Pubblichiamo ampi stralci dal libro di Andrea Tornielli, pubblicato da "Il
GIornale" ed allegato al numero di martedì 6 aprile 2004, invitandovi
alla lettura di un testo che aiuta a comprendere il fenomeno di cui tutti parlano.
Avendo qualche ragione in più. E poi ad andare a vedere il film.
"Questo film nasce dalla stessa teologia che ha dato origine all'Olocausto"
(rabbino Shamuel Herzfeld); ""La Passione di Cristo" è
un film di orrore e squartamenti alla "Pulp Fiction" e "Kill
Bill" di Quentin Tarantino" ("New York Times"); "È
il film più violentemente antisemita dai tempi delle pellicole di propaganda
nazista della Seconda Guerra mondiale" ("Daily News"); "Il
film di Gibson non è antisemita ma produrrà un nuovo antisemitismo"
(Abraham Foxman); ""La Passione di Cristo" è senza ombra
di dubbio un film antisemita: e chiunque affermi il contrario non sa nulla,
o fa finta di non sapere nulla, della storia iconografica dell'antisemitismo"
(Leon Wieseltier); "Non credo che questo film affogato di stereotipi possa
far rinascere un antisemitismo legato brutalmente all'accusa di deicidio rivolta
per secoli agli ebrei… Penso piuttosto che quella rimozione emotiva possa
spuntare da un'altra parte, cioè nella vicenda israelo-palestinese"
(Moni Ovadia); "Vedendo quelle sofferenze si penserà che la colpa
è degli ebrei. Così si torna indietro di secoli" (Franco
Zeffirelli); "Gibson piace a una Chiesa pulp, che crede ai miracoli avvenuti
durante le riprese e annunciati nel sito del film: una Chiesa lacrimosa ed orgogliosa,
sprezzante verso la liturgia del postconcilio, bisognosa di una nuova oscurità
densa nella quale sentir di nuovo gocciolare sangue e dolore" (Alberto
Melloni); "Vorrei che tutti i sacerdoti cattolici del mondo vedessero questo
film. Spero che tutti i cristiani possano vederlo, tutta la gente della Terra.
L'antisemitismo, come tutte le forme di razzismo, distorce la verità
con l'obiettivo di mettere in cattiva luce l'intera razza umana. Questo film
non fa niente di simile. Fa sorgere dall'oggettività storica della narrazione
evangelica sentimenti di perdono, misericordia e riconciliazione" (cardinale
Darío Castrillón Hoyos); "Dopo essermi consultato con il
Segretario personale del Santo Padre S.E. Mons. Stanislaw Dziwisz, confermo
che il Santo Padre ha avuto l'opportunità di visionare il film "The
Passion of the Christ". Il film è una trasposizione cinematografica
del fatto storico della Passione di Gesù Cristo secondo il racconto evangelico.
È abitudine del Santo Padre non esprimere giudizi pubblici su opere artistiche,
giudizi che sono sempre aperti a diverse valutazioni di carattere estetico"
(Joaquín Navarro-Valls); "Ho maturato la convinzione che "La
Passione" farà un gran bene a milioni di persone" (rabbino
Daniel Lapin); "Antisemitismo, o, almeno, antigiudaismo? Non scherziamo
con parole troppo serie… Chiarissimo è, nel film, che ciò
che grava sul Cristo e lo riduce in quello stato non è la colpa di questo
o di quello, bensì tutto il peccato di tutti gli uomini, nessuno escluso"
(Vittorio Messori); "Ho avuto modo di vedere due volte il film di Mel Gibson:
non è un film antisemita" (padre Joseph Augustin Di Noia).
