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Piccolo è bello: l'ambiente morale della Terra di Mezzo Stampa
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L’estrema coerenza di Tolkien con il mondo della Tradizione non si limita al contenuto e alle modalità della narrazione ma si estende compiutamente al patrimonio simbolico. Non fa eccezione la descrizione della natura e del paesaggio che sono anch’essi intrisi di simboli.

Gilberto Oneto

Per tutte le culture tradizionali l’ambiente era un insieme formato dall’intima unione di elementi animati e inanimati, e il funzionamento e l’armonia complessiva dipendevano dalla qualità (dalla “salute”) di ciascun componente e dall’armonia dei loro rapporti.

L’intero mondo era collegato e tutto contribuiva alla qualità generale: si tratta di una idea che la migliore ecologia contemporanea ha riscoperto e di cui è stata dimostrata la bontà anche in termini scientifici.

Anche in questo caso la scienza è arrivata, tardi e dopo un lungo cammino di sperimentazioni, errori e sofferenze, a riproporre verità che la Tradizione possedeva nel suo patrimonio sapienziale e nella sua pratica quotidiana di vita. L’ambiente era formato da mille parti dotate di personalità e spiritualità, ma aveva anche una propria organicità simbolica rappresentata da una divinità (spesso identificata con la Terra Madre) che aveva valenza universale. Il rispetto delle regole che garantivano l’armonia complessiva era localmente (a livello di comunità organica) assicurato e impersonificato dal potere tradizionale il re (o del capo della comunità umana), la cui salute e moralità erano lo specchio della salute e della moralità (intesa come rapporto con il tutto) della terra. Egli non governava (e non rappresentava) solo gli umani ma anche ogni presenza ambientale e il territorio, nel senso di aggregazione armonica di tutte le sue componenti (oggi si direbbe di ecosistema), di cui era egli stesso la simbolica rappresentazione.

Questa visione aveva come corollario l’identificazione fra i caratteri morali e quelli estetici sia della terra che delle sue personificazioni: proprio come negli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti, un territorio in buona salute e ben governato deve anche essere bello e, viceversa, una terra malata (e mal gestita, o gestita con ingiustizia) non può che essere brutta. È un principio presente in tutte le culture europee antiche, che è stato ripreso dal cristianesimo medievale e poi abbandonato dal modernismo, salvo poi venire recuperato dalle più avanzate scienze paesaggistiche. L’identificazione si estendeva coerentemente all’aspetto fisico delle persone e dei singoli luoghi, all’architettura e alla produzione artistica: religioni, ideologie, governi e comunità “buoni e giusti” meritavano di essere circondati e rappresentati dal bello e, per contro, la bellezza estetica era il sicuro specchio di moralità.

Tolkien riprende questa idea nella sua essenza: nelle sue narrazioni i “buoni” sono belli, e i “cattivi” sono brutti. Ma soprattutto dove dominano i “buoni” la natura è bella e rigogliosa, e dove domina il male essa è sconvolta, abbrutita e desolata. La natura generata nell’atto primordiale della Creazione è per definizione “bella” per rapporti armonici: sono la malvagità e l’ignavia degli uomini e delle ideologie che la fanno diventare brutta. In questi casi, è l’uomo con la sua fede, la sua fatica e con la sua ritrovata “moralità” che la può riportare allo stato di grazia e di bellezza: in questo senso si deve leggere, ad esempio, il rapporto con l’ambiente del Piccolo è bello: l’ambiente morale della Terra di Mezzo di Gilberto Oneto (in perfetto equilibrio fra quelli che Dubos ha chiamato il “conservazionismo francescano” e “l’interventismo benedettino”), e la speciale attenzione delle civiltà tradizionali ma anche del Cristianesimo premoderno per la bellezza nell’architettura e nell’arte.

