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Per aver un’idea chiara di che cosa rappresenti
Tolkien
nell’immaginario degli appassionati, è sufficiente
dare una sguardo
alle riunioni che i tolkieniani organizzato un po’ ovunque. Massimo Centini Forse il desiderio di confrontarsi con altri appassionati, consapevoli di non vivere nel migliore dei mondi possibili e quindi alla ricerca di una dimensione immaginaria, che possa apparire come una sorta di Isola felice. E allora ci chiediamo: quello di Tolkien è ancora un mondo credibile? Forse è un universo parallelo che non si estinguerà tanto facilmente, perché consente di immaginare e quindi stimola l’intelligenza e la creatività. Dal 1973, anno della sua prima traduzione italiana, Il signore degli anelli è stato ristampato praticamente con scadenza annuale, migliaia di copie a cui vanno aggiunte opere minori e meno note, calendari, posters, la “Mappa della terra di mezzo”, gadget e adesso il film tratto dal principale libro di Tolkien. Gente di tutte le età che hanno letto quel volume spesso come un vocabolario, che ne conoscono gli anfratti segreti, che sanno tutto dei personaggi, anche i più piccoli, hanno età diverse: ci sono i giovanissimi, molti dei quali giunti a Tolkien da giochi di ruolo; ma ci sono anche Tolkien o Della necessità del mito di Massimo Centini tanti adulti che non hanno dimenticato Il signore degli anelli, e in qualche modo ne hanno fatto un classico. Il successo di Tolkien in Italia non accenna a diminuire, basti pensare che il sito della Società Tolkieniana Italiana, negli ultimi sei mesi, è stato visitato da 18.000 persone. Un dato che fa riflettere, destinato a confermare che la fantasia è un bene ambito da molti, forse un anestetico per la realtà, o forse, più realisticamente, un’opportunità per pensare che parallelamente alla realtà ci possa essere un mondo “altro” in cui l’eterno scontro tra bene e male continua a ripetersi, ma con poesia. Dice bene Paolo Gulisano nel suo recente libro Tolkien Il mito e la grazia (Ed. Ancora): “la sua opera non è riconducibile a una ideologia, ma a una visione della vita, a una concezione dell’essere, dell’uomo, della storia che è ben più di una ideologia: è una filosofia”. In Tolkien vi è quindi una visione teologica della storia, che si afferma in una sorta di ricostruzione degli eventi selezionati attraverso un’ottica continuamente alimentata da una costante critica della modernità.Per effettuare questo lavoro, il grande scrittore inglese si è avvalso soprattutto del linguaggio del mito: materia viva e problematica, spesso banalmente etichettata con maschere ideologiche, ma libera e autonoma, soprattutto fondamentale. Limpida la definizione di Tolkien: “il mito è qualcosa di vivo nel suo insieme e in tutte le sue parti, e che muore prima di poter esser dissezionato”. Queste poche ma emblematiche parole offrono una nitida e limpida definizione di mito, così difficile spesso da rintracciare nel mare magnum di interpretazioni e ipotesi. Perché effettivamente, è il mito l’artefice del successo dell’opera tolkieniana: inestinguibile amalgama di luoghi e paesaggi, simboli e fisionomie, da vita a un universo che, come un foglio traslucido, non ha fondo e lascia intravedere l’esistenza di tanti piani paralleli e successivi in cui ognuno potrà trovare quanto cerca o immagina. I libri di Tolkien possono essere una sorta di “manuale di sopravvivenza” che con il proprio aggancio alla tradizione alimenta il senso di un mondo ideale, dove ci sono ancora dei valori, dove il bene e il male possono finalmente essere scissi con precisione, senza false piste o arroganti preconcetti positivisti. Il senso dell’incantamento che pervade il percorso letterario della saga tolkieniana ha qualcosa del viaggio iniziatico, in cui l’eroe è quello vero, contrassegnato da peculiarità facilmente indicabili, assolutamente non stravolto da affabulazioni ideologiche e demonizzazioni moderniste. Di Tolkien e del suo universo se ne sono impossessati un po’ tutti, ma nessuno è riuscito a ingabbiarli poiché, forti della loro antropologia immaginaria hanno sempre saputo riacquistare la libertà di cui sono emblema. La politicizzazione del mito, spesso effettuata proprio dai più accesi fautori del razionalismo e del materialismo, non ha fatto altro che confondere le idee intorno ad un tema che dovrebbe essere lasciato in uno spazio apposito. Forse la “Terra di mezzo” di tolkieniana memoria? Noi ci limitiamo a chiederci che cosa può offrire oggi all’uomo moderno il materiale mitologico: cioè, quanto del suo patrimonio può essere depositario di verità attuali. Ma soprattutto dobbiamo capire se ancora oggi usiamo le strutture di pensiero che hanno consentito di generare i miti del passato. Forse, quell’antica massa di materiale tramandato in racconti ben conosciuti che tuttavia non escludevano ogni ulteriore modellamento, è adagiata negli archetipi, nell’inconscio collettivo e si schiude alla storia, anche quando