Si potrebbe continuare per pagine e pagine, riportando frasi virgolettate dei
più disparati commenti sul film "La Passione di Cristo", l'ultima
trasposizione cinematografica della figura di Gesù, firmata dall'attore
e regista Mel Gibson. Ne abbiamo trascritti alcuni, all'inizio di questo breve
lavoro, soltanto per far comprendere quanto infuocate e contrastanti siano le
opinioni (talvolta espresse senza aver visto il film) di fronte alla "Passione"
secondo Gibson. Le polemiche preventive, iniziate grazie al "giallo"
di un copione non definitivo "trafugato" e poi finito in pagina sulla
rivista statunitense "The New Republic", che hanno coinvolto alcune
importanti associazioni ebraiche americane, si sono trasformate in un traino
eccezionale per una pellicola che si sarebbe altrimenti presentata come ostica
e improbabile, essendo stata girata interamente in lingua originale (e "l'originale"
di duemila anni fa significa aramaico e latino). Tutti dicevano - e come dargli
torto? - che nessuno sarebbe andato al cinema a vedere un film parlato in lingue
incomprensibili e sottotitolato, senza il consueto doppiaggio. Eppure Bob Berney,
l'autore del "lancio" della "Passione di Cristo" negli Usa,
è riuscito soffiando pazientemente sul fuoco, a far sì che l'opera
di Gibson (l'indimenticabile, coraggioso e un po' svitato protagonista della
serie "Arma letale", l'indomito paladino della libertà scozzese
nella rude epopea di "Braveheart") diventasse l'evento cinematografico
dell'anno. Con un'abile strategia di marketing, che meriterebbe di essere oggetto
di ricerche specifiche, Berney ha diffuso su Internet, alle agenzie e ai giornali,
notizie vere o verosimili per attrarre l'attenzione sul film.
L'attacco diretto e frontale dell'"Anti Defamation League" contro
"La Passione di Cristo" ha contribuito a montare un caso mediatico
che non ha precedenti per altre pellicole dedicate allo stesso argomento e che
pure riproponevano il racconto evangelico, con l'identico coinvolgimento del
sinedrio giudaico nella condanna a morte del Nazareno. Con molto anticipo rispetto
all'uscita del film e senza alcuna cognizione di causa su quale sarebbe stato
il prodotto finale, l'opera di Gibson è stata bollata come "antisemita".
All'origine di questa grave accusa, che ci si deve augurare non sia stata lanciata
a cuor leggero, è sembrato esserci, più che il film non ancora
completato, le convinzioni dello stesso Gibson (notoriamente vicino al tradizionalismo
cattolico più estremo) e soprattutto di suo padre. Quest'ultimo, in varie
occasioni, aveva pronunciato frasi censurabili sull'Olocausto e sugli ebrei.
Certo, le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, ed è vero
che un'opera cinematografica, così come qualsiasi altra opera dell'ingegno
o dell'arte, andrebbe innanzitutto vista prima di pronunciarsi (una regola che
in questo caso non è stata applicata) e poi giudicata in sé, al
di là delle idee e delle tendenze dell'artista.
La preoccupazione di alcune organizzazioni ebraiche va comunque presa sul serio.
Anche se qui non stiamo parlando di un nuovo concilio, della nascita di una
nuova religione o comunque di un evento epocale destinato a cambiare i rapporti
tra cattolici ed ebrei (in fondo, come giustamente sottolineava il quotidiano
"Avvenire" il 26 febbraio, si tratta soltanto di un film), tutto ciò
che può soffiare sul fuoco dell'antisemitismo, soprattutto in questa
fase delicata e cruciale che sta vivendo il mondo contemporaneo, va evitato.
Si assiste al risorgere di sentimenti antisemiti in quell'Europa che nel XX
secolo è stata la culla dell'ideologia più orrenda, quella nazista,
che ha pianificato e sistematicamente attuato lo sterminio degli ebrei. Ha detto
Giovanni Paolo II ricevendo il 5 febbraio 2004 una delegazione dell'"American
Jewish Commitee" e ricordando la dichiarazione conciliare Nostra Aetate:
"Mentre ci stiamo avvicinando al quarantesimo anniversario di questo documento
storico, purtroppo vi è il grande bisogno che noi ribadiamo la nostra
assoluta condanna del razzismo e dell'antisemitismo. La violenza nel nome della
religione è sempre una profanazione per la religione. Al fine di contrastare
questa allarmante tendenza, è necessario che noi, insieme sottolineiamo
l'importanza dell'educazione religiosa che promuove il rispetto e l'amore per
gli altri".