L’influenza dei caratteri morali del “governo” sulla qualità del territorio è una costante della narrazione tolkieniana. Essa coinvolge innanzitutto una sorta di primordiale e apodittica relazione fra la luce (portatrice di vita biologica) e le tenebre (negazione di ogni vitalità positiva). Il regno di Sauron è il dominio del buio e della notte; i Nazgûl, gli orchetti e i trolls non sopportano la luce del giorno; tutti quelli che scelgono il male, come Gollum, non tollerano il sole. La luce che promana dalla fiala di Galadriel è un’arma formidabile contro i servitori di Sauron. In realtà però Tolkien è perfettamente consapevole della maggiore complessità e compiutezza dei simboli: la Tradizione non distingue infatti in maniera semplicistica e manichea fra luce e buio, ma riconosce la qualità dell’unione degli opposti e del giusto equilibrio, quasi alchemico, fra i vari ingredienti del mito che perdono di significato se utilizzati in maniera distorta, separata e alternativa.

La completezza è Il Vecchio Uomo Salice. Fatta di unione di opposti e quindi anche di giorno e di notte.

Faramir ed Eowyn si uniscono alla fine della lotta (e della divisione dei due segni): i capelli scuri di lui e quelli luminosi di lei significano il ritorno dell’armonia fra tenebre e luce. Lo stendardo reale bianco e nero rimpiazza quello bianco fino ad allora utilizzato.

Al matrimonio del re, Frodo dice a Gandalf: “Infine comprendo perché abbiamo aspettato! Questa è la fine. Adesso non soltanto il giorno sarà splendente, ma anche la notte sarà meravigliosa e benedetta, ed ogni paura svanirà!” Sulla qualità formale del paesaggio l’apporto simbolico è anche più evidente e immediato. La diffusione del potere di Sauron è segnalata e testimoniata proprio dalla distruzione del territorio, dal suo “abbrutimento”: in certi momenti la disgregazione della bellezza sembra addirittura diventare l’obiettivo del male e non più solo una sua manifestazione. È significativo che a Elrond, nel descrivere compiutamente il nemico, Galdor abbia detto che “Sauron può torturare ed annientare persino le colline”.

Dalla torre oscura si estende il buio, e la terra viene devastata e resa sterile tutto attorno, fin dove arriva il potere del male. Nella narrazione dell’avvicinamento al centro da cui Sauron tenta di conquistare il mondo l’identificazione simbolica è evidentissima: scompare la luce, si azzerano le stagioni e la natura muore. “Frodo si guardò intorno inorridito. Se le Paludi Morte e le aride brughiere delle Terre di Nessuno erano spaventose, di gran lunga più immondo era il paesaggio che il giorno svelava lentamente al suo sguardo restio. Persino al Lago delle Facce Morte sarebbe giunto qualche spettro sparuto della verde primavera; ma lì mai più sarebbero ritornate la primavera e l’estate. Ivi nulla viveva, nemmeno le escrescenze lebbrose, i parassiti della putredine. Gli stagni boccheggianti erano soffocati da cenere e da fanghi mobili di un bianchiccio malsano, come se le montagne avessero vomitato la feccia delle loro viscere sulla terra intorno. Alti tumuli di roccia stritolata e in polvere, grandi coni di terra inaridita dal fuoco e macchiata di veleno si ergevano in file interminabili come in un osceno cimitero che una luce riluttante scopriva lentamente.”

E ancora: “(..) il terzo giorno le campagne incominciarono lentamente a cambiare aspetto: gli alberi diminuirono e poi scomparvero del tutto. Sulla riva est alla loro sinistra, lunghi pendii deformi si stendevano innalzandosi verso il cielo; parevano bruni ed avvizziti, come se un incendio li avesse spazzati, senza risparmiare un solo filo di verde: un deserto ostile, ove né un albero tronco, né un ardito macigno interrompessero la monotonia del vuoto.”(5) Il menzionato principio dell’identificazione tradizionale fra qualità morali di “governo” e qualità fisica del territorio è particolarmente evidente, ad esempio, nel ciclo arturiano, che rappresenta il momento più alto della congiunzione fra cristianesimo e tradizione celtica.

Nella Cerca del Graal le Forze di Dio sostengono la luce e la fertilità, e quelle del male hanno a che fare con il buio e la devastazione. Quando il sovrano (che impersonifica le qualità del popolo e della comunità) vive una vita piena di forza, di certezze e di “moralità”, la terra è rigogliosa, bella e produttiva: i dolori e le debolezze del re si tramutano per contro nella decadenza della terra, nella sua sterilità e nella sua bruttezza. I rituali stagionali, che scandivano il calendario tradizionale, proclamano che le vite della terra, del popolo e del re sono interconnesse. Nel racconto tolkieniano, questo segno si concentra su Aragorn.

