F.Bertoldi
In questo breve contributo vorremmo evidenziare alcuni elementi, di
carattere piuttosto filosofico-teologico che letterario, che ci hanno
colpito. Per poter appieno capire quanto andiamo dicendo sarebbe bene
aver già letto qualcosa di Tolkien, o almeno ...accingersi a
farlo!
Ne vale la pena, perché non si tratta di favole per bambini (anche
se la sua lettura non è certo da proibire ad alcuno), ma di opere
su cui riflettere. Lo prova anche quello che è per altri versi
un limite della prosa di Tolkien, limite che lo differenzia da altri
autori di fantascienza (pensiamo in particolare ad Asimov), ossia una
certa lentezza dell'azione, l'assenza di colpi di scena spettacolari:
segno, ci pare, che ciò che l'autore cerca non è anzitutto
un divertimento in senso pascaliano, una evasione dalla realtà,
ma piuttosto una rilettura della realtà, che ne sveli il lato
normalmente dimenticato, ossia la lotta tra il Bene e il Male.
In questo senso bisogna dire che lo stesso Tolkien ha conosciuto una
evoluzione, da Lo Hobbit (1937) alla trilogia de Il Signore degli anelli
(1954/5).
Nel primo romanzo predomina la dimensione esteriore, materiale, il
problema è riconquistare un tesoro, il tesoro dei Nani, l'oro
sottratto dal Drago Smog: obbiettivo di per sé legittimo, ma
in fondo abbastanza meschino, comunque particolare, limitato.
Nella trilogia invece la posta in gioco è la salvezza del mondo,
il trionfo del Bene in lotta totale contro il Male, contro un male che
non è solo ingiustizia materiale, ma dominio spirituale degli
esseri di cui si impossessa e che lo servono.
Se là il massimo del male era l'ingiusto possesso di un tesoro,
qui il male si manifesta come volontà di annullare la personalità
altrui per farne il docile strumento del proprio perverso potere.
Ancora, ne Lo Hobbit i "buoni" agiscono in modo strutturalmente
scoordinato, il reciproco aiuto che si prestano, quando se lo prestano,
è puramente fortuito, occasionale, e non privo di riserve e di
sospetti. Nella Trilogia invece le forze del bene si uniscono cordialmente
in una grandiosa, epica alleanza ispirata da toni apocalittici.
Perciò preferiamo soffermarci appunto sulla Trilogia, per coglierne
alcuni tratti salienti, come dicevamo.
1. Anzitutto colpisce come le forze del male, pur pilotate da un'unica
"centrale", il diabolico Sauron (che a sua volta rimanda a
Melkor, "l'Oscuro Signore", creato direttamente da Ilùvatar,
l'Essere supremo increato), non riescono ad essere davvero unite. Cosi
il fronte del male deve registrare la defezione dello stregone Saruman
(cfr. Le due torri, 2° vol. della Trilogia); cosi tra gli Orchetti,
servi tremebondi di Sauron, non vi è accordo sul come trattare
i "buoni" che sono riusciti a far prigionieri (cfr. Le due
torri, cap. 3)
2. Mentre il male è intimamente diviso, costretto al più
ad una forzata, esteriore unità, sotto cui si celano odio e invidia,
il Bene interpella ad una scelta libera, senza che si possa non dare
una risposta, positiva o negativa. L'impossibile neutralità è
evidente nel personaggio di Barbalbero. Questi, strana via di mezzo
tra un albero e un uomo, vorrebbe tenersi fuori dalla mischia, non stare
da nessuna parte:
"Non mi sono mai preoccupato delle grandi guerre (...). A me non
piace essere tormentato dal futuro. Io non sono dalla parte di nessuno,
perché nessuno è del tutto dalla mia parte" (Le due
torri, cap. 4, p.79 ed. Ital. Rusconi)
Ma poi, di fronte all'evidenza delle devastazioni che il Male sta provocando,
capisce che deve prendere una posizione netta, e si schiera con il Bene.
Difficile non vedere in questa impossibilità di un naturalismo
pasciuto e beota una assonanza col tema agostiniano delle due città,
che si fronteggiano in lotta mortale, senza che lembi di terreno possano
restare terra di nessuno: qualsiasi azione umana è significativa,
non è neutra, concorre alla costruzione della civitas Dei oppure
a quella della civitas diaboli.
3. Altro elemento importante di convergenza col Cristianesimo è
il non rispondere al male col male.