La storia del cristianesimo è stata caratterizzata troppo a lungo da
forme odiose ed esecrabili di antigiudaismo, scaturite nell'emarginazione e
talvolta nella persecuzione degli ebrei. L'accusa di "popolo deicida",
seppur mai ufficialmente entrata nella dottrina della Chiesa cattolica, ha attraversato
i secoli. Basti pensare soltanto che nelle rappresentazioni medioevali della
Passione di Gesù, i sommi sacerdoti del sinedrio e la folla degli accusatori
di cui parlano i Vangeli veniva raffigurata da persone che indossavano gli stessi
abiti usati nei ghetti dagli ebrei contemporanei.
È interessante comunque notare che già mezzo millennio prima del
Concilio Vaticano II, unanimemente indicato come una storica svolta nei rapporti
del cattolicesimo con l'ebraismo, la dottrina a questo riguardo era chiara e
"colpevolizzava" molto più i cristiani peccatori che gli ebrei
di allora. Si legge infatti nel Catechismo del Concilio di Trento: "Se
i nostri peccati trassero Gesù Cristo N. S. al supplizio della croce,
coloro che si tuffano più ignominiosamente nell'iniquità, di nuovo,
per quanto è da loro, crocifiggono in sé il Figlio di Dio e lo
disprezzano. Delitto ben più grave in noi che negli Ebrei. Questi, secondo
la testimonianza dell'Apostolo, se avessero conosciuto il Re della gloria, non
l'avrebbero giammai crocifisso (I Cor. 2, 8); mentre noi, pur facendo professione
di conoscerlo, lo rinneghiamo con i fatti, e quasi sembriamo alzare le mani
violente contro di lui" (par. 62, I peccati degli uomini causa della Passione).
Ed ecco invece la dichiarazione Nostra Aetate: "Sebbene autorità
ebraiche coi propri seguaci si siano adoperati per la morte di Cristo, tuttavia
quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere
imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né
agli ebrei del nostro tempo". Considerazione lapalissiana, verrebbe da
dire, ma purtroppo per molto, troppo tempo, non è stato così.
I cristiani, del resto, fanno risuonare ogni domenica nelle chiese di tutto
il mondo la loro professione di fede ricordando che il figlio di Dio "patì
sotto Ponzio Pilato" (non sotto Anna e Caifa), perché lì,
nel nome di quell'oscuro prefetto romano di Giudea, non soltanto è presente
un forte aggancio storico che salda per sempre l'avvenimento salvifico in un
tempo e un luogo ben definito, ma anche perché dai Vangeli (così
come dalle altre fonti) è assodato che la sentenza di morte fu pronunciata
ed eseguita dai romani, non dagli ebrei.
Già, i Vangeli. La "vera" polemica, più che contro il
film di Gibson - che si potrà criticare ampiamente per l'eccesso di realismo
e di brutalità nel descrivere flagellazione e crocifissione, ma che segue
fedelmente il racconto di Matteo, Marco Luca e Giovanni - sembra spostarsi sottilmente
proprio sui testi che raccolgono le notizie sulla vita e sugli insegnamenti
di Gesù. Ha scritto Leon Wieseltier, filosofo dell'ebraismo e responsabile
delle pagine culturali della rivista "The New Republic": "Gibson
si difende dicendo che questo (il film, nda) è esattamente ciò
che raccontano i Vangeli: ma i Vangeli non sono documenti storici sicuri e affidabili.
