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Giacinta e Francesco proclamati Beati Stampa
Fatima

La Chiesa pone sul lucerniere i pastorelli Francesco e Giacinta due fiammelle che Dio ha acceso per illuminare l'umanità nelle sue ore buie e inquiete

.Giovanni Paolo II dinanzi all'enorme assemblea di fedeli raccolta presso il santuario di Fátima proclama Beati i due bambini ai quali Maria affidò il suo Messaggio

13 maggio 2000: Giovanni Paolo II è a Fátima, ai piedi della Vergine Maria. È una giornata di sole luminosa. Una giornata di fede radiosa. Una giornata anche ecclesialmente solare.
È una data che risplende di luce nel lungo, sofferto cammino umano, sacerdotale e pastorale di questo Pontefice. Il figlio è in ginocchio dinanzi alla Madre per dirLe il suo grazie intimo, palpitante. Per rinnovare la sua trepida riconoscenza per essere stato "salvato dalla morte" in quel tragico 13 maggio 1981. Per affidarLe "la forza della testimonianza" dei tanti che nel corso del secolo hanno tribolato ed offerto la vita a causa della fede. Per deporre dinanzi a Lei, sul "lucerniere" della santità, i due pastorelli Francesco e Giacinta, testimoni straordinari delle apparizioni della Madonna nella Cova da Iria. Due "piccoli privilegiati dal Padre", due "luci amiche" che rischiarano il cammino della moltitudine di pellegrini lungo i sentieri del nuovo millennio.

È una giornata che agli occhi dello spirito e allo sguardo della storia appare ancora più solare dinanzi alle "ore buie e inquiete" delle vicende dell'umanità nel secolo appena trascorso. Nella preghiera del Papa è racchiuso il grazie di tutta la Chiesa. È racchiuso, in fondo, anche il grazie - consapevole o inconsapevole - dell'intera umanità verso Giovanni Paolo II, intrepida guida del popolo di Dio nel passaggio cruciale tra il secondo ed il terzo millennio.
Di questo grazie è stata testimonianza visibile l'immensa assemblea di fedeli che ha partecipato al solenne rito di beatificazione. Un fiume d'anime che per tutta la notte è rimasto in orante raccoglimento dinanzi a "Nostra Signora".

Di questo grazie è stata espressione singolare, alta, significativa, il gesto compiuto dal Papa nella serata di venerdì 12, al suo arrivo a Fátima. Giovanni Paolo II ha donato alla Vergine l'anello offertogli dal Cardinale Stefan Wyszynski nel 1978, in occasione della sua elezione alla Cattedra di Pietro. E con esso ha deposto ancora una volta ai piedi della Madonna il cuore riconoscente di un vibrante Pontificato profondamente e intensamente mariano.

Ai tanti record già raggiunti durante il suo pontificato — è il primo Papa ad aver chiesto perdono per le colpe degli uomini di Chiesa, è quello che ha viaggiato di più, quello che ha proclamato più santi e beati — domani Giovanni Paolo II ne aggiungerà un altro. I due fratellini portoghesi Francesco e Giacinta Marto, morti quando avevano 11 e 9 anni, saranno infatti i più giovani beati della storia. La Chiesa aveva già elevato agli altari dei bambini: ma si trattava di martiri, di vittime di violenze. Come Maria Goretti, che aveva dodici anni quando fu uccisa. Diverso è, invece, il caso di Francesco e Giacinta Marto, «i più giovani beati, non morti in martirio, nella storia della Chiesa», fu detto un anno fa dopo che il Vaticano annunciò la decisione di proporre questi due bambini al mondo come esempio di santità.

