| Mussolini suggerisce: il Papa scomunichi Hitler |
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La clamorosa iniziativa emerge dagli archivi vaticani. Ma poco più tardi la visita del capo nazista a Roma rinsaldò definitivamente l’Asse Emma Fattorini * «Se Pio XI, così impulsivo ed energico, fosse vissuto un po' più a lungo, si sarebbe arrivati con ogni probabilità a una rottura dei rapporti tra il Reich e la curia». Così si legge nelle memorie di Ernst von Weizsäcker, per anni ambasciatore tedesco presso la Santa Sede. Una affermazione assai fondata. Ma sappiamo davvero tutto di quanto fece o avrebbe voluto fare? Quali pronunciamenti ancora più duri avrebbe potuto adottare? Gli ultimi anni del pontificato di Pio XI sono segnati da un crescente sdegno. Una vera e propria avversione verso il nazismo e le complicità del fascismo con esso. Un tormento vissuto largamente in solitudine. Non appoggiato da una parte consistente dell'episcopato tedesco, né sempre assecondato dal suo Segretario di Stato, Eugenio Pacelli, che avrebbe voluto un’altra linea più cauta e diplomatica, e con un nunzio a Berlino, il solerte Cesare Orsenigo che, fin dall’ascesa di Hitler, manifesta una sorta di stordimento di fronte all’incalzare degli eventi. Si tratta del periodo racchiuso tra le due encicliche, la fragorosa e «urlata
dai tetti» Mit brennender Sorge del marzo 1937 e la nascosta «enciclica
mancata», che non vide mai la luce. Nella Mit bren nender Sorge c'è
un’intuizione profonda, spirituale, secondo alcuni addirittura una nuova
teologia politica contro gli orgogli nazionali e la miseria delle nazioni. Tommaso
Gallarati Scotti ricorda le parole solenni e profetiche che gli confidò
il Papa pochi giorni prima della sua morte sul destino della stessa Germania,
metafora di onnipotenza luciferina. Citando Isaia, cosa sono le nazioni davanti
alla potenza di Dio?: «Piccole gocce in un catino d'acqua». E questa equiparazione, nel clima di allora, è un’assoluta novità. Suonava scandaloso e «irriconoscente» verso quanto il nazionalsocialismo aveva fatto contro il bolscevismo, considerato fino a quel momento comunque il più grande pericolo. L'atteggiamento sempre più duro del Papa contro Hitler attira su di lui addirittura le critiche di rompere il fronte antibolscevico e le frange oltranziste lo accusano persino di complicità coi sovietici. La propaganda nazista, tra le tante calunnie, diffonderà la notizia di una collaborazione segreta Vaticano-Mosca (cfr. il rapporto del 13 febbraio 1938, Posizione 720, fascicolo 330). Ma Pio XI avrebbe voluto andare ancora oltre, con un pronunciamento specifico contro l'antisemitismo. «E' impossibile per i cristiani prendere parte all'antisemitismo. L'antisemitismo è inammissibile... Spiritualmente siamo tutti semiti...» aveva detto il Papa, definendo poi la svastica «croce nemica della croce di Cristo». Per questo aveva affidato la stesura di un'altra enciclica al gesuita americano John La Farge. Dopo molti passaggi tortuosi però questo testo venne trovato nella stanza del pontefice il giorno della sua morte il 10 febbraio del 1939 e non vide mai la luce perché il suo successore, Pio XII, non lo fece mai pubblicare. Nel corso del 1937 e nei primi mesi del 1938 si moltiplicano in una crescente accelerazione i segni di scontro tra la Santa Sede e la Germania, soprattutto da parte di Pio XI. Il Papa aveva elogiato il card Mundelein, l'arcivescovo di Chicago, che con efficacia tutta americana e linguaggio tutt’altro che curiale aveva detto: «Forse vi domanderete come avvenga che una nazione di persone intelligenti si rannicchi per paura e in schiavitù di fronte ad uno straniero, a un imbianchino austriaco e per giunta inetto». Sono fatti ricostruiti con acribia e intelligenza da Giovanni Miccoli sulle fonti fino ad ora consultabili, e che ora trovano ulteriori conferme nella recente apertura degli archivi segreti vaticani. Mentre si consuma la rottura fra il Papa e il nazismo, i rapporti tra Italia e Germania nel 1937 vedono una forte «rivitalizzazione». Goebbels, nei suoi diari, racconta di essere «infastidito» da questo continuo via vai di italiani. Uno di questi è il professor Guido Manacorda, cattolico e fascista, collaboratore e amico di Bottai, che si adopera per una intesa tra Vaticano e nazionalsocialismo, di cui ha discusso con Padre Gemelli, «con me pienamente concorde nel valutare la situazione attuale in Germania». Nel marzo del '38 Hitler annette l'Austria, dietro assicurazione che l’Alto