L'idea che Gibson ha dell'autenticità non ha nulla a che fare con la
verità storica. Da un punto di vista storiografico, non esiste nessuna
"verità" dei Vangeli. Perciò il ritratto che ha dato
degli ebrei non è altro che il frutto della sua immaginazione".
Ecco, dunque, il nodo della questione. Non "La Passione di Cristo",
che è soltanto un film, ma il fatto che essa si ispiri e riproponga piuttosto
alla lettera quella "verità" che secondo Wieseltier non esiste
perché i Vangeli "non sono documenti storici sicuri e affidabili".
Qui il problema diventa davvero cruciale. E non sarà inutile ricordare
quella frase che proprio Paolo VI, il papa "conciliare" e "progressista",
volle far inserire nella Costituzione Dei Verbum sulla divina Rivelazione: "La
santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con la più grande
costanza che i quattro Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità
(quorum historicitatem incunctanter affirmat), trasmettono fedelmente quanto
Gesù Figlio di Dio… operò e insegnò".
Dopo aver assistito a una proiezione in anteprima, il rabbino capo di Roma Riccardo
Di Segni ha affermato: "È un film che ci riporta indietro, che coniuga
le rappresentazioni sacre più retrive con il gusto culturale spietato
e sadico del nostro tempo e che soprattutto ignora la nuova sensibilità
della Chiesa, sia nella lettura di quel periodo storico, sia nei rapporti con
le altre religioni. Un'operazione semplicistica, quindi pericolosa". "Oggi
per la Chiesa - continua Di Segni - certe interpretazioni sono uno scandalo,
perché andarle a riesumare? La dichiarazione conciliare Nostra Aetate
ha trattato differentemente i fatti raccontati dai Vangeli, storicizzando la
responsabilità di quanto avvenuto a Gesù e sottolineando che non
si può comunque trasmettere la colpa nelle generazioni. Il film di Gibson
risulta invece impermeabile ai Concili". Il rabbino capo ha dunque chiamato
in cause le autorità della Chiesa, chiedendo loro di prendere posizione
sull'argomento.
La risposta non si è fatta attendere. Il portavoce vaticano Joaquín
Navarro-Valls, in un'intervista al quotidiano "Il Messaggero", ha
dichiarato che "è ragionevole pensare che non ci sarà alcuna
presa di distanza". "Il film - ha spiegato Navarro - è la trascrizione
cinematografica dei Vangeli. Se fosse antisemita il film, lo sarebbero anche
i Vangeli. Non dimentichiamo che il film è pieno di personaggi ebrei
"positivi": da Gesù a Maria, al Cireneo, alla Veronica, alla
parte di folla commossa, etc. Se un racconto del genere fosse antisemita, ciò
porrebbe un problema di dialogo ebraico-cristiano perché equivarrebbe
ad affermare che i Vangeli non sono storici. Bisogna rendersi conto della serietà
di tali affermazioni". "Se il Papa ha visto il film - ha aggiunto
il direttore della Sala Stampa della Santa Sede - il silenzio successivo della
gerarchia è molto eloquente. Qui non c'è nulla di antisemita,
altrimenti lo avrebbero denunciato. La dichiarazione Nostra Aetate è
stata fatta dalla Chiesa cattolica e se essa in questo caso non ha reagito vuol
dire che non ne ha trovato i motivi". E al giornalista che chiedeva se
questo silenzio era da intendersi come "favorevole", Navarro ha concluso:
"È assolutamente chiaro, proprio perché non c'è nulla
da obiettare, altrimenti la gerarchia avrebbe parlato, sia il Vaticano, sia
gli episcopati locali".
Se dal film la questione si sposta sulla storicità dei Vangeli è
ovvio che la discussione si complichi. Certo, i biblisti ripetono che i Vangeli
non sono verbali di polizia, né manuali di storia, né documentari.
