| O protagonosti o nessuno |
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E infine ci domandiamo, ma se veramente l'uomo appartiene a se stesso, fino a dove può arrivare il suo potere sulla realtà, quanto può essere grande il potere di un uomo?
Paragoniamoci con la realtà tutta intera dell'universo, un faraone o Giulio Cesare, Bush o Putin, possono sicuramente vantare un grande potere sulla terra, ma il potere di un uomo nobile o malvagio che sia, fin dove può arrivare? Quando avesse conquistato tutta la terra, dove è arrivato realmente, dove è arrivato? Ecco, se c'è una cosa che la scienza moderna ci fa vedere con chiarezza, con una chiarezza senza precedenti, è l'abisso della vastità del mondo, la potenza delle forze in gioco rispetto a quello che noi siamo, l'immensità dello spazio e del tempo all'interno dei quali un essere umano è un istante invisibile, è un punto invisibile. L'universo ha una storia di 13,7 miliardi di anni, quasi 14 miliardi di anni. Ora, se noi paragoniamo questo tempo, l'età dell'universo, a un anno, bene tutta la durata dell'impero romano è meno di un secondo, un attimo, tutta la durata dell'impero romano. I confini dell'universo osservabile, se teniamo conto dell'espansione, si trovano a circa 46 miliardi di anni luce, vuol dire circa 400.000 miliardi di miliardi di chilometri, se noi paragoniamo questo orizzonte cosmico all'Oceano Atlantico, quello che aveva davanti Cristoforo Colombo, allora la distanza fra la Terra e la Luna sarebbe come un deci miliardesimo di un granellino di sabbia sulla spiaggia del Portogallo.
Ecco, se la grandezza umana fosse misurata dal dominio che essa riesce a stabilire sul mondo, siamo condannati al nulla, anche il più grandioso potere politico diventa insignificante, disprezzabile, anzi oserei dire ridicolo. Ma allora dobbiamo chiederci: c'è qualcosa nell'uomo che regge il confronto con questa vastità dell'universo, della realtà tutta, tutta intera? E di nuovo qui ci viene in aiuto Dante. Per lui ogni circostanza umana è una circostanza cosmica, per iniziare a descrivere il gesto umano, l'istante della sua avventura, il suo amore per Beatrice, la sua scoperta di Dio, Dante situa l'istante nel contesto cosmico, come quando inizia il suo viaggio nel primo canto dell'Inferno. Dice: "Temp'era dal principio del mattino e il sol montava in su con quelle stelle ch'eran con lui quando l'Amor divino mosse da prima quelle cose belle". Si vede nell'Universo, non è che comincia così nel suo piccolo, lui è in rapporto con tutto. Oppure quando inizia la grande ascesa verso il Paradiso, verso il destino, come incomincia? "Surge ai mortali per diverse foci la lucerna del mondo, ma da quella che quattro cerchi giugne con tre croci, con miglior corso e con miglior stella pare congiunta e l'umana cera più a suo modo tempera e suggella". ‘Quattro cerchi giugne con tre croci' dice l'istante cosmico di quel momento, non c'è un gesto umano se non il rapporto con la totalità, perché questo è ciò che contraddistingue l'umano, è il segno di quella irriducibilità, è questo che ci descrive come dimensione che non si può ridurre, assorbire in tutto ciò che ci precede e ci circonda.
Bene, ma la visione attuale che noi abbiamo dell'Universo in realtà sembra esaltare ancora di più questo rapporto affascinante tra l'io irriducibile e il cosmo nella sua evoluzione, nella sua vastità. Una grande astronoma del secolo scorso, Maria Mitchell, ha scritto queste parole: "questi immensi spazi della creazione non possono essere misurati dalla nostra limitata potenza, eppure piccola come è la nostra realtà rispetto alla infinità della creazione, breve come è la nostra vita in paragone ai cicli del tempo, noi siamo così intrecciati con il tutto, che la vibrazione delle parole che noi gridiamo, riempie tutto lo spazio e il suo tremore attraversa tutto il tempo". Forse ancora più vibranti e definitive sono le parole del già citato Leopardi, il quale come sapete era un conoscitore profondo di astronomia, quindi parlava delle stelle e della luna, dell'universo avendo un'idea anche dal punto di vista fisico di quello che diceva e afferma "Considerare l'ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell'animo proprio. Immaginarsi il numero dei mondi infinito e l'universo infinito e sentire che l'animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo, pare a me maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga nella natura umana". Ecco, se l'io è riconosciuto come irriducibile, come rapporto con l'infinito, allora c'è qualcosa nella singola persona che non si azzera al cospetto dell'universo, c'è qualcosa che tiene, che regge il confronto con la vastità cosmica, anzi la supera da tutte le parti. Tutto è poco e piccino, è il paradosso della condizione umana, è un quasi nulla, è il quasi nulla dell'io di ciascuno di noi che è capacità di infinito, è quello che il salmo ottavo esprime dall'antichità in modo insuperabile: "se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissate, che cosa è l'uomo perché te ne ricordi e il figlio dell'uomo perché te ne curi? Eppure l'hai fatto poco meno di te, di gloria e di onore lo hai coronato".
Ecco, gente come Dante, come Pascal, come Leopardi o Dostoevskij e come Don Giussani, ha capito molto bene che ogni essere umano ha una grandezza incommensurabile, incommensurabile, di un altro ordine, diceva Pascal, e questo è precisamente il suo irriducibile e diretto rapporto con il Mistero che lo crea. Togliete questo e ditemi come si può ragionevolmente difendersi dalla mercificazione della vita umana, dal dare un prezzo, basso o alto a seconda di chi decide, a ogni vita umana, alla nostra vita e dei nostri figli. Non c'è ragionevole opposizione a questo, a che vale una vita di sofferenza? A essere spezzata. O protagonisti, o nessuno.
