sussidiario.net

www.valinor.it

www.avsi.org/

www.sensoreligioso.it

logo

Intervista a Quirino Principe Stampa
Biblioteca

Un pò di cavolate dal primo curatore del libro italiano. Peccato.

Carlo Stagnaro

Se oggi, anno 2002, possiamo recarci al cinema e vedere il film di Peter Jackson, La Compagnia dell’Anello, è poiché un serio e puntiglioso filologo di Oxford, John Ronald Reuel Tolkien, amava raccontare fiabe ai propri figli. Da quelle fiabe egli trasse un libro, Il Signore degli Anelli, che ha venduto la bellezza di 110 milioni di copie in tutto il mondo. Esso uscì in Inghilterra, sotto forma di trilogia, tra il 1954 e il 1955.

Solo una ventina di anni dopo riuscì a scavalcare le Alpi e a imporsi al pubblico di lingua italiana.  Fece una fatica boia, poiché nel paese di Umberto Eco la letteratura per essere considerata “in” deve rispondere ad almeno tre requisiti. Primo, essere noiosa. Secondo, essere “realista” (cioè “brutta”). Terzo, affrontare temi classificabili come “denuncia sociale”. Il Signore degli Anelli non è nulla di tutto ciò, anzi. Per dirla con Tolkien, non tratta di lampadine elettriche, ma di fulmini. Parla dritto al cuore e, piuttosto che da una desolata periferia urbana, sembra sgorgare dai più profondi recessi dell’animo umano.

Se dunque anche noi, pur con grande ritardo, abbiamo potuto apprezzare tale opera, è stato grazie al coraggio di una casa editrice, la Rusconi, che nel 1970 affrontò l’impresa colossale della pubblicazione di un “tomo” di oltre 1300 pagine – e grazie, soprattutto, alla santa testardaggine di tre uomini: Alfredo Cattabiani, Elémire Zolla e Quirino Principe. Con quest’ultimo, curatore del volume e artefice di un ottimo intervento in occasione del convegno recentemente promosso dalla rivista Endòre a Brescia, abbiamo discusso sul “fenomeno Tolkien”. Che è destinato, per così dire, a vincere di mille secoli il silenzio.  La letteratura “in” rimarrà invece per sempre inchiodata al gigantesco sbadiglio che, un giorno, verrà assunto a paradigma del Ventesimo Secolo.

<Professor Principe, da cosa nasce la sua idea di promuovere l’edizione italiana del Signore degli Anelli?

Dopo che, nel 1969, avevo rotto i rapporti con l’editore Garzanti, fui invitato da Alfredo Cattabiani (che aveva appena assunto la direzione editoriale della nuova Rusconi Libri) a collaborare come consulente.  Fra i primissimi titoli che videro la luce fu Il Signore degli Anelli di Tolkien, di cui Cattabiani aveva in mano il primo volume di una edizione italiana “virtuale”. Vittoria Alliata di Villafranca aveva tradotto, giovanissima, l’intera trilogia: adottando anche diverse soluzioni che io non avrei accettato. L’Editrice Ubaldini, poi scomparsa, aveva pubblicato La Compagnia dell’Anello con l’intento di proseguire nell’opera, ma in realtà non andò oltre.  Cattabiani mi diede questa traduzione e i tre volumi dell’edizione inglese originale (Allen & Unwin).  Li lessi e capii subito di avere tra le mani un grande capolavoro; dissi dunque che il libro andava senz’altro fatto: fu così messo in cantiere per il 1970. In quell’anno avevo appena pubblicato il mio primo libro, che riguardava la scuola e quello che vi stava accadendo. Ero molto contento di me stesso.  La mia “presunzione”, però, pagò il fio all’inizio dell’estate, quando Cattabiani mi affidò il lavoro di curatore del Signore degli Anelli. D’altra parte, questo era per me una sorta di dovere morale: non potevo tollerare che un simile libro cadesse nelle mani di un incompetente. In fondo, avevo anche il conforto di Elémire Zolla, che aveva già scritto una illuminante prefazione.

<Quali furono i suoi compiti di curatore?