Troppo spesso, anche e soprattutto in casa cattolica, si tende oggi a insistere
su questo. S'inizia ricordando che gli evangelisti, in quanto credenti, partono
da un dato di fede e che la loro prospettiva è quella dell'annuncio,
e ha lo scopo di servire alla vita e alla catechesi delle comunità cristiane;
si finisce per "demolire" pagine e pagine del racconto evangelico,
parlando di "profezie storicizzate", di "incrostazioni"
dovute alle circostanze dell'epoca e dell'ambiente, di pie "aggiunte"
che dovevano servire a rafforzare il messaggio del "Cristo della fede"
ma che non appartengono al "Gesù della storia". […] Basterà
[…] ricordare l'importanza della testimonianza, dei fatti visti e raccontati
dai testimoni, dei mille particolari "visivi" presenti nel racconto
dei quattro Vangeli canonici, così diversi per sobrietà e asciuttezza
rispetto alle fioriture e alle coloriture dei vangeli apocrifi. Continuare a
ripetere oggi che il testo evangelico è annuncio ("kérygma")
e teologia non può infatti far dimenticare che esso trasmette prima di
tutto la testimonianza di coloro che "hanno visto". Su questa testimonianza
oculare del gruppo apostolico poggia tutta la fede della Chiesa. Il cristianesimo
è l'unica grande religione che nasce da un episodio di cronaca nera,
nella Gerusalemme occupata di duemila anni fa. Quando gli apostoli si riuniscono
per scegliere il successore di Giuda Iscariota, suicidatosi dopo il tradimento
di Gesù, stabiliscono quali siano le caratteristiche che il candidato
deve avere:
Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui
il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo
di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo,
uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione (Atti 1, 21-22).
Non tra i più colti, i più preparati, i più capaci a parlare
o a predicare, quelli dalla vita più onesta. No. La condizione per i
candidati ad entrare nel collegio dei primi dodici è che siano stati
testimoni di quegli avvenimenti. Che abbiano visto e sentito. Che abbiano seguito
Gesù, mangiato con lui, condiviso con lui l'esperienza della predicazione.
Che lo abbiano incontrato dopo la resurrezione.
Non possiamo tacere ciò che abbiamo visto e udito (Atti, 4, 20) dicono
Pietro e Giovanni trascinati davanti al sinedrio.
Date queste premesse, bisogna a nostro avviso andare con i piedi di piombo prima
di liquidare come "mitologia" le pagine dei Vangeli, che sono certamente
testi di fede, ma di una fede impastata di storia e di storie umane ad ogni
versetto. Bisogna almeno concedere la possibilità che quei testi contengano
il racconto dei testimoni tramandato alle future generazioni di cristiani, prima
di demolirli sulla base di affermazioni spesso dogmatiche e indimostrate. Tutto
questo soltanto per dire che il racconto più dettagliato, solido e diffuso,
il nucleo più antico e originario dei Vangeli, la Passione di Gesù,
cioè l'oggetto del film di Mel Gibson, non è una "favola"
che si possa così facilmente "correggere" o "riscrivere".
"La fede cristiana - ha scritto nel suo commento al Credo il cardinale
Dionigi Tettamanzi - crede dei fatti. Professa come vero e degno di fiducia,
fino a farlo diventare criterio decisivo di scelta di vita, un fatto reale,
quello della passione e della morte in croce di Gesù. Il cristianesimo
non consiste nell'andar dietro a favole artificiosamente inventate, non è
un insieme di teorie religiose, non è una filosofia, non è un'ideologia.
Non è una "gnosi", ossia una forma di conoscenza più
o meno elevata e più o meno originale, oscura e riservata ad alcuni seguaci.
Diversamente da quanto avviene anche oggi in certe forme di spiritualità
e di religiosità, la fede cristiana resta essenzialmente ancorata ad
avvenimenti che si sono realmente verificati e dai quali non può affatto
prescindere".
