza molti sono consapevoli che tanti italiani (anche nel centro-destra e anche nei ceti benestanti) praticano la solidarietà, intesa in senso completo, non solo a parole ma nei fatti. Molto spesso è sembrato dai toni di alcuni membri del Governo che ci sia una avversione nei confronti delle imprese e degli imprenditori senza alcuna considerazione che molti hanno costruito con serietà e creatività consistenti patrimoni non solo di benessere personale, ma anche di benessere economico-sociale attraverso lo sviluppo di imprese che creano lavoro produttivo. Escludiamo che questo sia l'atteggiamento di personalità come Amato, Bersani, Letta, per citare solo alcuni nomi.

In questa categoria di chi apprezza l'impresa rientrano certo anche Prodi e Padoa-Schioppa che devono evitare tuttavia che loro espressioni vengano circoscritte. Per esemplificare essi evidenziano spesso il ruolo dello Stato e le necessità di rivalutarlo. È un intendimento fondamentale anche perché in alcune Regioni italiane lo Stato è quasi scomparso sovrastato dalla malavita. Ma essi devono nel contempo ridimensionare, da un lato, il fardello di una burocrazia pletorica e inefficiente che spesso tratta i cittadini e le imprese come “sudditi”. Spesso si dimentica che l’impresa non è un “oggetto” da guardare con sospetto ma un “soggetto” che contribuisce allo sviluppo comunitario. Bisogna anche ricordare, dall’altro lato, l’articolo 114 della Costituzione secondo il quale «la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato» e che l’articolo 118 recita «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà».

Una conclusione

Noi confidiamo che il presidente del Consiglio Prodi, che ha una dimostrata competenza di Governo europeo e che ha rivelato in passato forte sensibilità ai problemi dello sviluppo delle Pmi, che sono una tipica espressione di vitalità imprenditoriale, si faccia promotore in prima persona di modifiche senza le quali la Finanziaria, se passerà, difficilmente potrà essere ricordata come l’attuazione del paradigma «crescita, risanamento, equità» che essa enuncia. Sarebbe infatti un problema per un’Italia europea del XXI secolo che una impronta sindacal-dirigista-fiscalista caratterizzante alcuni Ministri diventasse il motivo ispiratore del Governo da lui presieduto, mentre in altri Paesi europei come Spagna e Inghilterra continua a proseguire, almeno in economia, quel liberalismo sociale che si salda con quello di più antiche origini della Germania. È su questa impronta che l’Europa deve caratterizzarsi escludendo anche quel liberismo libertario di cui alcuni teorici si fanno portatori. Perché solo con la combinazione delle “3S”, ma dove la sussidiarietà valorizza una nuova funzione del sindacato, l’Italia diventerà un Paese che si sviluppa nella civiltà.

Note
1 Cfr. A. Quadrio Curzio, Sussidiarità e sviluppo. Paradigmi per l’Europa e per l’Italia, Vita e Pensiero, Milano 2002.
2 Cfr. i seguenti saggi di A. Quadrio Curzio: Perché rifare la Costituzione economica italiana?, in Il Mulino, anno XLV, n. 366, luglio/agosto, Bologna 1996, pp. 690-705; Verso una Costituzione poco Europea, in Il Mulino, anno XLVI, n. 374, novembre/dicembre, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 1100-1110; Un’alternativa al dirigismo di mercato, in Il Mulino, anno XLVII, n. 377, maggio/giugno, Il Mulino, Bologna 1998, pp. 484-495; Tre costituzioni economiche: italiana, europea, bicamerale, in L. Ornaghi (a cura di), La nuova età delle costituzioni, Fondazione Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 69-119; Una costituente per l’interesse nazionale in economia, in Aspenia, n. 34, 2006, pp. 92-99.
3 Cfr. A. Quadrio Curzio, «Lo sbaglio di fare solo la volontà del sindacato», Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2006.

 
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