| La caduta di Gondolin |
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| La storia | |||
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Federico Vigorelli Porro Siamo nell'anno 511, sono passati trentotto anni dalla Nirnaeth Arnoediad,
ed a Gondolin vi è stata pace. Tuor, figlio di Huor, è
giunto fino alla città dai Sette Nomi, e si è insediato
in essa, divenendo un principe, ma facendo sì che l'invidia cresca
in Maeglin, nipote di Turgon; Tuor ha, infatti, sposato la bella Idril
Celebrindal, figlia del re, e i due hanno avuto un bel figlioletto,
Eärendil, uno dei due mezzelfi esistenti (l'altra è Elwing,
figlia di Dior, figlio di Beren e Luthien). A proposito delle casate, per primi vediamo gli Elfi del Cuore Scarlatto, cioè Turgon ed i suoi seguaci; abbiamo poi la gente dell'Ala Bianca, cioè quelli di Tuor, quelli della Talpa, cioè la truppa di Maeglin; poi vi sono le genti della Rondine, con a capo Duilin, il più grande arciere su bersaglio, e quelle dell'Arco Celeste, comandate da Egalmoth, le cui frecce volano più lontane di quelle di chiunque altro. Ci sono anche le genti del Pilastro e della Torre di Neve, comandate da Penlod, il più alto di tutti i Noldor, ed ancora vi sono gli elfi dell'Albero, guidati dal valoroso Galdor, e quelli del Fiore d'Oro, capitanati da Glorfindel dalla chioma d'oro, uno dei più belli dei Noldor. Continuando, troviamo le genti della Fonte, guidate dal nobile Ecthelion, "dalla voce di musica", quelle dell'Arpa, che andavano in battaglia sotto il vessillo del malvagio Salgant, ed infine, ma non certo meno importanti, vi erano le genti del Martello d'Ira, il cui capo era Rog, il più forte di tutti i Noldor. Inizia dunque la battaglia. Il tutto inizia al grande consiglio di guerra dei nobili di Gondolin, a cui erano presenti proprio tutti: Turgon e Tuor, Duilin, Egalmoth, Penlod, Rog, Galdor, "l'aureo Glorfindel ed Ecthelion dalla voce di musica"; ed anche Meglin e Salgant. Alle notizie dell'imminente attacco, Tuor e tutti i nobili volevano uscire allo scoperto, assaltando il nemico di sorpresa; e tutti erano d'accordo, anche se c'erano opinioni diverse sul piano migliore; solo Salgant e Meglin, invece, parlano diversamente, e pungono Turgon nell'orgoglio che lui cova per la sua città ed i suoi tesori; e così, sebbene siano in minoranza, i due convincono Turgon a rimanere in città, contro il parere degli altri nobili; e si dice che Tuor, sapendo che Gondolin sarebbe caduta a causa del fraudolento consiglio dei due, "lasciò l'aula del re in lacrime". Inizia allora la vera e propria battaglia, con draghi di fuoco (come Glaurung) ed altri di ferro e di bronzo che si gettano all'attacco. Alcuni serpenti meccanici scalano i bastioni, e riescono ad aprire le porte; e nulla possono le catapulte di Turgon, cosicché gli orchi hanno via libera, entrando in città. Allora Rog e Galdor, e con loro tutte le genti del Martello d'Ira e dell'Albero, si lanciano contro il nemico, brandendo i loro martelli e le loro mazze, e "gli orchi caddero come foglie"; e nel frattempo anche le genti della Rondine e dell'Arco colpiscono con una gragnola di frecce "pari alle buie piogge d'autunno", ed uccidono molti nemici; ma anche molti Gondothlim (abitanti di Gondolin, detti anche Gondolindrim in fonti successive) cadono sotto il fuoco amico. Nel frattempo Tuor ed i suoi dell'Ala combattono con forza, dirigendosi verso la casa del fedifrago Meglin, che raggiungono mentre, rapiti Eärendil ed Idril, sta per gettare l'uno nel fuoco, ed è in procinto di rapire l'altra e portarla via con sé. Tuor, che Salgant non è riuscito a trattenere (aveva avuto paura, e si era precipitato a casa, tremante), raggiunge dunque Meglin, essendo che gli uomini della Talpa, sdegnati per il comportamento del loro signore, si allontanano da lui; ma Tuor balza su di loro, e ne compie strage, finché riesce a salvare Eärendil appena in tempo, e scaglia Meglin giù da Amon Gwareth dopo una breve lotta. La furia di Tuor è tale che il numero