Del resto, il coinvolgimento delle autorità religiose ebraiche nella
Passione è cosa pacificamente accettata anche dagli studiosi più
minimalisti che pure contestano, soprattutto all'evangelista Matteo, un pregiudizio
antigiudaico. Afferma il biblista Giuseppe Barbaglio, la cui recente e poderosa
opera Gesù ebreo di Galilea (edizioni Dehoniane) rappresenta bene quella
ricerca biblica cattolica che non esita a bollare come "mitiche" molte
pagine evangeliche: "Sembra più esatto distribuire le responsabilità
tra i due: quella della pubblica accusa o del pubblico ministero, diremmo noi,
di Caifa e dei suoi collaboratori, e la responsabilità del giudice che
ha processato, condannato, e fatto eseguire la sentenza, che è tutta
di Pilato. Ed è questa partecipazione di influenti capi giudaici che
spiega come Gesù sia stato tradito davanti a un tribunale e non eliminato
direttamente, al pari del Battista, con un atto poliziesco".
Ha dichiarato il rabbino americano Daniel Lapin: "Per numerosi ebrei, l'uso
di "antisemita" risponde a un riflesso condizionato. Si deve peraltro
ricordare che tutte le fonti ebraiche classiche - come il Talmud e le opere
di un'autorità del secolo XII quale fu Mosè Maimonide - concordano
nell'affermare che nella morte di Gesù furono coinvolti anche gli ebrei.
Nel peggiore dei casi è ambiguo - e ignorante nel migliore - negare tale
complicità. Ovviamente, spero che tutti saremo pienamente d'accordo nel
dire che ciò non giustifica affatto l'ostilità verso gli ebrei".
Il Nazareno era ebreo, apparteneva alla stirpe di Davide, era considerato vicino
alla corrente ebraica dei farisei (che pure critica duramente), mentre allora
i capi religiosi del sinedrio appartenevano al gruppo conservatore sadduceo
e collaboravano con i romani. Non si può estrapolare da questo contesto
la storia di Cristo e nemmeno la vicenda della sua morte.
Va ricordato dunque che nella tradizione ebraica del Talmud ritroviamo, tra
molti altri, un passo che cita esplicitamente Gesù e la sua condanna
a morte per "stregoneria": "Veniva insegnato: alla vigilia di
Pasqua appesero Gesù. Un banditore andò in giro per 40 giorni
prima (dichiarando): "verrà lapidato per aver praticato la stregoneria,
per aver sedotto e condotto Israele sulla cattiva strada. Chiunque sappia qualcosa
in suo favore, venga e lo dichiari". Ma non trovarono alcuni in suo favore
e lo appesero alla vigilia di Pasqua" (b. Sanhedrin 43a). Il tema principale
di questo passo, spiega Robert E. Van Voorst nel suo recente studio Gesù
nelle fonti extrabibliche (edizioni San Paolo), "è la pratica legale
(ricordata solo qui nel Talmud) di mandare un banditore a proclamare i capi
d'imputazione contro una persona accusata di un crimine capitale e a sollecitare
testimonianze a sua discolpa… Vi è quasi unanimità di opinioni
sul fatto che l'accusato di cui si parla sia Gesù di Nazareth".
Nel brano si racconta dunque di una lunga ricerca di testimoni a favore del
Nazareno e non potrebbe essere più pronunciato il contrasto tra questa
descrizione di un procedimento lento e pubblico, e quella del processo veloce
e quasi segreto al quale fu sottoposto Gesù dal sinedrio secondo i Vangeli
canonici. "Questa è un'indicazione - sottolinea ancora Van Voorst
- che qui si tratta di una risposta di carattere apologetico alle affermazioni
di parte cristiana relativamente al processo ingiusto". Quanto alle accuse
di aver condotto Israele sulla cattiva strada praticando la magia, esse "sono
legate alla religione ebraica e non sono affatto collegate al dominio romano.
B. Sanhedrin 43a afferma che il sinedrio stesso ha condotto l'intero processo,
dall'arresto fino alla condanna a morte. Il "loro" usato all'inizio
e alla fine si riferisce al sinedrio".
