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Italia e Germania, gioco di inganni all'ombra del Vaticano Stampa
Pagine di Storia

Dopo le rivelazioni sulla mancata scomunica, altri documenti illustrano i tentativi del fascismo di utilizzare la Santa Sede per ridimensionare la forza di Berlino

Nel periodo tra l' Anschluss e la conferenza di Monaco, il rapporto con il Vaticano diventa l'occasione strumentale per sondare, depistare, accelerare da parte tedesca, e per frenarla da parte italiana, l'alleanza definitiva dei due Paesi. Persino gli uomini di Hitler lanciano segni di distensione, per quanto inconsistente. Il 19 marzo il conte Magistrati, incaricato d'affari italiano a Berlino, riferisce un colloquio con il maresciallo Göring «che riconosce l'importanza del problema religioso, specialmente in questo momento.

Anche Hitler intenderebbe la pacificazione religiosa; egli guarda avanti e non indietro, perciò sarebbe propenso a concedere una grande amnistia generale. Per il Vaticano si avvicina il momento della grande e definitiva chance di ottenere un accordo con il Reich, ma perciò dovrebbe, quanto all' Anschluss , mostrarsi contento e fare stare contenti anche i cattolici austriaci. Göring esclude la possibilità di una visita di Hitler al papa e ricorda però con una certa simpatia l'udienza concessagli dal Santo Padre nel 1933, ma che ebbe l'impressione che il papa non facesse grande differenza tra nazionalsocialismo e comunismo».

Sono riconoscimenti di una palese falsità, a nessuno più che a Pacelli del tutto evidente; eppure, ancora una volta , senza demordere, il segretario di Stato ribatterà a queste aperture riproponendo, indefesso, le basi di una possibile trattativa che non vedrà mai la luce.

D’altra parte, tra gli uomini di Mussolini il ricorso a misure estreme contro Hitler, come la scomunica, era oggetto di discussione, anche se poco fondato e probabilmente limitato a deterrente e diversivo. Certo è che la questione religiosa e l'ormai incontenibile intransigenza del pontefice diventano, per alcuni gerarchi quasi un disperato tentativo per arginare l'alleato tedesco. La parte più imbarazzante spetta a Ciano che non può deteriorare i suoi rapporti né con la Germania né con la Santa Sede. «Il ministro Ciano non mi ha espresso il suo pensiero - scrive in un rapporto del 30 aprile Borgoncini Duca, nunzio in Italia - però ho avuto l'impressione che egli pure non sia entusiasta della politica tedesca e deplori vivamente la persecuzione della Chiesa.

«Avendomi poi domandato quali erano state le impressioni avute in Vaticano per le dichiarazioni di Göring al conte Magistrati, gli ho risposto che tali dichiarazioni non avevano potuto fare alcuna impressione, perché subito smentite dall'atteggiamento del Capo. Egli mi ha soggiunto che Göring è più conciliante di Hitler, il quale difficilmente cambia rotta: però, come sua opinione personale, egli, conte Ciano, approvava l'atteggiamento di moderazione della Chiesa che non aveva adottato estreme sanzioni (scomunica, rottura dei rapporti diplomatici e simili). Queste parole egli mi diceva forse perché io gli manifestassi qualche cosa in merito, ma io gli ho risposto che la Santa Sede non ha voluto essere lei a recidere l'ultimo filo, e non ho aggiunto altro. Mi è parso di intravedere nelle parole del conte Ciano un qualche raffreddamento dell'onorevole Mussolini verso la Germania, e forse anche che non disapproverebbe quelle sanzioni estreme».

Non si hanno allo stato attuale delle fonti riscontri significativi di questo "raffreddamento" di Mussolini, mentre sono tanti e consueti i segni di imbarazzo e di ipocrisia di Ciano. «Mi ha detto - riferisce sempre Borgoncini Duca il 15 giugno - che egli ha cercato sempre di fare il possibile per assecondare le richieste della Santa Sede e di avere dispiacere di non essere riuscito in un punto solo: quello di mettere pace tra la Germania e la Chiesa. Questo punto - sono sue parole testuali - lo tengo sulla coscienza perché, come cattolico e figlio devoto della Chiesa, vorrei poter fare qualche cosa, se non in via ufficiale, dovendo l'Italia ufficialmente restare estranea a questo conflitto, almeno privatamente, ma con tutte le mie energie».

