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Non esistono Anelli buoni, ovvero: Tolkien e il potere Stampa
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Un sondaggio svolto nel 1997 dall’emittente televisiva britannica Channel 4 e dalla catena libraria Waterstone ha eletto Il Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien “miglior libro del secolo”. Un’indagine condotta nel 1999 tra i clienti di Amazon.com lo ha indicato addirittura come “miglior libro del millennio”. Pochi mesi fa, il film di Peter Jackson La Compagnia dell’Anello ha sbancato i botteghini, un successo travolgente quanto annunciato.

Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro

Senz’altro c’è ancora qualcuno che crede che il capolavoro di Tolkien sia una storia per bambini e nulla più, eppure milioni di persone, in tutto il mondo, vi hanno trovato un Romanzo con la erre maiuscola, un messaggio da raccogliere.

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I verdi hanno tentato di arruolare Tolkien, in ragione del suo amore per la natura. Ma se amare l’ambiente significa essere ambientalisti, allora anche economisti come Ludwig von Mises avrebbero dovuto manifestare grande simpatia per il movimento ecologista. Al contrario, come ha rilevato Justin Raimondo, il bardo di Oxford non intendeva affatto attaccare la rivoluzione industriale o il capitalismo; piuttosto, mostrare che il male tende a espandersi e a riprogettare perfino l’ambiente. Quindi un brutto paesaggio è il riflesso di un cattivo governo. Di uno spregiudicato uso del potere. Qui emerge il vero nocciolo del romanzo: la malvagità del potere.

Il Signore degli Anelli è una storia (una saga) contro il potere: non il potere “economico” o “sociale” (invenzioni funamboliche dei marxisti da salotto), ma il potere propriamente detto. Il potere politico. Che tradizionalmente è l’obiettivo polemico di quegli autori che si rifanno agli ideali del liberalismo classico. Lo stesso Tolkien è molto chiaro a proposito: “Si può fare dell’Anello un’allegoria della nostra epoca, volendo: un’allegoria dell’inevitabile fine cui vanno incontro tutti i tentativi di sconfiggere il potere del male con un potere analogo”.

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“Potere è una parola sinistra e minacciosa in tutti questi racconti”. “La storia è imperniata su un lato buono e uno cattivo, la bellezza contro la bruttezza crudele, la tirannia contro la regalità, la libertà con il consenso contro la costrizione che da tempo ha perso qualunque altro obiettivo che non sia il conseguimento del puro potere, e così via”. “Nella mia storia Sauron raffigura quanto di più vicino esista alla totale malvagità. Ha percorso la stessa strada di tutti i tiranni: cominciando bene, in quanto pur desiderando un ordine che rispondesse alla sua conoscenza, dapprima considerava anche il benessere (economico) degli altri abitanti della Terra. Ma andò più lontano dei tiranni umani per quanto riguarda l’orgoglio e la brama di dominio, essendo in origine uno spirito immortale (angelico)” “Naturalmente la mia storia non è un’allegoria del potere atomico, ma del Potere (esercitato attraverso il dominio)”.

Utilizziamo qui l’espressione “liberalismo classico” per indicare quel sistema di idee che si dipana nella storia a partire dagli insegnamenti dei Levellers, di John Locke ed Edmund Burke – una tradizione che si distingue nettamente dal liberalism così com’è inteso nel Novecento, a partire dall’insegnamento di autori come John Stuart Mill e John Maynard Keynes.Possiamo dire che Il Signore degli Anelli sia una sorta di mitopoiesi (cioè una creazione di miti) ispirata dall’antico motto di Edmund Burke: “Invano tu mi dici che il Governo Artificiale è cosa buona e devo premunirmi soltanto dall’abuso. La cosa, la cosa in sé è abuso”. Questa semplice verità è il fulcro di un romanzo di oltre seicentomila parole.

