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Lo scandalo della Passione di Cristo Stampa
La Passione di Gibson

Lucetta Scaraffia

Non ci dobbiamo stupire che faccia scandalo e susciti tanto clamore. Non dobbiamo dimenticarci che lo scandalo è nel cristianesimo stesso, nell’idea che gli uomini abbiano ucciso Dio, e che Dio abbia scelto di morire per la salvezza dell’uomo. Il cristianesimo è l’unica religione in cui Dio, invece di essere lontano e superiore, scende fra gli uomini e ne assume la sofferenza. È proprio questa la differenza che disturba tanto e fa del cristianesimo la religione meno compatibile con le altre, quella meno accettata dalla secolarizzazione.

In fondo, un Dio lontano, che decide sì il destino degli uomini, ma senza mescolarsi a loro, è un’idea meno sconvolgente di quella di un Dio che soffre per noi diventando come noi. E questo è il motivo di fondo per cui il film di Gibson dà tanto fastidio e provoca tanto turbamento.

E questo succede proprio perché il film è molto bello, forte ma al tempo stesso raffinato, perché esprime l’esperienza iconografica dell’arte sacra occidentale e perché ha scelto un registro linguistico originale che aggiunge realismo alla narrazione.

Certo, un film scomodo perché ricorda, con un impatto fortissimo, che il nocciolo fondante del cristianesimo non è solo l’amore e la compassione, ma la tragedia incommensurabile di un Dio che si fa uomo e muore crocifisso dagli uomini, per poi resuscitare.

Questa verità, negli ultimi tempi, è stata spesso messa da parte, come è stato messo da parte ogni accenno alla vita dopo la morte. Gesù muore per la nostra salvezza, e risorge come ci ha promesso risorgeremo noi il giorno del giudizio.

La Passione si spiega e ha un senso solo in quest’ottica, e solo se si crede al peccato originale, cioè al male insito nel cuore dell’uomo. Dopo che l’Illuminismo ha cercato di cancellare il peccato originale, gli uomini hanno provato a vivere come se non ci fosse, continuando a negarlo anche davanti alle più immani sciagure.

“The Passion of Jesus Christ” va contro tutto questo, impedendo così ai cristiani di fare finta di essere solo dei volenterosi “umanitari” che lavorano accanto agli altri “buoni” per migliorare il mondo in cui viviamo. Davanti alla Passione l’impegno sociale e il volontariato sbiadiscono, come perde centralità il darsi da fare in questo mondo, mentre il destino dopo la morte torna a essere al cuore della scena cristiana.

E la Passione ci ricorda, con crudele evidenza, che il cristianesimo è l’unica religione capace di dare un senso alla sofferenza e di avvicinarsi in modo così drammatico al suo mistero. Quando il Cireneo viene chiamato dai soldati per aiutare Gesù a portare la croce ha, come prima reazione, quella di dire: “io non c’entro, non ho fatto niente, sono innocente”. È la reazione più normale davanti al dolore, alla sofferenza: all’opposto l’esempio di Gesù, che accoglie la sofferenza come strumento di salvezza per sé e per gli altri.

Questa caratteristica del cristianesimo è stata senza dubbio resa sgradevole e banalizzata dal dolorismo (anche di molti santi) ottocentesco, e si è preferito per questo, negli ultimi tempi, lasciarla da parte, ma Gibson la ripropone con una forza e una purezza scabra che ne restituiscono tutta la novità e la potenza.

È un film non solo ben fatto, ma molto importante per il cristianesimo contemporaneo e per i molti “indifferenti” che lo vedranno, perché segnerà un prima e un dopo, costringendo a una riflessione sul modo di essere cristiani oggi che non può che farci bene.

 
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