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Vite spezzate: gli orrori durati settant’anni Stampa
Comunismo

Dario Fertilio

Vent’anni fa, quando era uno sconosciuto fotografo polacco, Tomasz Kizny partì per l’Unione Sovietica. Voleva immortalare l’orrore dei gulag, prima che venisse cancellato dalle censure e dal desiderio diffuso di oblio. Oggi il suo viaggio è terminato, e il risultato è un libro fotografico, il più impressionante e completo che si conosca sull’argomento. Quando partì, Kizny aveva ventotto anni e li aveva vissuti pericolosamente, fondando un’agenzia giornalistica clandestina che distribuiva immagini proibite sulla dittatura di Varsavia.

Qualche tempo prima, un tale gli aveva raccontato una storia destinata a cambiargli la vita. L’uomo gli aveva confessato di essere stato in uno dei luoghi innominabili dove il regime sovietico mandava le persone da eliminare. Chissà come, era riuscito a tornare. Di un momento irripetibile, l’annuncio della sua liberazione, aveva conservato alcuni scatti fotografici e glieli aveva mostrati: si vedeva lui stesso, l’ex detenuto Stanislaw Kialka, mentre pattinava sul ghiaccio di un campo, tra cumuli di neve in uno sfondo desolato di baracche. Quella fotografia tratteneva, attraverso gli anni, la gioia incredula e irrefrenabile provata dal sepolto vivo nell’attimo in cui usciva a rivedere la luce. Una specie di euforia o ubriachezza. Stanislaw Kialka volteggiava goffamente, alzava un pattino da ragazzino giocherellone, spalancava le braccia come un buffo uccello che volesse spiccare il volo.
Quelle fotografie e la storia di Stanislaw Kialka, pur eccezionali, non rappresentavano soltanto se stesse: alludevano per contrasto alla sorte degli altri, quei milioni, quelle decine di milioni di vittime mai tornate dai campi. In quel momento passò per la mente del giovane Tomasz un pensiero pazzo: perché non percorrere a ritroso la strada che Stanislaw Kialka aveva imboccato verso la salvezza? Era possibile riportare alla luce tutto ciò che era stato sepolto dalla neve artica e dalla paura ideologica che ancora incuteva il comunismo? Esistevano altri Stanislaw Kialka, o loro discendenti, che conservavano la memoria e immagini di quanto era successo?
Il giovane Tomasz Kizny prese la sua strada, e non fu certo una passeggiata. Suscitò sospetti, ostilità, anche odio. C’era chi aveva qualcosa da nascondere, chi non voleva compromettersi o aveva paura delle conseguenze. Però alla fine, da vecchie cassapanche e album ingialliti di famiglia uscirono le fotografie proibite: la più impressionante sequenza fotografica sui gulag, ora pubblicata in Francia.
Si vedono detenuti in marcia verso la morte, attraverso un bosco della Carelia. Poi un uomo di mezza età, qualificato dai funzionari come «anonimo numero 2»: nel suo incartamento è scritto che, appartenendo a una setta cristiana e considerando il bolscevismo opera del diavolo, prima di essere ucciso si è rifiutato di toccare i documenti che avrebbe dovuto firmare. Ci sono volti allucinati di prigionieri, corpi di moribondi adagiati in un’infermeria immersa in una luce spettrale. Si riconosce il poeta Viktor Khorodtchinski, internato a sedici anni e fucilato a ventiquattro, con un’aria giovanile di sfida. Si assiste alla profanazione della tomba del fondatore di un monastero, nelle isole Solovkì, per convincere il popolo che anche i corpi dei santi sono corruttibili. E poi, schiavi costretti a scavare un canale navigabile fra il lago Onega e il Mar Bianco; prigionieri agonizzanti, con al fianco infermiere sorridenti. Rappresentazioni teatrali grottesche, con sottofondo orchestrale: una specie di scherno infernale per i morituri. Gelidi funzionari in visita ai lager, visibilmente soddisfatti di sé. Distese di neve punteggiate da baracche e altri edifici sinistri, adibiti a qualche lavorazione segreta.
Si passa in rassegna tutto questo, sfogliando l’album di fotografie raccolte da Tomasz Kizny. Dalle isole Solovkì al Belomorkanal, dalla spedizione nel Vaigatch alla infernale Kolyma descritta nei suoi celebri racconti da Salamov, da Vorkuta ai gulag in rovina vicino a Magadan. La maggior parte delle fotografie conserva una nitidezza folgorante, dà l’impressione di assistere a ciò che là avvenne.
Un po’ come certe immagini dei lager rendono reale e "concepibile" l’Olocausto, questo sterminio è sottratto non solo all’oblio, ma all’idea stessa che il male assoluto non si possa rappresentare.

 

Il libro di Tomasz Kizny, «Goulag», Editions Balland, pagine 495 con 550 fotografie

 
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