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Il Signore degli Anelli è l’epica avventura di due individui, fragili e umani, due Hobbit armati solo del proprio cuore e della propria mente, alle prese con la distruzione dell’Unico Anello, che incarna il potere. Checché ne pensino alcuni critici, Tolkien non era uno sprovveduto e se ha voluto che il pericoloso gingillo si chiamasse “Anello del Potere” è perché la relazione tra l’oggetto e il suo portato (cioè il potere assoluto) doveva essere evidente fin dal nome, fin dalle parole che JRRT tanto amava e nella cui scelta impiegò tanta cura. Che l’Anello simboleggi il potere è chiaro, d’altronde, quando si comprenda che esso non si limita a conferire forza o capacità di dominio, ma anche rende schiavo il suo portatore. Man mano che diventa sempre più potente, il portatore dell’Anello ne diventa sempre più un servo. Si tratta della stessa cosa che accade ogni giorno nel nostro mondo: i governanti, anche quelli ben intenzionati e animati da ideali luminosi, sono governati essi stessi. Sono schiavi del consenso, dei sondaggi elettorali e della fame insaziabile di acquistare ancora e sempre più potere. Questo, banalmente, è il motivo per cui non esiste e non può esistere uno Stato “minimo”, capace di limitarsi da sé, come avevano vagheggiato i liberali classici.

Gli uomini incaricati di vegliare sul rispetto dei diritti altrui prima o poi tradiscono la propria funzione. I politici e i governanti in generale desiderano sempre conquistare maggiore importanza e più prestigio: più potere. Non contano poi molto le espressioni magnanime con cui i politici ricamano le proprie ambizioni; essi si trovano nel mezzo di un circolo vizioso da cui non possono uscire. Ha scritto Edmund Burke: “Chiedete ai politici a qual fine le leggi furono inizialmente concepite ed essi vi risponderanno che le leggi furono concepite come protezione per i poveri e i deboli… ma nessun’altra pretesa può essere altrettanto ridicola” (9). Tolkien stesso abbracciava questa visione del mondo. Anzi, andava persino oltre, affermando che: “Le mie opinioni inclinano sempre più verso l’anarchia (intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe), oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha né poteri né diritti né intelligenza); e dopo avergli dato la possibilità di ritrattare, lo giustizierei se rimanesse della sua idea!”.

Secondo lo scrittore inglese, dunque, il potere è sempre malvagio – “non ci sono poteri buoni”. Che il messaggio del Signore degli anelli sia questo è evidente: fin dalle prime pagine del romanzo, i “buoni” hanno in mano l’Anello, cioè l’arma più potente sulla faccia della terra. Molti di loro propongono di usarlo contro Sauron, l’Oscuro Sire. È vero, l’Anello è stato forgiato per sua volontà ed è malvagio al di là di ogni dubbio – pensano – ma esso può comunque essere usato per conseguire un fine “buono”. Questo è, per Tolkien, un modo eccezionale per porre l’eterna questione: possono i mezzi essere subordinati ai fini? La risposta del filologo di Oxford è che no, mezzi malvagi possono produrre solo fini malvagi, indipendentemente dalle intenzioni originali. Quando Frodo gli offre l’Anello, Gandalf grida: “No! Con quel potere, il mio diverrebbe troppo grande e terribile. E su di me l’Anello acquisterebbe un potere ancora più spaventoso e diabolico. Non mi tentare! Non desidero eguagliare l’Oscuro Signore. Se il mio cuore lo desidera, è solo per pietà, pietà per i deboli, e bisogno di forza per compiere il bene. Ma non mi tentare! Non oso prenderlo, nemmeno per custodirlo senza adoperarlo. Il desiderio sarebbe troppo irresistibile per le mie forze. Ne avrei tanto bisogno: grandi pericoli mi attendono”. Frodo è disposto a cedere l’Anello anche a Galadriel, regina degli Elfi. Lei pure lo rifiuta. “Non nego che il mio cuore ha a lungo desiderato chiederti quel che ora mi offri. Per molti e molti anni ho ponderato ciò che avrei fatto se il Grande Anello fosse venuto nelle mie mani, e meraviglia! Esso si trova ora a portata di mano. Il male creato tanto tempo addietro avanza in mille modi, sia che Sauron resista, sia ch’egli crolli. Non sarebbe forse stata una nobile impresa da accreditare a codesto Anello, se l’avessi tolto al mio ospite con la forza o col timore? Ed ora infine giunge a me. Tu mi daresti l’Anello di tua iniziativa! Al posto dell’Oscuro Signore vuoi mettere una Regina. Ed io non sarò oscura, ma bella e terribile come la Mattina e la Notte! Splendida come il Mare ed il Sole e la Neve sulla Montagna! Temuta come i Fulmini e la Tempesta! Più forte delle fondamenta della terra. Tutti mi ameranno, disperandosi!”.

