Ma davvero? Paolo Gulisano, medico docente universitario a Milano nonché
tra i più autorevoli esperti di Tolkien nel Belpaese, ci prova.
E, proprio alla vigilia dell'uscita del film che rinverdirà il
successo planetario della «compagnia dell'anello», dà
alle stampe (per Ancora) il primo tentativo italiano di lettura «religiosa»
del padre degli hobbit: Tolkien, il mito e la grazia.
Niente di fondamentalista: anzi, un saggio che ha il merito di dipanare
biografia, opere e fonti dello scrittore inglese anche per gli ignari,
condendole di ipotesi interpretative senza dubbio stimolanti.
Tolkien è considerato il «padre» della
«fantasy» e lei, Gulisano, invece lo accredita come esempio
di «realismo cristiano». Come concilia due giudizi tanto
diversi?
«Noi per fantasy intendiamo la letteratura dell'immaginario, e
Tolkien è sicuramente un esponente di questa narrativa del fantastico.
Però, più che fantasy, egli ha inteso realizzare una riproposizione
moderna del genere epico. Non è letteratura d'evasione, la sua,
alla fine ne viene fuori un grandissimo quadro epico: una rivisitazione
simbolica della storia umana».
Ma siamo sempre nella mitologia: e il realismo cristiano?
«I contenuti della saga degli anelli sono di un realismo profondamente
umano e cristiano, opposto agli incubi di tutte le utopie. Tolkien immagina
un mondo, quello della Terra di Mezzo, che è la nostra Terra
come avrebbe potuto essere. La trama, i personaggi anche immaginari
sono una rappresentazione di ciò che si agita nel cuore dell'uomo:
l'amicizia, il male, la tentazione, il potere... Per paradosso, un'opera
di fantasy ha rappresentato tutta la modernità».
Tolkien però era un anti-moderno, un «conservatore».
«Sì, se il termine significa conservare il bello. Tolkien
considerava il mondo moderno un corruttore dell'animo umano: "La
nostra è un'epoca di mezzi migliori per fini peggiori",
scrisse. Non era però contro la scienza, bensì contro
il suo uso distorto».
Lei cita una lettera in cui lo scrittore sembra prefigurare
(e condannare) quella che oggi chiamiamo «globalizzazione».
«È vero, nelle sue lettere Tolkien critica la tendenza
verso un mondo sempre più appiattito, dove le piccole realtà
vengono schiacciate. Ed è difficile dargli torto in questa denuncia
della corruzione dell'animo umano».
Quindi era pessimista sul futuro?
«Realismo è anche rendersi conto che le cose peggiorano.
"Non tocca a noi - dice a un certo punto Gandalf - dominare tutte
le maree del mondo, il nostro compito è fare il possibile per
la salvezza degli anni nei quali viviamo".
Compiere ognuno il proprio dovere rivela la concezione tolkeniana dell'eroismo:
i suoi protagonisti non sono supereroi come di solito nella fantasy,
la sovrumana impresa è affidata ai piccoli e buffi hobbit. Vuol
dire che ognuno può essere grande: e questo è uno straordinario
manifesto di realismo».
Sembra di parlare di uno scrittore «di sinistra».
Invece Tolkien è sempre stato accusato - almeno in Italia - di
simpatie destrorse.
«Un vecchio equivoco. In realtà, è difficile potersi
appropriare di Tolkien. Lui sta in un'altra dimensione, nella dicotomia
fra modernità illuministica e tradizione. Tolkien può
essere sicuramente definito un autore tradizionale, che affonda le radici
nel Medioevo e da lì critica i totalitarismi di destra e di sinistra».
Lei cita tra l'altro una lettera in cui lo scrittore, nel
1941, accusava Hitler di pervertire il «nobile spirito nordico,
supremo contributo all'Europa»...
«Oggi a parlare di valori della nordicità si passa per
leghisti... Ma solo in Italia Tolkien è stato sottoposto a queste
letture ideologiche, che all'estero risultano incomprensibili».
Anche lei, però, lo vuol far passare per «scrittore
cattolico»...
«No, per me non è un autore "cattolico" (anche
se era fedelissimo a Roma ed ha più volte dichiarato che la sua
è un'opera cattolica) bensì uno scrittore "religioso".
Nei suoi libri non ci sono espressioni esplicitamente cristiane, ma
moltissime domande religiose; è un mondo pre-cristiano, addirittura
pre-biblico. Dio non è rivelato ma è cercato. E questo
è uno degli aspetti più struggenti dell'opera tolkeniana».
Però le sue storie rivelano frequenti richiami biblici:
il peccato originale, Babele...
«Sì, nel Silmarillion si ritrovano il tema della creazione
(risolta nella musica), della caduta degli angeli come introduzione
del caos nell'ordine del mondo, della colpa, del mito di Atlantide o
di Babele culmine dell'arroganza umana... E poi l'eroismo come sacrificio
e rinuncia, il tema medievale della "cerca" (svolta tuttavia
al contrario e in modo ancor più cristiano: anziché conquistare
un oggetto di potere, si tratta di eliminarlo)».
Lei parla di «dimensione teologica» di Tolkien:
ma dov'è la rivelazione? Dov'è la grazia?
«Tolkien è tutto teso tra mito e grazia. In lui si legge
infatti la consapevolezza che la vittoria finale spetta a Dio, nonostante
le tragedie della storia. La grazia è rappresentata dalla bellezza,
che può sollevare l'uomo dalla caduta. La grazia è il
desiderio che un Dio - non nominato - ha messo nel cuore degli hobbit
perché andassero alla ricerca della verità».
Ma davvero si può dire - come lei sostiene - che la
sinistra italiana ha ostracizzato Tolkien perché odiava il suo
cristianesimo?
«Negli anni Settanta la sinistra, che dominava la nostra scena
culturale, fu di grande miopia. Un'interpretazione sbrigativa di Tolkien
le fece pensare che si trattava di letteratura non "impegnata",
inoltre le storie erano ambientate nel Medioevo e Umberto Eco non aveva
ancora sdoganato quel periodo...».
Quali furono invece le reazioni dei cattolici italiani a Tolkien?
«L'uscita del libro passò quasi inosservata. D'altronde,
la cultura cattolica italiana era in crisi e s'interessava semmai di
autori francesi. Tuttavia il cardinale Biffi, in un convegno del 1992,
ha rivelato di aver scoperto Tolkien quando ancora era parroco, e di
esserne divenuto un estimatore. Il gesuita Guido Sommavilla fu tra i
primi a interpretare gli hobbit in chiave religiosa. Ma ci fu anche
chi, in ambienti tradizionalisti, criticò duramente Tolkien perché
- con tutti quegli elfi e gnomi - era troppo "pagano"».
E oggi, Tolkien non rischia di diventare funzionale alla New
Age?
«Sì, una New Age che si pasce di folletti e di culto degli
alberi è in effetti interessata agli hobbit. Però la bellezza
difesa da Tolkien non è affatto l'armonia predicata dalla New
Age, non è star bene con la natura, bensì un segno visibile
della grazia che trova la sua origine solo in Dio».