Già: ma perché mai due bambini dovrebbero essere «un esempio di santità»? Come può una così breve vita essere un modello per ogni cristiano? Che cosa possono avere fatto, di straordinario, due bambini?
L’alone di mistero che circonda i fatti di Fatima può suggerire una risposta immediata, istintiva: la Chiesa beatifica Francesco e Giacinta perché furono due veggenti. Ma è una risposta sbagliata. I due pastorelli nati all’inizio del secolo ad Aljustrel, un paesino vicino a Fatima, non vengono beatificati perché videro la Madonna e parlarono con lei, ma per come vissero. Così come Bernadette Soubirous non è santa perché vide la Madonna a Lourdes, ma perché dedicò tutti i suoi giorni a Dio; e così come padre Pio non è stato beatificato per i misteriosi «poteri», ma per l’eroicità della sua vita.
Per capire come la Chiesa possa avere considerato esemplari i pochi anni di esistenza terrena di Francesco e Giacinta, è utile la testimonianza di João Marto, fratello dei due piccoli beati.
João Marto è morto il 28 aprile scorso, a 94 anni, ma poco prima aveva rilasciato un’intervista pubblicata in un libro uscito in questi giorni, «Reportage da Fatima», scritto dai giornalisti Renzo e Roberto Allegri (editrice Ancora, 223 pagine, 28.000 lire, prefazione del noto mariologo René Laurentin). In quell’intervista João Marto ha raccontato che, quando Francesco e Giacinta riferirono delle apparizioni, in casa «nessuno credette». «Pensavamo — ha detto — che fosse una cosa impossibile e che Francesco, Giacinta e Lucia si fossero inventati tutto».

Ma, aggiunge il fratello maggiore dei due pastorelli, «il loro comportamento era molto cambiato. Pregavano, facevano sacrifici... Erano diventati molto più sereni». E, quando i due fratellini furono colpiti dalla terribile «spagnola» che li avrebbe uccisi, l’incredulità di João Marto fu messa a dura prova: «Già nella seconda apparizione la Madonna aveva detto che Francesco e Giacinta sarebbero morti presto, mentre Lucia sarebbe rimasta a lungo su questa terra per testimoniare le apparizioni. Io non facevo che prenderli in giro per questa profezia. Ma quando nel ’19 Francesco si ammalò e morì, il mio scetticismo cominciò a vacillare».

Poi, il 20 febbraio del 1920, morì anche Giacinta. «Io pensai molto a quello che i miei fratellini avevano detto. E al fatto che tutto si era avverato. Mi resi conto allora che qualcosa di straordinario doveva essere veramente accaduto, e cominciai a cambiare idea su quei fatti».

Ma non è neppure per questa dimostrazione di sincerità che Francesco e Giacinta vengono ora beatificati. La Chiesa li considera due esempi di fede e di speranza perché, come racconta ancora il fratello maggiore, durante la malattia «non si lamentavano mai, non avevano paura delle sofferenze, continuavano a pregare, a offrire la loro vita a Dio per la conversione dei peccatori». «Meriti», questi, assurdi per chi non crede, e comprensibili solo nella prospettiva di quel vangelo che, non a caso, è considerato «scandalo e follia».
Naturalmente, in questa vicenda c’è anche quel «sigillo» che per la Chiesa è l’indispensabile prova di santità, e cioè un miracolo compiuto post mortem. Il 20 febbraio 1989 all’Istituto per malati cronici «San Francesco» di Leira, capoluogo della regione in cui si trova Fatima, Maria Emilia dos Santos, una donna immobilizzata a letto da ventidue anni e giudicata inguaribile, riprese inspiegabilmente a camminare. Quel giorno era l’anniversario della morte di Giacinta: «Riflettevo su quella morte che mi commuoveva — racconta la donna — e intensificavo le mie preghiere». Fino ad accorgersi di potersi muovere: «Il mio cuore venne invaso da una gioia immensa... Rimasi ancora per un po’ ferma sotto le coperte, incredula... Mi feci coraggio e decisi di alzarmi».

Passata al vaglio delle varie commissioni mediche, questa guarigione è stata ritenuta dalla Chiesa «miracolosa», e avvenuta per intercessione dei due pastorelli di Aljustrel. Che vissero, è vero, meno di un soffio. Ma davanti a Dio mille anni sono come un giorno, e un giorno come mille anni.

 

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