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Infinito sofferente Stampa
La Passione di Gibson

Gesù vince la morte. Non è il lieto finale, il colpo di scena della Sua storia.
Vince per noi. È solo e semplicemente per noi. Lui non ne ha bisogno.
L'Infinito Dio accetta di morire come ogni uomo perché ogni uomo possa vivere per Lui, grazie a Lui.
Vivere per la vita, nella certezza della vita, sapendo che neanche un capello del nostro capo andrà perso. Figurarsi il nostro amore, la nostra fatica, il nostro lavoro quotidiano…

Abbiamo gratitudine per il film di Gibson che mostra la realtà della sofferenza di Gesù Cristo. Fin dalla prima scena ci aiuta a capire quanto satana abbia in odio noi uomini, precisamente perché inferiori alla sublimità delle creature angeliche cui lui appartiene, e quanto odia Dio per il semplice fatto che ama noi, uomini cattivi e imperfetti. E satana sfida Gesù perché non crede che Dio possa davvero accettare un odio così cieco e brutale senza reagire. "Non puoi amarli davvero fino a questo punto" sembra dire satana tutte le volte che viene inquadrato mentre assiste alla Passione.
Ma gli uomini sono davvero la Sua Passione.
E satana ne resta sconfitto, smascherato, vinto e precipitato.
Dio vive davvero, ora, una Passione Infinita e sacrificata, dolorosa e totale per ciascuno di noi.
Il Suo Sacrificio, vissuto quella volta sul Calvario e per sempre, è presente ora nella personale vita di ognuno di noi.
Compiuto allora ma presente ora, non semplicemente perché il Sacramento dell'Eucaristia lo perpetua in ogni giorno della storia, di ognuno e di tutti, ma perché la sofferenza dell'Infinito è totalmente in atto. Ora.
Dio è amore, cioè Infinito Sofferente.

Sofferente perché posso rifiutarLo.

Per me è ancora possibile appartenere alla morte. Vivere per la morte.
Non possiamo seriamente pensare che Dio non soffra infinitamente di tutto quello che accade in questo mondo. Non semplicemente per i fatti spaventosi, per l'odio disumano, per troppi che sono disperati… ma per ciascuno di noi: per la vittima e per il carnefice. Anche perché Dio ama davvero e infinitamente anche il carnefice. E soffre della morte eterna di cui egli, il carnefice, è già ora schiavo.
Ma c'è un sofferenza ancora più infinita, se possibile, per l'Infinito: è la nostra tiepidezza, quella dei "suoi".
A noi è affidato l'annuncio della Croce a tutti gli uomini: ai tanti pagani ricchi e sazi delle nostre città, ai tanti disperati, agli uomini che credono al Dio lontano dell'Islam e di altre fedi.
"Andate e battezzate": la nostra tiepidezza, o persino il nostro prendere le distanze dalla Sua Croce, dalla Sua infinita sofferenza per noi, è il tradimento di Giuda.
Ma cosa possiamo annunciare di Gesù Cristo se non la Croce, lo scandalo della Croce?
Gesù Cristo crocifisso è Risorto, è Dio: la Misericordia è la verità della vita.
Muoviamoci ad annunciarlo, perché il tempo è breve.
Il film di Gibson si chiude con l'immagine di Gesù Risorto che esce. Dove va? Se è vivo si può incontrare. Dove? Come?
Dobbiamo entrare in scena noi, per rendere ogni uomo partecipe e non più spettatore del Suo amore infinito. Infinito Sofferente.

Che era dunque l'uomo.
Quell'uomo.
Che era venuto a salvare.
Del quale aveva rivestito la natura.
Non lo sapeva.
Come uomo non lo sapeva.
Perché nessun uomo conosce l'uomo.
Perché una vita d'uomo.
Una vita umana, come uomo, non basta a conoscere l'uomo.
Tanto è grande. E tanto è piccolo.
Tanto è alto. E tanto è basso.
Cos'era dunque l'uomo.
Quell'uomo.
Del quale aveva rivestito la natura.
Suo padre lo sapeva.

E' che il Figlio di Dio sapeva che la sofferenza Del Figlio dell'Uomo è vana a salvare i dannati,
E sconvolgendosi più di loro della disperazione,
Gesù morendo pianse sugli abbandonati.
Della disperazione comune.
Più dì loro sconvolto per la loro disperazione, per la disperazione stessa,
più di loro della loro propria disperazione.
Aveva la stessa disperazione di loro.
Ma lui era Dio: quale non l'ebbe.
Mentre sentiva salire a lui la sua morte umana,
Senza vedere sua madre in pianto giù e dolente,
Dritta ai piedi della croce, né Giovanni, né Maddalena,
Gesù morendo pianse sulla morte di Giuda.
Morendo della sua morte, della nostra morte umana,
soltanto, pianse su quella morte eterna.
Lui il primo dei santi sul primo dannato;
Lui il primo grande dei santi sul più grande dannato;
Lui l'autore, l'inventore della redenzione,
Sul primo oggetto della dannazione,
(…)
Allora vedendo Giuda.
Che lo tradì.
Che Io consegnò.
(…)
Che s'impiccava laggiù l'abbandonato supremo,
Da qualche parte, sotto un fico di quel paese.
E che il denaro serviva per il campo del vasaio.
Tutto il passato gli era presente.
Tutto il presente gli era presente.
Tutto l'avvenire, tutto il futuro gli era presente.
Tutta l'eternità gli era presente. Insieme e separatamente.
Vedeva tutto in anticipo e tutto nello stesso tempo.
Vedeva tutto dopo.
Vedeva tutto prima.
Vedeva tutto durante, vedeva tutto allora.
Tutto gli era presente dall'eternità.
Conosceva il denaro e il campo del vasaio.
I trenta denari d'argento.
Essendo il Figlio di Dio, Gesù sapeva tutto,
E il Salvatore sapeva che Giuda, l'amato,
Non lo salvava, dandosi interamente.
Ed è allora che seppe la sofferenza infinita,
E' allora che conobbe, è allora ch'egli apprese,
E' allora che sentì l'infinita agonia,
E gridò come un folle la spaventosa angoscia,
Clamore che fece vacillare Maria ancora in piedi,
E per pietà del Padre ebbe la sua morte umana.
(Péguy

 
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