Il suo nome, in lingua dùnedain significa “albero reale”, egli guarisce le vittime del Nazgûl con l’uso dell’erba athelas (“foglia di re”), come prova del suo potere di sovrano ma anche di guaritore. Ioreth, il veggente di Gondor dice di lui: “Le mani del re sono mani di guaritore, in tal modo si può riconoscere il vero re”.(6) In gioventù è chiamato Estel, che significa “la speranza” (simbolizzata dal colore verde) e sale al trono con il nome di Elessar, (“pietra degli Elfi”, “gemma elfica”) che è lo smeraldo, la pietra vegetale per eccellenza. In più Aragorn è letteralmente un “re di Maggio”: è incoronato il primo giorno di Maggio, Beltane. Sposa Arwen al solstizio di estate, il “giorno di mezza estate” che – secondo Frazer - era la festa più diffusa fra i popoli indoeuropei, che era spesso festeggiata con l’elezione di un re e di una regina, con l’erezione di un palo o di un albero, e durante la quale si ballava e si bruciava l’effigie del male, ritualizzando l’eterno ritorno della nuova vita.

Anche Sam e Rosa Cotton si sposano il primo giorno di Maggio. Sam Gamgee è un giardiniere, e alla fine è quello che ripianta con le sue mani gli alberi nella denudata Contea. La fioritura del mallorn segnala il matrimonio di Sam proprio come il ritrovato Albero di Gondor quello di Aragorn: in questo Sam è la controparte minore di Aragorn, entrambi ripropongono su piani diversi della gerarchia simbolica il segno di un antico legame. Sauron è sconfitto all’inizio della Primavera, il 25 marzo. Questa data diventerà il Capodanno nel ritrovato regno dei Dùnedain. Il 25 marzo è nel calendario cristiano la festa dell’Annunciazione, il giorno del concepimento di Cristo, dell’inizio della rinascita del mondo.

Il segno più chiaro, forte ed evidente dell’alleanza fra il bene e la “buona” natura sono gli alberi, che della vitalità della natura sono la più diretta rappresentazione. Gli alberi parteggiano per il bene e all’occorrenza partecipano alla lotta dei giusti. Gli Ent che distruggono gli orchetti combattono la stessa buona battaglia delle foreste di Birnam, di Teutoburgo e della Litana. Il male – sembra volerci ricordare Tolkien - non può prevalere contro la forza primordiale della foresta. Così se l’abbattimento degli alberi costituisce una sorta di presa di possesso del territorio da parte delle forze del male, la loro ripiantagione ne segna la liberazione, la simbolica rinascita. Gli avvenimenti della Contea sono in questo senso paradigmatici: Saruman ordina l’abbattimento degli alberi, innanzitutto di quelli che rivestono un significato speciale e poi di tutte le piante in generale, riproducendo in piccolo l’azione nefasta di conquista per distruzione che Mordor stava effettuando su scala generale. Non viene qui operata la semplice e drastica distruzione di ogni forma di vita ma l’eliminazione mirata, ideologica, delle forme di vita ritenute “buone”.

La Contea perde il suo carattere di terra serena e felice, frutto di una Età dell’oro premoderna, e assume i connotati sempre più inquietanti di un paesaggio moderno, industriale, sporco, e privato di ogni identità. Quello che gli Hobbit della Compagnia trovano al loro ritorno somiglia a certi nostri paesaggi contemporanei. Il ritorno alla Contea: “Fu una delle ore più tristi della loro vita. La grande ciminiera si ergeva innanzi a loro, e man mano che attraversavano l’antico villaggio, passando davanti a lunghe file di squallide case nuove, videro il nuovo mulino in tutta la sua sporca bruttezza: un grosso edificio di mattoni a cavallo del corso d’acqua, che esso inquinava con i suoi vapori e i luridi rigurgiti. Lungo tutta la Via di Lungacque gli alberi erano stati abbattuti. Quando attraversarono il ponte e guardarono in direzione del Colle, rimasero con il fiato mozzo. Persino la visione apparsa a Sam nello Specchio non l’aveva preparato ad una cosa simile. Il Vecchio Granaio sul lato occidentale era stato demolito, e sostituito da filari di orridi capannoni. Tutti i castagni erano scomparsi. Gli argini e le siepi erano rotti. Grandi carri occupavano un campo ove un tempo cresceva un prato. Via Saccoforino era un’immensa cava di sabbia e di pietrisco. Casa Baggins era nascosta alla vista da un groviglio di capanne. “L’hanno abbattuto!”, gridò Sam. “Hanno abbattuto l’Albero della Festa!”. Mostrò il punto in cui si trovava l’albero sotto il quale Bilbo aveva pronunciato il suo Discorso di Addio. Adesso giaceva secco in mezzo al campo”.