Ha scritto l'intellettuale ebreo Marco Treves nella sua Lettera aperta a un
amico cattolico: "E i sacerdoti di Gerusalemme? Io non li voglio difendere
di certo. Erano uomini rapaci e violenti, avidi di danaro e succubi dei Romani…
Erano nominati dall'autorità romana, che li promoveva e destituiva a
piacimento. Il popolo ebreo li detestava come risulta da una canzoncina del
tempo. Se dal 15 al 18 i Procuratori cambiarono Sommo Sacerdote ogni anno e
poi lasciarono che Giuseppe detto Caiapha rimanesse in carica 18 anni, se ne
può dedurre che costui fosse più docile dei suoi predecessori
e più zelante nel contentare i padroni".
Siamo d'accordo che da queste constatazioni non si sarebbe mai dovuti arrivare
all'antigiudaismo cristiano. Siamo d'accordo sul fatto che bisogna vigilare
perché esso non rinasca sotto nuove forme e bisogna lavorare per una
collaborazione sempre più piena e una reciproca comprensione tra ebrei
e cristiani. Quanto all'antisemitismo, che è fenomeno ben più
grave, figlio del darwinismo e dunque di un'epoca moderna che si vantava di
aver tagliato il cordone ombelicale con i secoli "bui" del cristianesimo
ma ha partorito ideologie tremende come il nazismo e il comunismo, non si comprende
perché un film che ripropone i passi salienti dei Vangeli dovrebbe istigarlo,
quegli stessi passi che ogni anno, in occasione della Pasqua, risuonano letti
e meditati nelle chiese di tutto il mondo. Anche se è necessario non
abbassare mai la guardia e, soprattutto, non innalzare nuovi steccati in un
mondo dove se ne costruiscono ogni giorno, pure in nome della religione.
Un'altra critica rivolta a Gibson, dopo le prime proiezioni del film, è
stata quella dell'eccesso di violenza e di brutalità. Certe scene ricordano
le sacre rappresentazioni medioevali, l'iconografia barocca del Cristo flagellato
e crocifisso, taluni spaventosi volti dei quadri di Hieronimus Bosch. Gibson
ha chiesto al direttore della fotografia Caleb Deschanel di rendere le immagini
del film simili ai dipinti del grande Caravaggio, le cui tele sono caratterizzate
da una luminosità "naturale", ricavata dal forte contrasto
fra luce e ombra. L'autore ha scelto di servirsi, oltre che del racconto degli
evangelisti, delle visioni di una mistica stimmatizzata tedesca, Anna Katharina
Emmerick (un compendio della sua Passione del Signore è appena stato
mandato in libreria dalla San Paolo), nata nel 1777 in un villaggio rurale nei
pressi di Münster. La religiosa, non solo "veggente" ma anche
"agente", cioè coinvolta nelle sue visioni - il suo spirito,
come presente ai fatti contemplati, partecipava e soffriva con i personaggi
biblici che ne erano gli attori - ci ha lasciato un dettagliato racconto della
vita di Gesù e della Madonna. Morta nel 1824, sei anni prima aveva ricevuto
la visita del famoso scrittore romantico Clemens Brentano, cioè colui
che mise per iscritto le "visioni", continuando a chiederle di raccontarle
anche quando ormai la mistica era debolissima e sofferente. Le pagine con la
trascrizione delle visioni sono ben sedicimila. Diverse autorità ecclesiastiche
si sono pronunciate a favore dell'ortodossia dei racconti della Emmerick, della
quale si sta concludendo il processo di beatificazione, con il riconoscimento
di un miracolo a lei attribuito. Come il lettore vedrà quasi tutto ciò
che nel film non si riscontra nei Vangeli, è preso dalle visioni della
mistica stimmatizzata tedesca, che in particolare drammatizza ed esaspera le
sofferenze patite da Cristo durante la Passione, descrivendo le torture, la
terribile flagellazione, le tante cadute lungo la Via Dolorosa, lo strazio indicibile
della crocifissione.