Dovetti rivedere il volume, cambiando totalmente i criteri di adattamento italiano dei nomi propri (dei luoghi, delle persone, degli animali, eccetera). A me fu affidato il compito di tradurre integralmente tutte le parti in versi.  Molto pesante fu il lavoro relativo agli altri due volumi, sui quali agii molto sostanzialmente. Sono troppo gentiluomo per dire di meritare la qualifica di co-traduttore, ma non credo di aver fatto molto meno. A me spetta, in ogni caso, il merito di aver tradotto (con gli opportuni adattamenti) la sezione sulle lingue della Terra di Mezzo.  Sono davvero molto fiero del mio lavoro sulle appendici.

<Come fu il suo rapporto con Il Signore degli Anelli?

Quando il libro uscì, io mi ero talmente immerso in questa realtà che, per molti anni della mia vita, ne fui profondamente investito. All’epoca mio figlio aveva un paio di anni, e crebbe in un mondo tolkieniano. Le fiabe che gli raccontavo erano per lo più tratte dal Signore degli Anelli, con il “das” fabbricavo personaggi tratti da quella saga che poi coloravamo insieme, e così via. Fra l’altro, io disegnai la carta geografica pubblicata nel romanzo (quella realizzata dallo stesso Tolkien uscì nel volume intitolato Immagini, esso pure da me curato).  Per me quel mondo divenne un riferimento estetico ed etico (a me l’etica non interessa se non come conseguenza di scelte estetiche). Naturalmente, questa mia identificazione si è ridimensionata con il tempo; si è allontanato l’oggetto, ma basta poco perché io provi le stesse emozioni che provavo allora.  Devo dire che, nel corso degli anni, ho riflettuto molto su Tolkien e ho trovato sempre più motivi di ulteriore ammirazione nei suoi confronti. Mentre la narrativa fantasy, scadentissima in genere e detestabile, banale, didascalica, scende nella mia valutazione sempre più in basso, Tolkien sale sempre più in alto.

Non esito a dire che Il Signore degli Anelli potrebbe essere considerato uno dei grandi testi “sacri” dell’Occidente, poiché è un libro fortemente occidentale quanto a visione del mondo – non è un caso che la Contea sia posta a nord-ovest della Terra di Mezzo e che il male sia posto a sud-est. Quindi, Mordor è l’Islam e i Talebani mentre la Contea è l’Occidente di Elgar, di Eliot, di Auden, eccetera. Purtroppo, questo è l’Occidente di ieri: oggi tutto è corrotto, svirilizzato, se mi passa l’espressione direi addirittura “senza palle”.

Ciò che mi sembra importantissimo in Tolkien, poi, è che questo autore è del tutto indipendente da ogni visione religiosa.

<Vuole chiarire questo punto?

Io ho un grande sogno, che è quello di un occidento- centrico e di un pagano: vorrei liberare il mondo dalla massima infamia che lo abbia mai oppresso, cioè le religioni, tutte le religioni. Mi pare che questo libro sia un meraviglioso modello di come si possa essere nobili, alti, di come si possano costruire valori estetici sublimi senza bisogno di un banale appello alla religione. Nel Signore degli Anelli non c’è un solo riferimento alla religione. Le sue parole mi fanno venire in mente quelle dello stesso Tolkien che, a chi gli chiedeva se il suo romanzo fosse un’allegoria della realtà, rispondeva che piuttosto sarebbe stato corretto parlare di “applicabilità”.

<Che ne pensa?

Siamo perfettamente d’accordo. Non c’è alcuna allegoria, poiché quel mondo non ha bisogno della realtà. So benissimo che la Divina Commedia è un’allegoria, e ciò nonostante la considero il più alto testo dell’Occidente (e siccome penso che l’Occidente sia l’unica civiltà degna di questo nome, il più alto testo del mondo intero). Ma, attenzione! Quando si parla di allegoria c’è sempre un’insidia. Proviamo a dedurre un’etica tolkieniana: non è possibile! Non è un caso che la Rusconi di allora (non la Rusconi degradata degli ultimi tempi) accanto al nome di Tolkien abbia posto il nome di un altro grande: Ernst Jünger, cui ho dedicato pari energie ma più estese nei tempi; uno scrittore assolutamente areligioso, pagano, alto, nobile, non consolatorio…  Un libro come quello di Tolkien non serve a redimere la realtà, per un semplice motivo: a me della realtà non interessa nulla. Il mio disprezzo per l’esistente è totale. Per me è molto più reale la Terra di Mezzo che non i vari primi ministri o procuratori della repubblica o chissà chi; essi sono destinati a scomparire nel nulla. Non si deve quindi dedurre dal Signore degli Anelli alcuna conseguenza pratica. Si può, però, usare tutto ciò che ci viene dato per reagire al mondo. Io sono andato avanti per anni usando citazioni tolkieniane per vivere meglio nell’orrendo mondo quotidiano, il mondo delle leggi, della burocrazia, del rapporto con i cosiddetti superiori.  La mia liberazione da un lavoro dipendente, seppure bellissimo come quello dell’insegnamento, è stata guidata proprio dalla lettura dell’ultima parte del Signore degli Anelli.