degli uomini della Talpa non basta, e questi vengono sconfitti in fretta. Il principe ed i suoi Elfi dell'Ala accorrono allora verso la Porta, dove trovano la situazione molto difficile: Duilin, signore della Rondine, è morto a causa di un dardo, e dunque sono già morti due dei dieci principi di Gondolin. Accade, però, che Rog con furia sprona i suoi all'attacco, con un alto urlo di guerra; e brandendo la sua mazza si fa strada fino alla Porta; gli Elfi del Martello d'Ira compiono allora una delle imprese più gloriose dell'intera storia degli Elfi, decimando le schiere dei Balrog, e si dice che "il numero dei Balrog che perirono laggiù fu oggetto di terrore e meraviglia per le schiere di Melko, poiché prima di quel giorno nessun Balrog era stato ucciso per mano di Elfi o Uomini". Gothmog, allora, vista la situazione, manda un gruppo di Balrog a trattenere l'avanzata di Rog, e tutti gli altri li spedisce vicino alla Porta, in modo che Rog non possa tornare indietro, a meno di grandi perdite; ma il valoroso Elfo si getta in avanti, e così con lui i suoi uomini impavidi, il cui valore rimarrà ineguagliato; e dunque, quegli Elfi inseguono fino alla pianura il gruppo di Balrog che hanno davanti "ora per tremenda necessità piuttosto che per astuzia". Però, la sortita costa caro a quelli: accerchiati da orchi e Balrog, e trovandosi ad affrontare un drago, muoiono tutti attorno a Rog, ma a quale prezzo per Gothmog ed i suoi! Si dice che ogni Elfo del Martello d'ira abbia strappato "la vita a sette nemici in cambio della sua". Ma la situazione diviene sempre più drastica, per la morte di Rog ed, in città, di Penlod l'alto: sono ormai solo sei i principi di Gondolin. Vi sono molte perdite sulle mura, scalate dai "diavoli di Melko", specialmente nelle genti della Rondine e dell'Arco Celeste, ma in verità la situazione volge leggermente a favore dei Gondothlim: le perdite nelle schiere di Gothmog sono molto più consistenti che in quelle dei Noldor, e molti Balrog sono caduti, provocando il terrore nelle file di Angband. A migliorare le cose per i Noldor giungono gli Elfi della Fonte, finora tenuti di riserva da Turgon, al suono dei flauti, brillando di cristallo ed argento; ed "Ecthelion dalla bella voce gridò di sguainare le armi", balzando sui nemici subitaneamente, e sotto le loro lame cadono il maggior numero di orchi che mai il popolo degli Eldalië abbia visto morire, in una sola battaglia. Avviene dunque che Tuor ed Ecthelion si affiancano, e combattono insieme le loro genti, incalzando gli orchi fino alla Porta; ma giungono in soccorso alcuni draghi; Tuor raduna allora sotto il suo vessillo anche molti sbandati dell'Arco Celeste e della Rondine, e lui ed Ecthelion decidono di resistere lì, nonostante le fiamme dei draghi. I due, Elfo ed uomo, spacciano molti capitani degli orchi, e giungono, da soli, dai Balrog; e le loro gesta individuali sono ineguagliate: Ecthelion uccide ben quattro demoni, e Tuor, brandendo la sua ascia Dramborleg, ne spaccia addirittura cinque. "Ma pochi non possono combattere a lungo contro molti", e sventuratamente Ecthelion viene colpito, ed il braccio che regge lo scudo spezzato, cosicché Tuor deve sorreggerlo, e i due devono ripiegare. Tuor salva così Ecthelion della Fonte, ma gli orchi si sono impadroniti ormai di tutta la parte settentrionale della città, e premono per entrare nella piazza della Fonte, dove però il solo Galdor, con pochi dei suoi uomini, resiste strenuamente. Allora Galdor riesce a salvare i due valorosi da morte certa, ed insieme si ritirano nella Piazza del Re, e con loro è un buon battaglione di Elfi della Rondine, dell'Arco Celeste, dell'Albero, dell'Ala e della Fonte. Ad aiutarli giunge dunque Glorfindel, e con lui gli uomini del Fiore d'Oro, dopo un grande scontro nella parte orientale della città; e nello stesso tempo, anche gli Elfi dell'Arpa, disobbedendo agli ordini di Salgant, il loro codardo signore, giungono nella Piazza del Re; e non solo, anche Egalmoth, abbandonato il