Cosi le forze del bene usano clemenza, pur non abdicando ad una nettezza
di giudizio, nei confronti di personaggi negativi, ma la cui definitiva
identificazione col Male non è ancora certa. Ad esempio il perfido
consigliere del Re Théoden di Rohan, Vermilinguo, pur riconosciuto
come impostore, non viene ucciso, ma semplicemente allontanato dalla
reggia; analogamente avviene di Saruman, lo stregone cattivo, dopo la
distruzione di Isengard:
"Che cosa farai a Saruman? -Domanda uno dei buoni a Gandalf, loro
capo, che risponde cosi:-
Io? Nulla (...) Non gli farò assolutamente nulla." (Le due
torri, cap.10, p.211 ed. Ital. Rusconi)
Cosi anche Gollum, personaggio ambiguo, che pur senza essere coscientemente
sottomesso al Male, presta al Bene un'obbedienza puramente esteriore,
non viene ucciso dai buoni, ma muore per la sua stessa ingordigia (Il
ritorno del Re, tr. It. Rusconi, pp. 238 sgg.).
Il "buon" Sam, trovandosi di fronte a lui in un drammatico
confronto alle falde del "Monte Fato", in un confronto da
cui dipendono le sorti nientemeno che del mondo, e sapendo che Gollum
non può che ostacolarlo, lo potrebbe ammazzare, ma se ne trattiene:
"La mano di Sam esitò. (...) Sarebbe stato giusto uccidere
quell'essere infido e cattivo, giusto e più volte meritato; e
sembrava anche l'unica cosa sicura da farsi. Ma in fondo al cuore qualcosa
lo tratteneva. Non poteva colpire quella cosa distesa nella sabbia,
disperata, distrutta, miserevole." (Op.cit., p.239).
È evidente come Tolkien si allontani dall'impostazione, tipica
della mentalità protestante, che tende all'eliminazione dell'avversario,
per avvicinarsi invece ad una immagine di misericordia più prossima
al cattolicesimo.
4. Non altrettanto si può dire dell'idea che il Potere sia in
quanto tale negativo.
Ci riferiamo all'Anello, che appunto conferisce a chi lo porta un particolare
potere (la cui manifestazione più clamorosa, ma non unica, è
l'invisibilità).
I buoni vengono ammoniti a non combattere il Male avvalendosi della
forza che loro garantirebbe l'Anello, perché da tale forza non
sarebbe disgiungibile un inesorabile e intimo avvelenamento, che li
renderebbe sempre più simili a ciò contro cui vorrebbero
lottare (cfr. soprattutto ne La Compagnia dell'Anello).
Tant'è che poi diviene impellente, per lo schieramento del Bene,
l'imperativo di distruggere l'Anello, come difatti accade.
Ora, è certo che Cristo ha detto che il Suo Regno non è
di questo mondo, ma ciò non comporta che il potere, pur esercitando
una indubbia tentazione, sia necessariamente legato ad una logica negativa.
E in realtà non si può nemmeno dire con certezza che Tolkien
stesso lo sostenga, dato che si potrebbe intendere la diffidenza nei
confronti del potere dell'Anello come diffidenza solo verso un particolare
tipo di potere, preter-naturale. Lo proverebbe anche il fatto che la
figura del Re (e vari sono i Re che entrano in scena nella Trilogia)
è spesso vista positivamente. E se cosi fosse l'insegnamento
ricavabile sarebbe perfettamente convergente con la tradizione cristiana,
in cui la Potenza di Dio si manifesta, più che in meravigliose
stranezze, o in oscure e torbide magie, nella redenzione del quotidiano,
nella pacificata capacità di vivere con intensità l'ordinario,
il normale.
Pensiamo ad esempio a S.Antonio d'Egitto, che appariva a chi andava
a trovarlo come un uomo: "il suo aspetto era sempre lo stesso,
non era né ingrassato per mancanza di esercizio fisico, né
dimagrito per i digiuni e la lotta contro i demoni (..). non era né
disseccato dal dolore, né enfiato dal piacere. Non c'era in lui
né riso né tristezza; la moltitudine non lo turbava, e
la gente che lo salutava non gli dava una gioia smodata: sempre uguale
a sé stesso, dominato dalla ragione, naturale." (Vita di
Antonio, cap. 14)
5. Altro fattore importante, emergente già nella Trilogia, ma
risaltante ancora di più nell'ultima, e incompiuta opera di Tolkien,
il Silmarillion, è quello dell'ultima dipendenza di tutto da
un unico Disegno, che è un Disegno buono.
