| Silvestrini: il Duce prese atto dei timori di Pio XI |
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Scoppola: solo un alibi per sganciarsi dall’alleato
Enrico Mannucci Un documento clamoroso, aperto alle interpretazioni e assolutamente da approfondire. E' questo il tono delle reazioni al «suggerimento di scomunica» per Hitler rivolto nell'aprile 1938 da Mussolini a Pio XI e presentato ieri dal Corriere della Sera . Un'indicazione concreta, ad esempio, la offre il cardinale Achille Silvestrini , uno dei più autorevoli testimoni sulla storia della Chiesa nel Novecento: «Il resoconto dell'udienza è di per sé di valore. Ma per valutarne pienamente la consistenza dovremmo incrociarlo con gli atti conservati nell'archivio sui rapporti tra Santa Sede e Italia. Questi non sono ancora consultabili: a mio avviso è una lacuna. Il dato fondamentale messo in luce è la montante indignazione di Pio XI verso il nazismo persecutore. Penso che questa sia una delle chiavi interpretative. Si può ipotizzare un incarico di Pio XI a padre Tacchi Venturi per accertare il reale atteggiamento di Mussolini verso Hitler, in vista della visita a Roma di quest'ultimo. Il Duce, in un certo senso, prende atto dei timori del Papa e risponde: certo che Hitler è pericoloso, bisogna che anche voi facciate quel che è in vostro potere, fino a provvedimenti estremi come la scomunica». Un atto del genere era possibile? «Sì, Hitler era battezzato cattolico anche se non praticante. Difficile figurarsi gli effetti. Certo, avrebbe posto un grave problema di coscienza a milioni di tedeschi cattolici, avrebbe creato una divisione interna alla Germania e avrebbe rialzato al massimo il livello di tensione verso il nazismo». L'attenzione degli storici va anche alla genesi del documento, al significato dal punto di vista mussoliniano. Le letture divergono. «Il testo è sorprendente e sconcertante - osserva Pietro Scoppola -. In attesa di ulteriori riscontri, lo leggo come espressione della montante paura di Mussolini per Hitler. Sa di essersi messo su una strada che gli fa paura. Qui il personaggio appare in tutta la sua complessità e contraddittorietà. Immagina la scomunica come un alibi per sganciarsi dall'alleato, in sostanza cerca chi gli tolga le castagne dal fuoco: ma le castagne sul fuoco le ha messe lui. E' un gesto altamente emblematico: Mussolini arriva a temere le conseguenze della sua politica e cerca una soluzione al di fuori del suo raggio di iniziativa. C'è poi un'altra domanda: perché Pio XI non segue questa indicazione? Anche qui dobbiamo sperare in nuovi documenti con elementi ulteriori. Una scomunica di Hitler avrebbe fornito buoni argomenti, in Italia, a chi voleva frenare una politica filotedesca ma, certo, avrebbe anche scatenato una feroce persecuzione anticattolica in Germania: attorno al Pontefice, all'epoca, c'erano molte persone preoccupate da un'ipotesi del genere». Anche Giuliano Procacci non attribuisce al documento un eccessivo valore dal punto di vista politico: «Semmai questa mossa conferma l'assoluto dilettantismo della politica estera fascista: è incredibile che Mussolini consigli di scomunicare Hitler tre settimane prima di riceverlo con tutti gli onori e lo consideri un pericolo a un anno di distanza dal Patto d'Acciaio. Ma lascia allibiti anche l'idea in sé, chiedere al Papa di scomunicare qualcuno...». Lucio Villari , poi, arriva a giudicare «inattendibile» il documento: «Con questa data e questo contenuto». Invece Giovanni Sabbatucci legge le rivelazioni come un puntello importante a dibattutissime tesi storiografiche: «Mi pare una conferma anche clamorosa alle posizioni defeliciane sulla non irreversibilità delle alleanze mussoliniane, anche oltre la guerra d'Etiopia, addirittura fino al 1939: l'idea della doppiezza mussoliniana con una continua ricerca di spazi di manovra. Perché, se arriva a suggerire un gesto così forte, non è per sganciarsi definitivamente dalla Germania e neppure per le tensioni in Alto Adige, piuttosto perché un Hitler scomunicato sarebbe stato più debole: l'interlocutore nei guai garantiva al Duce un peso più determinante». E’ il «doppio gioco» mussoliniano richiamato anche da padre Giovanni Sale , storico ufficiale della Compagnia di Gesù. Un altro allievo di De Felice, Francesco Perfetti , aggiunge: «E' un atto importante: finora sconosciuto e neppure ipotizzabile. Ci parla soprattutto dei reali rapporti fra Hitler e Mussolini. E, in quel quadro, non stona, non è sorprendente. Conferma una verità di fondo: il Duce non ha mai sopportato il Führer, per lui prova antipatia e diffidenza. Hitler imita Mussolini, fa di tutto per essere invitato in Italia, poi coglie l'occasione della guerra in Etiopia per incunearsi nella debolezza italiana causata dalle sanzioni. Lo spartiacque è lì, nel 1936, e nella politica di isolamento dell'Italia seguita dagli anglo-francesi. Mussolini è refrattario anche all'accordo dell'Asse ma il piano della situazione internazionale inclina inevitabilmente da quella parte. Lui, comunque, continuerà a tentare di bilanciare i tedeschi cercando ancora accordi commerciali con gli inglesi». Lo storico della Chiesa Giovanni Miccoli , invece, non interpreta il «suggerimento-consiglio» come arretramento politico rispetto all'alleanza con la Germania: «I giochi erano fatti. Questa non è una richiesta di aiuto per svincolarsi da Hitler: credo si possano offrire due letture che non si escludono l'una con l'altra. La prima è che Mussolini voglia dare un segnale all'irritazione degli ambienti vaticani per la saldatura fra nazismo e fascismo. Una specie di goffo e maldestro contentino al Papa che si sta sempre più irrigidendo contro Hitler, per mantenersi anche qualche spazio di manovra con l'alleato. La seconda ipotesi è che si tratti di una delle alzate d'ingegno velleitarie tipiche del Duce in quel periodo. Un gesto velleitario e superficiale come tutta la classe dirigente che emerge dai documenti presentati».
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