la storia dice di non scorgere in essa alcun aiuto alla crescita dell’uomo. Oggi più che mai, riflettere sul mito significa anzitutto riconoscere, e in parte subire, il fascino che la mitologia e il suo immaginario hanno sempre esercitato ed esercitano tuttora su di noi e sulla storia delle nostre conoscenze più recenti: fascino nato da una ininterrotta interpretazione la cui origine è all’alba della cultura scritta e che, da allora, si nutre di ogni analogia offerta dal corso della storia. Il termine mito, nei suoi molteplici slittamenti semantici, è sempre stato oggetto di attenzioni da parte degli studiosi, in quanto è il prodotto di esperienze e riflessi dell’immaginario in cui sono confluite tradizioni comuni a molteplici culture, anche se molto diverse tra loro. La somiglianza di forma e di contenuto tra i miti in passato aveva indotto i primi ricercatori a tracciare una sorta di mitologia comparata, con azzardi poligenetici quasi sempre afilologici. Secondo una certa linea interpretativa, la mitologia, al contrario della religione, prolifera nell’ignoranza, quando la ragione si disgrega. Si tratta di ipotesi che oggi non sono condivise da tutti gli studiosi, in quanto una certa percentuale di mito è parte integrante della ragione; lasciarle il suo spazio all’interno della ragione vuol dire aprire la mente a tutta una serie di creazioni dell’immaginario che, nel bene o nel male, hanno un loro ruolo. La presenza dell’attività mitopoietica non è quindi indice di una forma patologia del pensiero, come suggeriva Tylor ma rivela soprattutto la complessità del pensiero stesso, in cui agiscono numerose operazioni intellettuali. Innegabilmente, non si può nascondere che l’approfondimento critico conduce - forse paradossalmente - alla consapevolezza della difficoltà di giungere a una definizione precisa del mito. Secondo l’accezione più diffusa il mito è il “concetto o idea che non corrisponde alla realtà, o che appare destituita di valore razionale o, anche, pratico; desiderio, speranza, o progetto inattuabile; sogno, utopia. Immagine, vicenda, situazione, opinione che appare frutto dell’immaginazione o di un distorcimento della realtà; fantasia, fantasticheria. Concezione o costruzione intellettuale fondata per lo più su immagini contraddittorie, su intuizioni o su accostamenti arbitrari”. Ma è una definizione sufficiente? Se osserviamo il significato ufficiale del termine e delle sue derivazioni, constatiamo che generalmente sono indicati come concetti legati alla fantasia, a quanto non esiste realmente, non corrispondente al reale e via di seguito. Quindi, per rispondere alla precedente domanda, saremmo tentati di considerare il mito, secondo la definizione ufficiale, come espressione di una non realtà o, al limite, come l’esagerazione della stessa. Però un sostrato reale esiste e trova una propria nicchia di coerenza nelle pieghe del razionalismo totalizzante, divenuto uno status preminente che ha chiuso le porte, ogni porta, al metafisico. Pertanto, appare possibile che l’effettiva dimensione dei fatti inerenti al mito non vada ricercata in una evoluzione intrinseca ai modi di pensare, quanto piuttosto in una svolta ideologica dell’Occidente, dalla quale ha preso consistenza una interpretazione che nega ogni valenza a quando esula dal dominio della logica concettuale. L’analisi strutturale di Lévi-Strauss ha tentato una valutazione scientifica del materiale mitologico, giungendo a isolare dei singoli mitemi: unità elementari che possono dirci molte cose (anche appoggiandosi alle ipotesi junghiane sugli archetipi) sulla diffusione del pensiero mitico, pur in culture molto lontane, il tutto senza ricorrere ad azzardate comparazioni. Altri studiosi, come Dumézil e prima di lui Bachofen, per quanto criticati sul piano ideologico e metodologico, hanno avuto il merito di porre in rilievo la difficoltà di un approccio scientifico al mito, suggerendo invece una ricerca storica sui miti di culture concretamente rappresentabili. In questo modo, ponendo in luce gli elementi comuni a varie mitologie “indoeuropee”, e ipotizzando una loro origine comune, si è creduto nella possibilità di scorgere all’interno delle singole culture strutture sociali simili. Ma noi siamo certi che per apprezzare e forse capire il mondo mitico di Tolkien non occorrano tanti sofismi filologici, basta aver ancora la voglia di fantasticare e lasciare ai simboli libertà vigilata, almeno per un po’. Perché in Tolkien vi è una trasposizione di simboli e motivi epici che appartengono al ricchissimo bagaglio della tradizione occidentale, con una coerenza e una legittimità che può avvicinare la trilogia de Il Signore degli Anelli alle grandi epopee della Materia di Bretagna, del Mabinogion, dell’Edda. Guardare alla Terra di Mezzo è come scorgere il riflesso del grande sogno tolkieniano: dare vita a un corpo di leggende collegate tra loro che spaziasse dalla favola romantica al mito cosmopoietico, e far sognare la gente. |