La ragione per cui sia Gandalf che Galadriel temono il potere dell’Anello sta nel fatto che entrambi si rendono conto che esso venne fabbricato per compiere il male e quindi ogni buona azione compiuta con il suo aiuto avrà inesorabilmente un esito malvagio. Per dirla con Elrond, signore di Gran Burrone: “Non possiamo adoperare l’Anello Dominante ed ormai lo sappiamo sin troppo bene. Appartiene a Sauron, fu forgiato unicamente da lui, ed è malvagio in tutto e per tutto. La sua forza è troppo grande per essere liberamente adoperata da qualcuno che non sia già di per se stesso estremamente potente; ma per costoro l’Anello cela un pericolo ancor più mortale. Il semplice desiderio di possederlo corrompe la loro anima… Qualora uno dei Saggi dovesse grazie a quest’Anello sconfiggere il Signore di Mordor, servendosi delle proprie tecniche, egli si installerebbe allora sul trono di Sauron, segnando così l’apparizione di un altro Oscuro Signore”.

Non si può che ravvisare una grande profondità di pensiero. Ad esempio, l’autore del Signore degli Anelli aveva una chiara idea della reale natura di quei miti che recentemente Hans-Hermann Hoppe ha vivisezionato e “smontato” uno per uno nel suo capolavoro, Democracy: The God That Failed (Transaction Publisher, 2001). Tra essi, secondo Hoppe, “il primo e fondamentale è che l’emergere degli Stati dall’ordine nonstatuale che li ha preceduti sia alla base del successivo progresso economico e civile. In realtà, la teoria economica dimostra che ogni progresso si è verificato malgrado, e non grazie all’istituzione dello Stato”. Quindi, prosegue lo studioso tedesco, abbiamo il mito che “riguarda il passaggio storico dalle monarchie assolute agli Stati democratici… vi è un consenso quasi universale sul fatto che la democrazia rappresenti un passo in avanti rispetto alla monarchia e che a essa sia dovuto il progresso economico e morale. Questa interpretazione è piuttosto curiosa se vista alla luce del fatto che la democrazia è stata la fonte di ogni genere di socialismo: del socialismo democratico (europeo) e del liberalism e del neo-conservatorismo (americani) non meno che del socialismo internazionalista (sovietico), del fascismo (italiano) e del nazional-socialismo (nazismo). Ancora più importante, tuttavia, la teoria contraddice questa interpretazione; sebbene tanto le monarchie quanto le democrazia siano inefficienti in quanto Stati, la democrazia è peggio della monarchia”. Tolkien scrisse qualcosa di molto simile in una lettera al figlio Cristopher: “Se potessimo tornare ai nomi propri sarebbe molto meglio. Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo Se la gente avesse l’abitudine di riferirsi al “Consiglio di Re George, Winston e la sua banda”, si farebbero dei grandi passi avanti e rallenterebbe questo pericoloso scivolare verso la Lorocrazia”.

Nessun personaggio del Signore degli Anelli è “perfetto” o “immacolato”. Ognuno è un insondabile misto di bene e di male e in ogni momento è chiamato a scegliere tra un’azione buona e una cattiva. Ciò nondimeno, il “bene” e il “male” esistono e, per quanto la gente possa avere dei dubbi o non distinguerli chiaramente l’uno dall’altro, sono nettamente separati. Questa, va da sé, è la ragione principale per cui l’Unico Anello può compiere solo il male: perché costituisce una perpetua tentazione al “lato oscuro”. Anche l’uomo migliore, prima o poi, finirà per crollare. Solo da questa prospettiva è possibile osservare il mondo con quegli “occhiali realisti” tipici di Tolkien. Egli capiva che gli uomini sono buoni o malvagi e che alcuni di loro possono anche scegliere il male e provare addirittura piacere nel farlo. Questa è la conseguenza della Caduta: gli esseri umani non sono perfetti, e quindi ogni mezzo di dominio rappresenta un male in sé. Infatti, “Lo studio adatto all’uomo è solo l’uomo, e l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo, anche per i santi (che almeno non se l’assumevano volentieri) è governare altri uomini. Non c’è una persona su un milione che sia adatta e men che meno quelli che cercano di afferrare l’opportunità”.