suo arco, raccoglie gli ultimi sopravvissuti dell'Arco e della Rondine, e con loro, e radunando donne e bambini, si fa strada verso la Piazza, e si riunisce agli altri principi. In quel punto si raduna almeno un rappresentante di ogni stirpe, tranne che del Martello d'Ira, i cui componenti sono tutti periti attorno a Rog nella gloriosa sortita; e le genti del Cuore Scarlatto, rimaste attorno al re, sono ancora intatte e riposate. Giungono però allora sette draghi e molti orchi, e gli Elfi lì riuniti danno inizio alla più disperata quanto ostinata resistenza della storia del popolo degli Eldalië, e di Egalmoth e Tuor si dice che "si spostavano da un luogo all'altro della difesa, mentre però Ecthelion giaceva presso la fontana". Tuor, separato da Egalmoth, indietreggia fino alla fontana centrale, ma giunge "Gothmog in persona, signore dei Balrog e figlio di Melko"; e Tuor forse non riuscirebbe a vincere, se Ecthelion, "il più bello dei Noldor", dalla voce di musica e pallido in viso, si gettasse contro il demone; ma nonostante il valore del principe, Gothmog sta per avere la meglio. Deciso a morire per la sua città ed il suo amico, allora, Ecthelion si lancia, e colpisce in pieno petto il Balrog con il suo elmo, facendolo cadere nella fontana; e i due affogano insieme, l'uno essendo una creatura di fuoco, l'altro essendo ferito e molto pesante per i suoi armamenti. Piange allora Tuor la morte dello splendido amico, ma nel medesimo momento, vedendo l'incertezza del nemico di fronte alla morte del loro capitano, scendono in battaglia anche gli uomini del Cuore Scarlatto, e con loro Turgon stesso combatte, e loro uccidono ben quaranta Balrog ed un drago; e si dice che uccidere un drago è impresa ben più ardua di spacciare quaranta demoni Però, nonostante le gloriose gesta di tutte quelle genti, Gondolin deve cadere, e questo Turgon, vicino alla morte, lo sa bene; suggerisce che i superstiti fuggano e si mettano in salvo, poi, abbandonata la corona, sale da solo sulla torre, e grida forte, in faccia agli orchi: "Grande è la vittoria dei Noldor". Tuor, allora, cerca di convincere il re a fuggire per la Via segreta che Idril ha fatto scavare negli anni; ma Turgon, irremovibile, rimane sulla torre, deciso a perire con la sua città, come il capitano di una nave, che affonda con essa; e così, gli uomini del Cuore Scarlatto ancora in vita rimangono ai piedi della casa del sovrano, per difenderla fino all'ultimo, come nobile atto di coraggio; è mezzanotte, ed in città si è combattuto per più di quattro ore; ma l'assedio è durato quasi tutta la giornata. E dunque Idril, Tuor ed Eärendil fuggono, e con loro vi sono Voronwë, amico del principe, ed anche Glorfindel, Galdor ed Egalmoth; sono questi gli unici dei dieci principi ad essere sfuggiti alle fiamme ed alle armi dei nemici: solo quattro su dieci. E qui vi è il dolce e toccante momento del distacco: Eärendil che ricorda alcuni degli Elfi che gli sono stati cari, quali Salgant ed il buon Ecthelion: il primo soleva intrattenere il piccolo con storie buffe, mentre il secondo suonava per lui, oppure gli fabbricava flauti di salice; ma i due non ci sono più, così come non ci sono più Meglin, Turgon, Penlod, Duilin e Rog. Ma nonostante stiano ormai fuggendo, non è finita: un agguato rischia di eliminarli, ma le aquile che risiedono sui monti accorrono in loro aiuto; e tuttavia, Glorfindel dai capelli d'oro si ritrova a combattere solo contro il demone, vestito nella sua splendente armatura dorata. Con balzi enormi i due giungono a pugnare su un pinnacolo instabile, e qui il valore dell'Elfo sembra sopraffare la malvagità del Balrog; ma questi, poco prima di cadere, colpito molte volte dalla rapida spada del principe, afferra con una delle sue zampe i lunghi capelli di Glorfindel, i quali uscivano dall'elmo, e lo trascina con sé nell'abisso. Così termina l'estenuante assedio di Gondolin, anche se le disavventure e le vite di quei prodi vanno avanti: Tuor e Idril si perderanno in mare, cercando