Naturalmente, ripeto, si tratta di una applicabilità che non si è obbligati a mettere in pratica. Allora mi lasci citare una frase dalla trilogia tolkieniana. Ai due Hobbit Merry e Pipino che gli chiedono come intenda schierarsi, Barbalbero risponde: “Io non sono dalla parte di nessuno, perché nessuno è del tutto dalla mia parte… [anche se vi sono] casi in cui io sono del tutto dalla parte opposta”. Che ne dice? Mi pare una citazione molto bella e pienamente in sintonia con quello che dicevo poco fa. Se vogliamo immaginare che questa sia una metafora universale, misteriosa come tutte le metafora, ma che sia anche lecito trarne un frammento di applicabilità verso la situazione corrente – nei confronti, per esempio, del politicamente corretto – l’indipendenza di un uomo di cultura autentico si vede proprio nel non essere qualificabile come questo o come quello, ma vi sono dei momenti in cui io sono proprio quell’altro, quello che dice di no.  La funzione di un uomo di cultura è proprio quella di dire di no quando tutti dicono di sì, e magari di dire di sì quando tutti dicono di no; e ancora di spiegare perché, fra quelli che dicono di no, alcuni hanno ragione e altri hanno torto.

Pensi a un uomo coraggioso come Guido Ceronetti, che negli anni ’70 sembrava essere addirittura un rivendicatore del misticismo, della metafisica, eccetera, e che invece oggi, di fronte a questo vergognoso cadere ai piedi del Papa, non ha esitato a tirare le orecchie a un povero prete ucciso da un albanese che si era preso in casa in nome della solita, bolsa retorica terzomondista.  Pover’uomo, ha detto Ceronetti, però ben gli sta: così impara a riempirci il paese di albanesi, di negri e così via. Claudio Magris dal Corriere lo ha ripreso dicendo che era evidente essere Ceronetti malato.

Sappiamo che qualcuno, tra l’Oder e gli Urali, amava “curare” i dissidenti. Fin da quando Il Signore degli Anelli è uscito in Italia, si è assistito a un vergognoso e assurdo dibattito tra pseudointellettuali se Tolkien sia di destra e di sinistra. Ma, secondo lei, in Tolkien non c’è un aspetto anarchico che rifugge ciascuna e ognuna di queste classificazioni? Certo. Un editore intelligente come Cattabiani non poteva non avvicinare due personaggi come Tolkien e Jünger.

Entrambi ci presentano, al vertice dei loro gradimenti (non uso la parola “valori”, che detesto) delle figure dolcemente ma coraggiosamente anarchiche. Gli Hobbit rispettano le regole non perché qualcuno glielo imponga, ma perché è bello rispettarle. L’anarca non è uno che dà fuoco alle macchine o che rompe le vetrate, come quei fessi dei noglobal che combattono la globalizzazione e poi si danno un nome nella lingua più bolsa, cioè questo pseudo-inglese. L’anarca è uno che guarda il mondo e rispetta le regole anche per un principio di ironia: vediamo un po’cosa succede.

Di solito la persona intelligente, e quindi l’anarca che è il più intelligente di tutti, sa rispettare le regole molto meglio. L’anarca non è un egualitario, bensì l’antiegualitario per eccellenza: è colui che dichiara che la vera differenza non è orizzontale, tra destra e sinistra, ma verticale, tra ciò che è superiore e ciò che è inferiore. Se io andassi in un ambiente di sinistra e dicessi che sono di destra o viceversa, ci sarebbe forse qualche mormorio di disapprovazione, ma verrei accettato come persona seria. Ma se io andassi in un ambiente qualsiasi e dicessi: “Io sono una persona di qualità superiore e voi siete palesemente inferiori”, non ne uscirei vivo e forse qualche magistrato mi manderebbe un avviso di garanzia per razzismo. Quindi la disputa se Tolkien sia di destra o di sinistra è di una tale imbecillità che se uno per caso mi chiedesse la mia opinione in merito, gli direi: “A un fesso come lei non rispondo, perché la vita è una e non posso perdere il mio tempo a discutere con un imbecille”.