È infatti l’abbattimento degli alberi il segno più insopportabile del tentativo di distruzione di una comunità, della sua identità, della sua cultura e delle sue libertà. “La perdita più grave e dolorosa era quella degli alberi. Per ordine di Sharkey, erano stati abbattuti senza criterio e in quantità enorme in tutto il territorio della Contea”. “Stanno sempre a martellare, e fanno uscire un fumo nero e puzzolente; a Hobbyville ormai non c’è pace neanche di notte. E scaricano sudiciume per puro piacere: hanno inquinato tutto il basso corso dell’Acqua, e stanno per rovinare anche il Brandivino. Se vogliono trasformare la Contea in un deserto, ci stanno riuscendo bene”. “Tagliano gli alberi e li lasciano per terra, incendiano le case e non ne costruiscono altre”.(9) Gli alberi sono per le culture tradizionali europee il segno dell’Axis Mundi, sono il centro e il supporto dell’universo, sono lo Yaggradrasil che mette in comunicazione la terra con il cielo, sono la metafora dell’origine della comunità, sono il senso del popolo, gli danno saggezza e immortalità. Abbattere l’albero totemico e sacro di un popolo significa distruggere il popolo stesso. La storia antica, ma anche quella moderna (sia pur in forma meno palese) sono piene di atterramenti simbolici di alberi come l’Irminsul dei Sassoni: anche nel Signore degli Anelli questo simbolo è ben presente, con funzione centrale. Alberi magici o sacri sono al centro di Valinor, Eressea, Numenor e Gondor: il loro sradicamento rientra negli obiettivi primari di Sauron, la loro rinascita simbolizza la vittoria sul male. Il ritorno alla felice normalità della Contea è segnata dalla rinascita della vegetazione: “La primavera superò ogni sua più ardita speranza. Gli alberi cominciarono a germogliare e a crescere; il tempo sembrava aver fretta, come se un anno contasse per venti. Nel Campo della Festa spuntò uno splendido alberello: aveva la corteccia argentata e lunghe foglie, e in aprile si coprì di fiori dorati. Era un mallorn, e divenne la meraviglia del vicinato. E dopo alcuni anni, quando crebbe in grazia e in bellezza, la sua fama dilagò, e la gente veniva da lontano per vederlo: l’unico mallorn ad ovest delle Montagne e ad est del Mare, ed uno dei più belli del mondo”.

La descrizione della liberazione e della rinascita della Contea è una delle pagine più belle di tutto il racconto tolkieniano ma è anche una sorta di manifesto politico antitotalitario, antimodernista (con toni, ad un certo punto, quasi luddisti), libertario, localista e ambientalista, non nel senso becero di certo ecologismo apolide ma nel robusto riferimento alla tradizione e alla cultura identitaria.

La visione ambientale di Tolkien è quella del Schumacher di Piccolo è bello, del determinismo fisiografico della migliore paesaggistica moderna, del Thoreau di Walden, della lotta all’industrialismo devastante di tutte le ideologie novecentesche. I nemici della natura sono anche i nemici delle libertà e delle culture tradizionali, sono i Romani delle centuriazioni, il deserto islamico, i Giacobini che abbattevano foreste e monumenti, l’incubo progressista delle ciminiere, la devastazione ambientale della follia globalista.

Per difendere la Terra Madre, e noi con essa, – sembra dirci Tolkien - ci vogliono grandi libertà e piccole comunità identitarie.

 
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