Ulmo; Egalmoth seguirà Eärendel, ma verrà ucciso quando Maedhros attaccherà Elwing (moglie del giovane Eärendil, figlia di Dior, figlio di Beren e Luthien); Galdor farà lo stesso, ma riuscirà a sfuggire a quel giorno tremendo; e di Glorfindel si reincarnerà in Valinor, per poi tornare nuovamente nella Terra di Mezzo, ed abitare così con Elrond, figlio di Eärendil, a Gran Burrone. Descrizione delle undici casate (oltre alla dodicesima, quella di Tuor) schierate a difesa di Gondolin, ai loro stemmi ed armamenti. La possente schiera della Casa Reale aveva come emblema il cuore scarlatto e i suoi colori era il bianco, l'oro ed il rosso. Nel mezzo si ergeva Tuor con la sua cotta d'argento e vicino a lui i suoi valorosi, con ali come di cigno o gabbiano sull'elmo e lo stemma dell'ala bianca sullo scudo. La truppa di Meglin (il Maeglin del Silmarillion, qui ancor più infido traditore) portava armature nere senza simbolo né emblema, tondi copricapi d'acciaio coperti di pelle di talpa ed era armata di asce a due lame simili a zappe. La stirpe della Rondine aveva sull'elmo un ventaglio di penne ed era abbigliata di bianco, blu scuro, porpora e nero; sugli scudi recava una punta di freccia ed il signore di quella casata era Duilin, il più veloce tra i Gondothlim a correre e spiccare balzi ed il più sicuro degli arcieri su un bersaglio. La stirpe dell'Arco Celeste era di smisurata ricchezza: i suoi uomini vestivano di in un tripudio di colori e le loro armi erano intarsiate di gemme. Gli scudi erano azzurri come la volta celeste ed ognuno di essi era borchiato con un gioiello di sette pietre preziose. Erano guidati da Egalmoth, unico dei Noldoli (i Noldor del Silmarillion) ad utilizzare una spada ricurva, cui preferiva però l'arco, con il quale sapeva colpire più lontano di chiunque altro. Alla Rondine e all'Arco Celeste appartenevano i migliori arcieri di Gondolin. Da Penlond, il più alto dei Noldoli, erano comandate le genti del Pilastro e della Torre di Guardia. Galdor era considerato il più valoroso dei Gondothlim dopo Re Turgon e guidava la grande casata dell'Albero, i cui appartenenti vestivano di verde e combattevano con mazze borchiate e fionde. La casa del Fiore d'Oro portava sullo scudo un sole raggiante ed il suo capo, Glorfindel, indossava un mantello ricamato con fili aurei come i suoi capelli; anche le sue armi erano damschinate in oro fino. Dal sud della città giungeva il popolo della Fonte, comandato da Ecthelion, amante dell'argento e dei diamanti. Le loro spade erano assai lunghe, luminose e pallide. Solevano andare in battaglia al suono dei flauti. Di seguito procedeva la schiera dell'Arpa, adorna di nastri d'argento e d'oro: un'arpa argentea brillante in campo nero era il loro stemma. I guerrieri dell'Arpa erano gente intrepida, ma il loro capo, Salgant, era invece un codardo ed un adulatore di Meglin. Il suo corpo era greve e tozzo ed egli er al'unico tar i Gondothlim a recarsi in guerra a cavallo. L'ultimo battaglione era quello del Martello d'Ira, composto dai migliori fabbri ed artigiani; l'intera stirpe venerava Aule più di tutti gli altri Ainur. Avevano braccia assai forti e combattevano con grandi mazze, simili a martelli, proteggendosi con pesanti scudi. Erano comandati da Rog, il più forte tra tutti i Noldor ed appena secondo, per valore, a Galdor dell'Albero. Il simbolo della gente del Martello d'Ira era un'incudine colpita da un martello che le sprizzava scintille tutt'intorno i colori erano l'oro rosso ed il ferro nero. Grandi furono le loro gesta nella terribile battaglia di Gondolin e nessun altro come loro seminò morte e terrore tra i Balrog; ma la sorte gli fu avversa e nessuno di quella stirpe sopravvisse e tutti caddero intorno a Rog, così molta arte e maestria si persero per sempre assieme a loro. Queste erano le undici casate di Gondolin e come già si è accennato, la guardia del corpo di Tuor, la gente dell'Ala, era considerata la dodicesima.
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