Il Corriere della Sera 14.2.2004
Pubblichiamo alcune testimonianze di sopravvissuti all’Holodomor, raccolte
dalla storica moscovita Daria Chubova. I cognomi sono seguiti dalle iniziali
del nome e del patronimico
«Anche cani si mangiava, e gatti, e ratti... Gli uccelli piccoli, passeri
e cornacchie, li avevamo mangiati in autunno, da un pezzo non ce n’erano
più... Perché nasconderlo, si mangiava la gente.» (Ivanova
O.I.)
«Dietro di noi abitava Michailo Davydenko che si era mangiato la moglie.
L’aveva uccisa, cotta e mangiata... Prova un po’ tu a fare la fame...
La gente usciva di testa... Varvara, quella che stava in fondo al villaggio,
era andata a far acqua al pozzo. Ma vicino al pozzo si scivola, l’acqua
versata era tutta una lastra di ghiaccio... Varvara scivolò e cadde...
Per alzarsi le mancavano le forze... Rimase lì stesa finché non
congelò. Il suo uomo la prese com’era, gelata, e la tagliò
a pezzi per mangiarla...». (Bakanova V.S.)
«C’era una fame terribile... La gente era tutta gonfia. Una notte
vado verso l’officina e vedo un vecchietto... L’inverno era freddissimo...
Lui trascina una bambina, morta congelata, per il collo: che vuoi, bisogna pur
mangiare». (Komlitskij I.V.)
«Mia mamma era già tutta gonfia e non poteva alzarsi dalla panca.
Se ne stava lì sdraiata da qualche giorno... Ma era ancora viva. Dai
vicini era rimasta viva una bambina, gli altri erano tutti morti. Andai da lei
e in due cominciammo a disfare lo steccato per fare casse da morto... Mentre
lo disfacevamo (così dicendo piange)... la mia mamma... la portarono
via, viva... Non le ho dato l’ultimo saluto e non so dove è la
sua tomba». (Kononenko A.N.)
«Che cosa ho fatto?... A partire dalla scuola abbiamo cominciato a scavare.
Da tutto il villaggio portano i morti... Ma che morti... Crepati erano. Scaviamo
la fossa profonda fino al ginocchio e li stendiamo lì come acciughe,
uno sull’altro, purché basti la terra per coprirli. Arriviamo fino
al policlinico, vedi, di qui sono quattrocento metri. Dall’ospedale trasportavano
a carrettate tutti i cadaveri nudi. I carri non sono coperti e ora un braccio,
ora una gamba finisce tra le ruote. Ma ecco che una donna porta un bambino che
conosco: è la mia ex vicina, e mi dice: "Grisha, sotterramelo".
Allora io, per non offendere gli altri, scavo un po’ da una parte e metto
lì quella piccola bara... Nella bara non si poteva seppellire e se qualcuno
portava morti nella bara, noi la spaccavamo perché occupava troppo spazio...
Le bare le spaccavamo e i cadaveri li stendevamo come acciughe» (Gontar
G.K.)
«Soprattutto se la passavano male i bambini piccoli: cadevano semplicemente
per terra, come mosche». (Gontar M.S.)
Racconto dell’autista di un dirigente di partito: «Ne abbiamo fatta
allora di strada, dappertutto le vie erano piene di cadaveri... Ce n’erano
moltissimi, una quantità enorme... Non ricordo dove, lui mi dice: "Vedi,
Vasilij, i kulak hanno nascosto il grano: preferiscono crepare piuttosto che
tirarlo fuori"». (Lozovoj V.P.)