Adige sarebbe sempre rimasto all'Italia. L’accettazione dell' An schluss
da parte di Mussolini non si dimostrava così pacifica e spingeva la Germania
a rassicurarlo per bloccare un suo eventuale spostamento verso Londra e Parigi
(ormai comunque ben improbabile). Il 3 aprile Ciano scrive nel suo Diario : «In Alto Adige continua una propaganda che noi non possiamo tollerare. Ho consigliato il Duce di parlarne con il Führer. In Italia la corrente antitedesca, fomentata dai cattolici, dai massoni e dagli ebrei diviene sempre più forte. Se i tedeschi faranno gesti imprudenti in Alto Adige, l’Asse può saltare da un momento all'altro». In seguito riferisce una telefonata del duce: «Se i tedeschi si portano bene e sono rispettosi sudditi italiani, potrò favorire la loro cultura e la loro lingua. Se pensano però di spostare di un sol metro il palo di frontiera, sappiano che ciò non avverrà senza la più dura guerra, nella quale coalizzerò contro il germanismo tutto il mondo. E metteremo a terra la Germania per almeno due secoli». E ancora il 1° settembre del '38 Bottai annota nel suo diario: «Parla... di non isolare gli altoatesini, farli partecipare alla vita della nazione. Io ho fatto sapere loro, che possono circolare nelle carriere del paese. Possono diventare anche... Capo del Governo. Del resto c'è stato un Pelloux. Perché non potrebbe esserci, domani un Mueller (mentre dice questo, vedo rispuntare in lui quello spirito di universalità, proprio del nostro popolo. E che il razzismo rischia di offuscare)». In questo quadro la questione religiosa diventa un pretesto per altri giochi tra forti e strumentali oscillazioni. Ed è a proposito di questi giorni che l’archivio segreto vaticano conserva un documento sconcertante. Il 10 aprile 1938, padre Pietro Tacchi Venturi, il gesuita che ha tenuto i rapporti tra la Santa Sede e Mussolini su tutti i problemi essenziali, è ricevuto in udienza dal pontefice. Nel resoconto dell'incontro si legge: «Il p. Tacchi Venturi, ammesso alla presenza del Santo Padre, ha comunicato quanto segue, ad illustrazione della sua lettera dell'8 aprile corrente. Il capo del governo (Mussolini) ha detto a P. Tacchi Venturi in privato colloquio (giovedì 7 aprile 1938) che con Hitler converrebbe essere più energici, senza mezze misure; non subito, immediatamente, ma aspettando il momento più opportuno, per adottare queste misure più energiche, per es. la scomunica; che convenga guardarsi dal credere che il fenomeno hi- tleriano fosse passeggero, poiché quest'uomo aveva ottenuto per la Germania grandi successi. Non vi sarebbe altro mezzo di impedirlo che la guerra, e la guerra non si vuole fare. Questo passo più energico della Santa Sede avrebbe il consenso di persone, che non possono piacere, egli ben lo capisce, alla Santa Sede, ma ciò non toglie il bisogno». (Posizione 720, fascicolo 329) Come interpretare questo documento clamoroso per un verso, ma avulso da un contesto che lo possa giustificare in modo significativo? Si stanno preparando i festeggiamenti per l'arrivo di Hitler. Il Papa è indignatissimo. I rapporti del fascismo con il Vaticano sono pessimi. Le leggi razziali in Italia sono imminenti. Potrebbe essere un maldestro tentativo di accattivarsi le simpatie del Papa in rotta totale con Hitler. O un avvertimento per scaricarsi da una responsabilità assoluta: come a dire, vi ho avvertiti, come Chiesa cattolica anche voi avete strumenti per tenerci lontani dall'abisso in cui stiamo tutti precipitando. Forzando la lettura, si potrebbe scorgere la volontà di utilizzare