Vale la pena sottolineare l’aperta disillusione di Tolkien e il suo evidente disprezzo nei confronti degli uomini politici. Egli sa bene che il meccanismo democratico, le elezioni, il principio di maggioranza non solo non godono di alcun fondamento morale, ma addirittura funzionano come una terribile macchina che seleziona gli uomini peggiori. O, meglio, gli uomini “più adatti” all’arte di governare: quelli privi di ideali, meschini, pronti a mentire e rimangiarsi la parola data, vogliosi di truffare e di derubare. Un veloce confronto tra la percentuale di criminali nella società civile e la percentuale di criminali nel Parlamento spazzerà via ogni dubbio. Saruman, uno dei personaggi più complessi e controversi dell’intero romanzo, fu un saggio stregone prima di cedere alle sirene del potere assoluto (che, per dirlo con una fulminante massima di Lord Acton, “corrompe assolutamente”). Tentando di convincere Gandalf a unirsi a lui, egli afferma: “Abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i saggi conoscono… Se potessimo comandare [l’Anello] la Potenza passerebbe nelle nostre mani… Si tratterebbe soltanto di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta meta prefissa: Sapienza, Governo, Ordine”. In sostanza, Saruman propone a Gandalf di allearsi temporaneamente al Nemico, per poi rivolgere l’Anello contro di lui e dare inizio a una nuova era. Ma Gandalf gli risponde agitando la propria idea di libertà: “Ho udito prima d’oggi discorsi dello stesso genere, ma soltanto in bocca di emissari inviati da Mordor per ingannare gli ingenui… Una mano sola alla volta può adoperare l’Unico, e lo sai bene; non darti dunque la pena di dire noi!… Ebbene, la scelta era di sottomettersi o a Sauron, o a te. Non accetto né l’una né l’altra”. Come osserva Tom Shippey, “Quello che Saruman afferma racchiude molte delle cose che il mondo moderno ha imparato a temere sopra tutte: l’abbandono degli alleati, la subordinazione dei mezzi ai fini, la “conscia accettazione della colpa nell’omicidio necessario”. Ma anche il modo in cui le dice è significativo. Nessun altro personaggio della Terra di Mezzo ha la truffaldina abilità di Saruman di bilanciare le parole l’una contro l’altra in modo tale che le incompatibilità si risolvano, e nessuno utilizza parola come “deplorare”, “ultimo” e, peggio di tutte, “reale”… Nessuno tranne Saruman tiene conto all’opportunità, alla fattibilità, alla Realpolitik, al realismo politico”. Saruman, peraltro, è il personaggio più “politico” dell’intera trilogia: solo lui ha toni diversi e seducenti per ogni persona e solo lui usa parole vuote e roboanti come quelle tipiche di una campagna elettorale.

Lo stregone di Orthanc è maestro nel distillare miele sulla lingua biforcuta. Si potrebbe obiettare che l’epoca contemporanea implica una sorta di “fine della storia”, poiché la democrazia è percepita come la “miglior forma di governo possibile” e fornisce l’illusione che nessun governo governi senza il consenso dei governati. Tolkien non sarebbe stato d’accordo. Anzi, come scrisse in una lettera del 1956, “Io non sono “democratico” solo perché l’“umiltà” e l’eguaglianza sono principi spirituali corrotti dal tentativo di meccanizzarli e formalizzarli, con il risultato che non si ottengono piccolezza e umiltà universali, ma grandezza e orgoglio universali, finché qualche orco non riesce a impossessarsi di un anello di potere, per cui noi otteniamo e otterremo solo di finire in schiavitù”.

 
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