Non si può dar torto a quanti, dopo la visione del film di Mel Gibson,
si sono detti sconvolti per la quantità di sangue e di violenza. Bisogna
però ricordare, con buona pace di chi oggi non vuole più sentire
parlare di morte, di dolore e di sofferenza, che la crocifissione era il più
infamante e terribile dei patiboli. Bisogna ricordare che il Nazareno non è
stato "giustiziato" con un'iniezione letale o con una rivoltellata
alla nuca. Certo, nel rievocare quella brutalità è utile e necessario
anche comprenderne il significato e magari chiedersi chi davvero fosse quel
galileo capace di sopportare volontariamente tale strazio per amore dell'umanità:
questa è la vera domanda che sottende il film, molto più interessante
di quella su chi ha davvero ucciso Gesù. Ha detto Paolo VI: "Proprio
la dolorosissima morte del Salvatore è stata la nostra fortuna e ci riempie
di gioia e d'amore. Gesù è morto non solo perché da noi
ucciso; è morto per noi. Egli, morendo sulla Croce, ci ha salvati. Per
noi Egli ha patito ed è morto… Effettivamente dalla Croce scaturisce
un torrente di misericordia e offre a noi, a tutti, l'inestimabile sorte di
essere perdonati, di essere redenti. Al punto tale che, con la liturgia della
Chiesa, chiameremo "beata" la crudele Passione del Signore, poiché
è fonte della nostra rinascita e della nostra felicità…
Possiamo, volendo, ricevere dalle lacrime, dal sangue, dalla morte di Cristo
il nostro gaudio, la nostra speranza, la nostra salvezza".
Due parole, infine, su questo libro. […] Ho riprodotto i testi di riferimento
(seguendo la traduzione ufficiale della Conferenza episcopale italiana), li
ho affiancati ai passi salienti delle visioni della Emmerick, facendoli precedere
o seguire dal racconto sintetico delle varie scene della "Passione di Cristo".
"Chi vive in regioni di antica cristianità - ha scritto su "Avvenire"
don Dario Viganò - può trovarsi in una paradossale condizione
di curiosità spenta su Gesù, come se già conoscesse tutto
e dunque possa permettersi un giudizio di sufficienza o di indifferenza. Per
questi l'esperienza dell'incontro con un testimone o con un'opera d'arte può
avere effetti benefici del tutto impensabili. Può segnare un itinerario
di ripensamento e riscoperta. Tuttavia - aggiunge - non è una ricostruzione
più minuziosa o ambiziosamente più attendibile (più attendibile
dei Vangeli?) a dare più certezza alla fede. Vivendo noi in una cultura
massmediale abbiamo mediamente una sensibilità più spiccata che
in altre epoche verso il linguaggio delle immagini. La loro eloquenza talora
"parla" al nostro cuore, meglio: al cuore dell'uno o dell'altro, mai
a tutti insieme. E tuttavia non ci sono "lacune" nei vangeli da rimediare
mediante il ricorso a ritratti devozionali, narrazioni d'arte, o a visioni che
appartengono all'esperienza spirituale di singole persone. Tutto può
essere d'aiuto ma tutto va misurato passo passo sul vangelo, senza unilateralità
ingenue o ideologiche che siano".
Un merito, mi sembra, sia indubitabile dover attribuire alla "Passione
di Cristo" secondo Gibson. L'uscita del film, il "caso" mediatico,
la grande operazione di marketing, la mobilitazione e le polemiche, hanno fatto
sì che per settimane - anzi per mesi - rotocalchi e giornali s'interrogassero
sulla figura di Gesù, sulle circostanze della sua Passione, sul significato
della sua sofferenza e della sua morte. […] Si parla di Gesù e
non soltanto di sport, di moda o di gossip. Almeno questo, al sanguigno Mel
Gibson di "Braveheart", andrebbe riconosciuto.