La natura del cristianesimo
Ma, mantenere la coscienza di sé, questo livello della coscienza di sé come rapporto con l'infinito, è arduo. Anzi è impossibile per i più. Il potere, come abbiamo visto, tende a soffocare questa autocoscienza, questa libertà. Ma non è tutto, se ben guardiamo, c'è anche una strana rinuncia che è propria dell'io, quasi volesse poter fare a meno di sé stesso, come se volessimo liberarci della nostra libertà, come una componente endogena, non indotta dalla mentalità ma proprio dall'interno, dalla passività che diceva prima alla Hanna Arendt. C'è la splendida, struggente frase di Rilke: "Tutto cospira a tacere di noi, come si tace di un'onta, o forse di una speranza ineffabile". O Dostoevskij: "non c'è per l'uomo pensiero più angoscioso che quello di trovare al più presto a chi rimettere il dono della libertà"; o Berdiaev: "sembra quasi che l'uomo si sia stancato della propria libertà e che sia pronto a rinunciarvi in nome di una forza che organizzi la sua vita, interiormente ed esteriormente".
Allora, concludendo, non possiamo evitare quest'ultima domanda: "che cosa permette oggi, oggi, il ridestarsi dell'io? Di questo io così diviso, disorientato, combattuto, cosa consente di ridare alla persona la possibilità di essere se stessa veramente? E' ancora possibile? E' possibile per noi contemporanei? "Che cosa può sfidare la misura con cui l'uomo si mette davanti al reale?", diceva recentemente Carron, "cosa consente di allargare il desiderio? Di mettere in moto il centro dell'io che è come bloccato? Occorre un avvenimento, occorre un avvenimento". Ciò che fa ritrovare se stessi è un amore incontrato, non è una filosofia migliore delle altre, neanche religiosa. E' una presenza in cui ci si imbatte e che afferma il tuo essere. Questa è la dinamica naturale con cui la persona umana evolve nel corso della vita. Il bambino diventa uomo così, galleggiando nella presenza di chi ha davanti, sentendosi fatto dalla presenza del padre e della madre; l'uomo adulto si arricchisce in questo modo, nell'incontro con un altro diverso da sé. L'ipotesi cristiana è che questa sia stata anche e sia la dinamica con cui la grande Presenza, quella che misteriosamente fa me stesso in questo momento, si è fatta compagnia all'uomo. Il cristianesimo, per come noi lo abbiamo incontrato, è questo invito inaspettato che ti cambia la vita, è un incontro con uno che ti guarda e ti dice "anche i capelli del tuo capo sono contati", oppure che dice a quella vedova a cui era morto il figlio, come Don Giussani ci ha fatto rivivere tante volte, "donna, non piangere". Ecco, questo è più grande dell'universo, è più grande della vita, perché è la sorgente della vita.
Vedete, non è che noi siamo contro il potere, non si tratta di demonizzare niente, anzi, a ciascuno è dato quello che è dato; è che a noi ci affascina di più il potere dello sguardo di Cristo su quella donna che la boria di certi politici. E' per questo che non ci avranno mai.
Uno quindi, quando incomincia ad essere protagonista? Quando si imbatte in qualcuno, in una presenza, per cui si accorge di essere guardato così, voluto, considerato, chiamato per nome. Questo ti fa dire "io" con una tenerezza e una dignità inconcepibili. Non si tratta di fare grandi cose, ma il fatto è che se uno si sente guardato così, diventa un soggetto instancabile, non lo puoi più fermare, un protagonista di positività; riscopre quella capacità di simpatia per tutto, guardate il Meeting che cos'è, e tenderà a costruire pezzi di mondo migliore, lì dove si trova, ogni giorno, senza strafare! Quasi senza accorgersene. Perché come disse una volta Don Giussani: "le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell'uomo". Dunque se il Mistero infinito, se è vero, se è vero che il Mistero infinito è entrato nella storia, se il senso dell'universo è entrato nell'universo, allora è Lui il protagonista e noi lo diventiamo nel rapporto con Lui, seguendo Lui. Sigrid Unset ha questa frase meravigliosa: "Dio poteva obbligare gli uomini a seguire la via che aveva tracciato per loro e a obbedire come fanno le stelle, ma egli si è fatto uomo e ha deposto la sua onnipotenza sul lusso del mondo degli uomini", ha deposto la sua onnipotenza sul lusso della nostra libertà. E allora l'unica vera condizione per essere se stessi, per essere protagonisti, paradossalmente, perché qui si va di paradosso in paradosso, è la semplicità, è la umiltà. Come ha scritto recentemente Carron: "chi lascia entrare Cristo attraverso la crepa delle proprie ferite e del proprio bisogno umano, si riempie di stupore per quanto accade, si accorge della realtà, rincomincia a vivere, perché questo bisogno, questo essere feriti che noi innanzitutto siamo, è il primo dato, è quello che la modernità non ha voluto vedere, è quello che noi rischiamo di non voler vedere, cioè che siamo dei poveretti, siamo tutti mancanti, siamo dei bisognosi, non ci diamo da noi l'essere, non ci diamo da noi la vita, la risposta alla felicità. Anzi, siamo bisogno, l'uomo è questo grido nell'universo e siamo capaci di tradimento, di viltà, perché desideriamo vivere ma siamo tentati di rinunciare a vivere, come tutti. Per questo, in fondo, non abbiamo altra risorsa che la mendicanza di Lui. Allora concludo con queste parole di Don Giussani: "l'uomo ritorna a essere se stesso quando ritorna a essere mendicante, a mendicare il suo traguardo, il suo destino. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo".
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