la Santa Sede in una strategia che ancora non vuole chiudere altre possibili intese (soprattutto nel quadro degli accordi di Pasqua fatti da Dino Grandi): «Le persone che non possono piacere» a cui allude sono, con ogni probabilità, ebrei e massoni. Ma è difficile individuare i caratteri di un vero e proprio disegno politico alternativo, in contraddizione con l'intero contesto. Quello che è certo è che devono avere pesato gli avvenimenti dell’aprile, soprattutto la grande irritazione e la preoccupazione di Mussolini per la questione dell'Alto Adige. Potrebbe, così, trattarsi di uno sfogo verbale gratuito - come in tante altre occasioni, per Mussolini - minacce senza ricadute politiche reali. Comunque, una spia significativa della tradizionale doppiezza del duce così marcata nell'aprile '38. Se pur tra i molti stop and go , nella sostanza siamo infatti in pieno accordo italo-tedesco: è questo che rende così clamorosa e, al contempo, incredibile, la richiesta di una scomunica. Anche se di ipotesi più che di richiesta vera e propria si tratterebbe, visto che la minaccia è preceduta da un «per esempio» molto significativo. I termini della questione, ad ogni modo, restano gravissimi: si parla di una scomunica personale e non dei principi della filosofia del nazismo, già condannati dalla Chiesa come era successo con le tesi di Rosenberg il cui libro, Il mito del XX secolo , era stato messo all'indice e sul cui processo esiste ampia documentazione negli archivi della Congregazione per la dottrina della fede. Tutta la memorialistica ci restituisce un rapporto tra Hitler e Mussolini assai diffidente sul piano psicologico e culturale, fatto di continue scaramucce e dispetti, che alternano senso di superiorità e di inferiorità. Ma qui non siamo di fronte ad uno dei soliti stereotipi: il gesuita Tacchi Venturi non è faceto come il duce e si è sempre dimostrato più che affidabile. Il rilievo del documento - quand'anche andasse inquadrato nell’aneddotica del regime - richiede comunque ulteriori e accurati approfondimenti. E questo, fra l'altro, ci riporta al problema degli archivi. Il fatto che non ci siano o che non sia possibile trovare, a tutt’oggi, altri riscontri significativi di una richiesta clamorosa come questa, ostacola un ragionamento storico pienamente fondato. E' evidente che l'udienza papale del 10 aprile 1938 non può non avere una eco nella documentazione della Segreteria di Stato, quella oggi inaccessibile anche se coeva ai fondi relativi alla Germania consultati in questo caso. Un suggerimento a Pio XI da parte di Mussolini perché Hitler venga scomunicato. Trasmesso attraverso padre Tacchi Venturi, il gesuita amico del duce: il tramite, per molti anni, dei rapporti più importanti tra il regime fascista e il Vaticano. Un atto registrato nei verbali delle udienze pontificie in data 10 aprile 1938: tre settimane prima che il Führer arrivasse in Italia per la coreografica visita intesa a celebrare l'Asse Roma-Berlino. E' il clamoroso documento scoperto negli archivi vaticani. Clamoroso ma anche sconcertante, visto il contesto dei rapporti politici italo-tedeschi in cui si colloca. E destinato a segnare l'impegnativo dibattito sull'atteggiamento della Santa Sede nei confronti del nazismo durante l'ultimo periodo del pontificato di Pio XI. Un periodo in cui sempre più nettamente si possono distinguere due linee: quella via via più intransigente di papa Ratti e quella, assai meno incline allo scontro con la Germania hitleriana, di monsignor Pacelli, all'epoca Segretario di Stato e in procinto - di lì a pochi mesi, dopo la scomparsa di Pio XI - di salire al soglio pontificio. * Emma Fattorini insegna storia contemporanea alla Sapienza di Roma. Testo e documenti sono estratti dal suo volume di prossima pubblicazione presso Laterza su Pio XI, Mussolini, Hitler e Pacelli, (1937-1939), relativo agli ultimi anni del pontificato, quelli in cui matura per volontà del Papa lo scontro più duro con il nazismo
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