Nella stessa Trilogia comunque Gandalf e i buoni sono come guidati da
una Mano superiore, mai nominata, ma sempre sullo sfondo, che usa anche
del male (Gollum) a fin di bene, come emerge in modo clamoroso nella
scena della distruzione dell'Anello: se fosse dipeso dalla capacità
della creatura, l'Anello non sarebbe stato distrutto, come era necessario
per la salvezza del mondo. Invece accade l'impensabile, che l'Anello
venga distrutto non dal virtuoso Frodo, che tale missione esplicitamente
si era assunto, ma dall'ambiguo Gollum; questi mirava ad impadronirsi
dell'Anello per tenerselo, mentre, dopo esserselo preso (insieme al
dito di Frodo), inciampa e precipita nel cratere incandescente del Monte
Fato, l'unico luogo al mondo in cui l'Anello avrebbe potuto essere distrutto
(cfr. Il ritorno del Re, l.VI, cap. III, Monte Fato).
Ma è soprattutto nel Silmarillion che viene tematizzato in modo
esplicito come tutto dipenda da un progetto buono.
Anche nel mondo fantastico di Tolkien in effetti esiste un Essere increato,
creatore di tutto, Ilùvatar, o Eru. Nulla ci viene detto, è
vero, sull'eventuale Sua Trinità: ma non si tratta forse più
di discrezione e buon gusto, che di negazione? Non sarebbe stato in
fondo irriverente ricalcare esattamente la realtà, una Realtà
cosi "tremenda" e inaccessibile come il Mistero Infinito,
in quella che infine vuole essere semplicemente una storia fantastica,
in quello che per quanto pensato e logico resta pur sempre un mito?
Dunque Ilùvatar crea tutto, a partire da esseri supremi (gli
angeli?), gli Ainur, tra i quali c'è anche Melkor, il ribelle,
l'orgoglioso (Lucifero?), colui che cerca di guastare i piani del creatore.
Questi infatti all'inizio propone loro di eseguire dei temi musicali:
"nel cuore di Melkor sorse l'idea di inserire trovate, frutto della
propria immaginazione, che non erano in accordo con il tema di Ilùvatar,
ed egli con ciò intendeva accrescere la potenza e la gloria della
parte assegnatagli." (Silmarillion, cap. 1, p.12 tr.it.)
Ma Ilùvatar sa come trarre anche da tale male un bene maggiore:
"Ilùvatar parlò e disse: "potenti sono gli
Ainur, e potentissimo è tra loro Melkor, ma questo egli deve
sapere (..) che Io sono Ilùvatar (...). E tu Melkor t'avvedrai
che nessun tema può essere eseguito, che non abbia la sua più
remota fonte in Me, e che nessuno può alterare la musica a mio
dispetto. Poiché colui che vi provi non farà che comprovare
di essere mio strumento nell'immaginare cose più meravigliose
di quante egli abbia potuto immaginare" ." (Silmarillion,
cap. 1, p.13 tr.it.)
Come non vedere in ciò una trascrizione del paolino "tutto
concorre al bene di coloro che amano Dio"?
Come non ricordare la bella frase di S.Agostino, citata spesso anche
da S.Tommaso d'Aquino: "In nessun modo Dio permetterebbe che vi
fosse del male, se non ne sapesse ricavare un bene ancora più
grande"?
Questi, in estrema sintesi, alcuni degli aspetti più positivi
che mi hanno colpito nell'opera di Tolkien.
Non che manchino anche dei limiti. Ad esempio non si può non
notare come l'azione si svolga tutta sul palcoscenico di una oggettività
esteriore, senza quasi considerare quella che è vicenda interiore,
dramma personale, evoluzione sofferta. Non che i personaggi siano dipinti
in modo ruvidamente schematico in buoni e cattivi: esistono sfumature
e mescolanze, e talora vengono raffigurate esitazione e lotta interiore,
ma senza mai che si possa dare qualcosa di simile all'avvenimento della
conversione. La volontà come rapporto ad una scelta morale entra
poco nel gioco del racconto. I personaggi non hanno una storia, se non
in rapporto a qualcosa di contingente e di esterno, mentre la loro adesione
o avversione al Bene viene data scontatamente come fissata una volta
per tutte. Cosi vediamo come quasi tutti i protagonisti siano strutturalmente
sinceri, e i loro intenti "semplici" ed elementari.
Non dobbiamo però chiedere troppo all'autore: il genere letterario
da lui scelto in qualche modo lo obbligava a porre l'accento sulle vicende
esterne piuttosto che sul dramma interiore.
In conclusione possiamo ritenere che l'opera di Tolkien sia insieme
un interessante testimonianza e una fonte di (vorremmo dire utile) divertimento
(almeno per chi abbia una qualche predisposizione al genere fantastico!).