Ciano, nella ricostruzione di Borgoncini Duca, prosegue: «Una linea di intesa ci deve essere ed io sarei lieto di potere prestare i miei servizi. La chiesa cattolica perde terreno tutti i giorni in Germania», rileva ancora Ciano, e quindi si domanda se «non sia il caso, di fronte a tante rovine, di recedere un poco... dalla linea di intransigenza assoluta. D'altra parte il governo italiano si trova, per non rimanere isolato, nella necessità imprescindibile di seguire la politica dell'asse Roma-Berlino... ». Il nunzio chiede allora a Ciano che cosa, a suo giudizio, si dovrebbe fare, dato che non si può trattare con persone intrattabili e che non hanno alcuna coscienza. Il ministro degli Esteri gli risponde: «Credo che tratterebbero.

Ad ogni modo io non saprei che cosa di pratico suggerire; ma solamente sentivo il desiderio di esprimere confidenzialmente il mio stato d'animo ed offrire la mia qualsiasi opera». Come si vede, è un continuo barcamenarsi di «si potrebbe fare e poi non si fa».

Il 2 luglio il nunzio Borgoncini Duca viene ricevuto da Bottai, il ministro dell’Educazione, che così commenta il suo recente viaggio a Colonia: «Ieri sera l'ho riferito al Duce: non si immagina quello che sono capaci di fare se si pensa che il ministro della Istruzione del Reich (se ho capito bene Rust) ha fatto un discorso di un'ora e mezza per annunciare che bisogna finirla con la religione portata da Gesù... che era un bastardo (riporto la bestemmia sacrilega, tale e quale) senza preoccuparsi che parlava alla presenza del ministro della Educazione nazionale di un paese cattolico. Egli ha esposto un minuto programma di scristianizzazione. Ho assistito a riti in onore dell'acqua, del fuoco, della terra che, mentre le bestemmie a noi italiani fanno aggrinzare le carni, questi riti invece ci fanno ridere, però penso al grandissimo male che tutto ciò arreca alla gioventù. Non so dove si arriverà di questo passo».

Il colloquio si conclude in un modo grottesco, con battute in romanesco sui costumi ginnici che in Italia vanno «sempre più peggio». Il fatto che temi tanto importanti (vi è in nuce la concezione della religione pagana contrapposta alle radici semitiche del cristianesimo, l'educazione dei giovani eccetera) finiscano «in un bel sollazzo romanesco», al di là del carattere chiaramente minore dell'episodio, è sconcertante testimonianza di come esponenti non del tutto secondari della scena politico-ecclesiale utlizzino la «questione religiosa» in un momento tanto tragico. Persino il gerarca Farinacci, filogermanico da sempre, nel commentare il congresso di Norimberga del settembre 1938, dichiara a Rosenberg e Himmler: «l’Italia è fascista, è e vuole rimanere cattolica e soprattutto in questo momento in cui l’orizzonte internazionale si oscura non vedo l’opportunità di lotte religiose, anche dal punto di vista tedesco». Un altro patetico tentativo di prendere le distanze da Hitler, smentito da una successiva intervista che Farinacci darà alla stampa nazista, in cui invece esalterà lo spirito del congresso di Norimberga.

Il quadro che esce da questi mesi è dunque inquietante: nel regime, Mussolini e i suoi gerarchi sembrano precipitare in un gorgo che li trascina, senza che siano in grado di compiere atti significativi che non siano minacce, sentenze e invettive. Senza nessuna conseguenza reale.

In Vaticano, un pontefice sempre più solo, attorniato da personalità disorientate, non all’altezza degli eventi. Uniche eccezioni, Tardini, Montini e il segretario di Stato che si mantiene lucido. Un Pacelli di grande statura diplomatica. E che di lì a poco, nel precipitare del mondo verso la guerra, salirà al soglio di Pietro, e finalmente sceglierà una linea, ma non sarà quella della intransigenza.

 
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