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La Passione di Cristo - Il film Stampa
La Passione di Gibson

P. Angelo M. Gaeta, 7 aprile 2004

Ritorna sul grande schermo la Passione di Cristo, ovvero il racconto delle ultime dodici ore di vita terrena di Gesù di Nazaret. Dopo il tentativo di altri registi, come Pasolini, Stevens e Zeffirelli, questa volta ci ha provato “con timore e tremore” l’australiano Mel Gibson, con meritato plauso, fondandosi esclusivamente sui Vangeli, integrati molto opportunamente e con discrezione da scritti Apocrifi e qualche Rivelazione privata (Caterina Emmerick, Maria Dagreda). Il film è stato girato negli studi di Cinecittà (Roma) e ai Sassi di Matera, coinvolgendo più di 1.000 persone tra attori (molti gli italiani) e comparse.

ImagePer due ore lo spettatore è tenuto ‘inchiodato’ sulla poltroncina a seguire la Passione di Cristo, in un coinvolgimento che prende sentimenti e commozione, e questo grazie anche agli effetti scenografici, ricavati dal forte contrasto fra luci ed ombre, tipico del Caravaggio, e all’ottima colonna sonora diretta da John Debney.

Il film inizia con la scena tenebrosa dell’agonia di Gesù nell’Orto del Getsemani e finisce nel bagliore di luce della Risurrezione; tra questi due momenti, di sconfitta e di vittoria, si svolge la drammatica vicenda del Figlio di Dio: l’arresto, dopo il tradimento di Giuda, il processo, la condanna, la crudele flagellazione ed umiliazione, l’agghiacciante crocifissione e morte. Dall’inizio alla fine c’è un crescendo impressionante di scene crude ma verosimili a quanto in effetti è potuto accadere a Gesù. Particolarmente mozzafiato è la flagellazione e la crocifissione del Cristo, dove i colpi senza fine dei flagelli e delle micidiali martellate suscitano nello spettatore orrore e compassione. Il sangue versato in abbondanza dal corpo del mansueto Gesù, ridotto tutto una piaga, mette in rilievo la volontà salvifica del Cristo e l’amore di Dio per l’umanità.

Apprezzabili sono i flashback che richiamano alcuni momenti lieti della vita di Gesù a Nazaret, durante la predicazione del Regno di Dio e della necessità di amare tutti, anche i nemici. Uno di questi richiami, ben opportunamente, è realizzato al momento della crocifissione e messo in parallelo con l’Ultima Cena di Gesù coi Dodici, ovvero quando Gesù pronuncia le parole dell’istituzione dell’Eucaristia “… questo è il mio Corpo…, questo è il mio Sangue”.

Lodevole è l’interpretazione che il regista fa del ruolo della Madonna nella Passione di Cristo, attraverso l’attrice ebrea rumena Maia Morgenstern. La Madre di Gesù segue fedelmente ma discretamente il figlio dall’arresto fino al Calvario: una donna forte, forse l’unica ad essere cosciente di ciò che si sta realizzando nel figlio e attraverso il figlio. E’ chiara l’impressione che Maria partecipi attivamente, sia pure in modo incruento, alla passione del figlio, e ciò manifestato attraverso sguardi silenziosi ma carichi di espressività, che forniscono allo spettatore il senso e la forza di un legame materno profondo. La madre proprio con la sua presenza e col suo sguardo sembra incoraggiare il figlio stremato a continuare, ad andare fino in fondo, per realizzare la Volontà del Padre. Momento commovente e carico di pietà è il montaggio incrociato del Gesù che cade sulla strade del Calvario sotto la pesante croce e del flashback di lui fanciullo che fa un ruzzolone, attirando l’attenzione della madre, la quale sollecitamente e maternamente corre per rialzare il suo bimbo abbracciandolo a sé e sussurrandogli “sono qui!”.

Un’altra scena mariana, extra evangelica, volutamente sottolineata dal regista, è quella in cui la Madre va a raccogliere il sangue di Gesù sparso nella crudele flagellazione, con dei pannolini donategli dalla moglie di Ponzio Pilato, Claudia, interpretata dall’italiana Claudia Gerini. Il Sangue di Cristo è prezioso strumento di redenzione e non va sciupato, sembra sussurrare il regista. Non poteva essere meno coinvolgente la scena di Maria sotto la croce. Ella è presente, intrisa del sangue del figlio, assiste, accetta, soffre ed offre insieme al figlio il sacrificio redentore. Non a caso una delle ultime scene è l’incarnazione della pietà michelangiolesca con la Madonna che guarda verso il pubblico in sala, come a coinvolgere lo spettatore nel suo dolore di madre, con l’invito a parteciparvi anche emotivamente.