<Stando così le cose, si può dire che l’Anello è sia di destra che di sinistra?

Essendo esso circolare, l’Anello è la quintessenza della forma geometrica perfetta. Quanto più noi andiamo verso destra, tanto più spuntiamo a sinistra e viceversa. Questa è la suprema verità; noi non arriviamo mai alla fine di qualcosa poiché tutto è nello stesso tempo finito e infinito. Quindi tempo e spazio sono illusori, il mondo reale è illusorio, la materia è illusoria, Dio è illusorio… Come si concilia con la sensibilità anarchica di Tolkien il fatto che, alla fine del romanzo, Aragorn rifondi il Regno di Gondor? Nella grande metafora tolkieniana vi sono giudizi politici universali molto precisi. Non, naturalmente, discussione politiche di bassa lega: non si discute di uomini politici da quattro soldi, ma di grandi figure storiche.

Quegli uomini che respirano in grande: penso all’Impero di Carlo V, all’Impero asburgico, all’Impero Romano… Qual è il dovere supremo di chi governa? E’ quello di assumersi tutte le responsabilità. In questa nostra vicenda sciagurata ciò che ci fa più soffrire è la totale de-responsabilizzazione di chiunque. Se qualcosa non funziona e lei si rivolge alla persona che dovrebbe essere il rappresentante di quel tale settore nella pubblica amministrazione, questi le risponde: “Faccia un esposto… A me non interessa, io faccio il mio dovere”. Il re, se è un re vero, si assume la totale responsabilità. In mancanza del re, si ricorre a un dittatore. In questo senso, non possiamo credere che l’Europa redimerà l’Italia; poiché la moneta cattiva scaccia quella buona, dobbiamo piuttosto aspettarci che sarà l’Italia a infettare l’intera Europa, e il centro dell’infezione sarà nel nostro Sud.

A me vengono le lacrime agli occhi per la commozione e sono percorso da brividi di gioia estetica quando penso a Costantino XII Paleologo, l’ultimo Imperatore romano d’Oriente, che nel 1453, quando i turchi ormai dilaganti (per colpa del Papa, che non aveva voluto che le potenze cattoliche europee difendessero gli scismatici bizantini) invadono quel che rimane dell’Impero, esce dal palazzo con la spada in pugno e muore combattendo. Questo è un uomo; di questo genere di persone ha bisogno l’Occidente.

La morte dell’ultimo imperatore di Bisanzio, a scorno di questo vile Occidente che si occupa solo dell’euro o delle rogatorie internazionali o di simili fesserie, è il simbolo che dovrebbe incarnarsi in un capo responsabile. Il quale, però, deve essere messo in condizione di pagare i suoi errori con tanta più crudeltà quanto maggiore è il suo potere. La più libera forma di governo, ha detto Charles Maurras, è la monarchia assoluta corretta dal frequente regicidio. Nel Signore degli Anelli, d’altronde, la regalità è affrontata in modo molto problematico; Aragorn prende le proprie decisioni solo dopo aver consultato gli umili Hobbit, e il Concilio di Elrond rappresenta un momento di grande democrazia.

Questo perché Tolkien ne comprende i gravissimi difetti: il suffragio universale, la sindacalizzazione, il fatto che il voto di chiunque abbia lo stesso valore. È scandaloso che il voto di Paolo Bonolis abbia lo stesso valore del suo o del mio! Lei si sente più Hobbit, Elfo, Nano, Uomo od Orchetto? Se le rispondo mi dirà che sono presuntuoso… come aspetto fisico sono un Orchetto, ma per essenza mi sento un Elfo.

<Andrà a vedere il film di Peter Jackson?

Certo. Sono un cinefilo accanito, ho il cinema nel sangue, e anche i film mediocri mi servono come documentazione per riflettere. Aspetto con interesse il film, anche se ho l’impressione che il vecchio film di Ralph Bakshi fosse superiore, quantomeno perché lasciava più spazio per sognare. D’altra parte, è sempre meglio fare un film sul Signore degli Anelli che sulla vita di Padre Pio, no?

 
home search