Interessante è la figura del Cireneo, precettato dai centurioni romani, costretto a portare la croce del condannato. Il regista più volte mostra la suggestiva immagine delle braccia di entrambi incrociate nel portare la croce. Simbolo tipicamente francescano. La figura della Maddalena, interpretata dall’italiana Monica Bellucci, è sempre accanto a Maria, silenziosa ed attonita a causa della perdita dell’unico uomo che l’avesse difesa e non condannata.

La figura del demonio, ingrato compito affidato a Rosalinda Celentano, è presente dal Getsemani fino al Calvario, col suo sguardo truce che più volte si incrocia con quello di Gesù, innescando un espressivo duello. L’androgena presenza del demonio ricorda allo spettatore la forza del male e la sua possibile influenza su persone ed eventi, ma alla fine viene giudicato e sconfitto proprio da quell’atto minuziosamente progettato e realizzato nell’umiliante morte di Cristo sulla Croce.

Cosa dire?! Tutto sommato un buon film, anzi no, un ottimo film, sotto tutti i punti di vista, direi quasi ‘ispirato’, in cui il regista ha voluto dare la sua interpretazione alla Passione di Cristo, offrendo una meditazione cattolica della Passione, presentandola al mondo, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti, e a tutti gli uomini di buona volontà, con la più assoluta fedeltà alle fonti storiche, senza pretese di dissolvere il Mistero. Il regista ha voluto essere tanto fedele da usare il linguaggio corrente ai tempi di Cristo, aramaico, ‘latino di strada’ e greco, affrontando anche l’eventuale critica del pubblico per l’incomprensibilità, e per il disagio a leggere i sottotitoli in lingua moderna.

E’ curioso che il film, ancora prima di uscire nelle sale, abbia suscitato una forte polemica, essendo stato accusato di alimentare l’antisemitismo, tanto da costringere lo stesso regista a ‘censurare’ la scena in cui il popolo, davanti a Pilato, si assume la responsabilità della condanna a morte: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!” (Mt 27,25). Ovviamente, chi vede il film, si rende immediatamente conto che è stata una polemica forzata, senza alcun fondamento. Tutt’al più, il film andrebbe a scapito dei soldati romani (italici!), presentati davvero come crudeli carnefici fino al sadismo più ottuso.

Chi ha visto il film non assume alcun atteggiamento di contrarietà verso qualcun altro, ma si rende conto che a quella crudele e spietata vicenda dell’Uomo-Dio è legato in qualche modo la propria partecipazione. Quei colpi dati con ferocia, quel sangue versato, sia pur non materialmente, ma realmente trovano una responsabilità in se stessi, perché il peccato offende Dio e Cristo lo ripara con la sua Passione, e che Passione! Dunque, ci si sente tutti coinvolti, e quindi complici del più grave delitto della storia umana, proprio perché riguarda il Figlio di Dio, il Cristo, venuto non per condannare ma per salvare, non per dividere ma per unire, non per istigare all’odio ma per costruire la Civiltà dell’amore.

Non è quindi trascurabile quel particolare che il regista Gibson ha voluto dare come messaggio, cioè il primo colpo di martello nella scena della crocifissione di Gesù è di suo pugno, proprio a dimostrazione che il suo film non vuole colpevolizzare nessuno ma vuole far riflettere, suscitare un esame di coscienza.

L’attore principale Jim Caviezel ha dichiarato che per lui il film è stato molto impegnativo, ma ha sentito forte l’aiuto del Signore nell’interpretare un personaggio così autorevole e straordinario come Gesù. L’attore non ha nascosto il fatto di essersi servito di tanta preghiera come preparazione, specialmente del Rosario e della Messa quotidiana, anche sul set cinematografico. Ha anche confessato che questo lavoro non è stato privo di una “passione” personale, sia per essersi sottoposto anche a sette ore di trucco ogni giorno, e sia per alcune scene registrate in pieno inverno causandogli qualche malanno.

E’ un film dunque da vedere, da far vedere e da meditare, lasciandosi condurre e coinvolgere dal sensazionale racconto. Non sarà debolezza o impressionabilità se gli occhi si riempiranno di abbondanti lacrime, o se il cuore accelererà i suoi battiti, sarà forse il segno che la grazia di Dio, scaturita in abbondanza dalla Passione di Cristo, sta passando attraverso questo moderno e inusuale mezzo ‘sacramentale’ per guarire il cuore dalla terribile malattia dell’empietà.

 
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