| Ucraina, voci dal silenzio di uno sterminio |
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Il Corriere della Sera 14.2.2004 Una studiosa russa ha raccolto la «storia orale» di quel massacro. Che attende ancora di essere riconosciuto dall’Occidente e dall’Onu Di recente Giovanni Paolo II ha inviato un messaggio ai cardinali ucraini Husar e Jaworski in occasione del 70° anniversario dell’«Holodomor», cioè della carestia che nel 1932-33 affamò in particolare l’Ucraina, allora sovietica, e altre popolazioni, dal Kazachistan al Caucaso settentrionale, causando milioni di vittime. Tra gli stermini che, per responsabilità del potere comunista, decimarono i vari popoli forzosamente riuniti nell’Urss, quello della Grande fame, uno dei più terribili, aspetta ancora il debito riconoscimento (anche se non manca ormai una vasta letteratura) e opportunamente ad esso lo scorso anno è stato dedicato un convegno dell’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa, il cui presidente, Gabriele De Rosa, ha chiesto al Parlamento italiano di riconoscere quel massacro come genocidio. Di questo tragico episodio, taciuto nell’Urss, ma di cui scrissero un giornalista come William Chamberlin e poi uno storico come Robert Conquest, le fonti storiche permettono di ricostruire i meccanismi. Ma, al di là di ogni ricerca specifica, c’è l’impressionante quadro di questo strazio che solo i suoi testimoni diretti, anzi le vittime sopravvissute, possono far rivivere, come è il caso dei racconti raccolti da Daria Chubova, e qui in parte tradotti, frammenti di una «storia orale» che nessuna storia «scritta» può superare. Un’altra testimonianza si legge nelle memorie di uno dei maggiori «dissidenti» sovietici, Lev Kopelev, che, in gioventù fanatico comunista, partecipò come attivista del partito alle spietate azioni contro i contadini affamati e, ricordando gli orrori cui assistette, si stupisce di non essere impazzito o di non essersi suicidato, ma di aver creduto che tutto ciò fosse necessario per un radioso avvenire comunista. Dire che la colpa di questo eccidio (le cui vittime oscillano tra i quattro e i sei milioni) è del regime sovietico e di Stalin è ovvio. Meno facile è individuare il modo in cui tale crimine si è attuato. Si può affermare che l’«Holodomor», la «Grande fame» nacque al punto di confluenza di due linee della politica staliniana: quella della «collettivizzazione» forzata e accelerata di tutta la campagna sovietica e quella della «deucrainizzazione» dell’Ucraina, cominciata proprio allora, nel 1933. Quale tragedia sia stata la «collettivizzazione», che poneva violentemente fine al mondo contadino costringendolo nelle aziende agricole di Stato, è noto. Come è noto che tale politica venne svolta all’insegna di una «guerra di classe» ideologica e poliziesca senza quartiere contro i cosiddetti kulak, i «contadini ricchi» che in realtà per lo più tali non erano e semplicemente si opponevano alla requisizione dei loro beni. Di questa politica soffrirono tutti i contadini laboriosi e attivi, russi e non russi, ma più di altri quelli ucraini, le cui tradizioni erano meno legate a tradizioni «collettive». D’altra parte, quando la carenza di derrate, a causa delle disfunzioni del nuovo sistema agricolo e del cattivo raccolto, avrebbe reso necessaria una importazione di granaglie, Stalin oppose nettamente il suo rifiuto perché, come aveva scritto precedentemente, «l’importazione di grano minerebbe il nostro credito all’estero e aggraverebbe le difficoltà della nostra posizione internazionale. Dobbiamo quindi farne a meno ad ogni costo. Il che è impossibile se non si intensifica l’ammasso del grano». Nel 1932, quando cominciò la carestia, e milioni di persone morivano di fame, non solo avvenne tale «intensificazione» requisendo tutto il possibile ai contadini, ma continuò l’esportazione all’estero, il che, assieme alle draconiane misure di polizia varate, rese il potere centrale direttamente responsabile dell’ecatombe (tenuta nascosta per non minare il «credito» dell’Urss!). L’altra linea che spiega l’accanimento di Stalin nei riguardi dell’Ucraina è la svolta nella politica nazionale in generale per tutte le componenti dell’Unione Sovietica e in particolare verso la seconda repubblica, per importanza e grandezza, l’Ucraina appunto. È questa una storia meno nota e chiara. Basterà ricordare che per un decennio, dal 1923 al 1933, si svolse la cosiddetta «ucrainizzazione» dell’Ucraina, cioè il riconoscimento da parte del potere centrale sovietico delle peculiarità (linguistiche, culturali, amministrative) di questa repubblica. Si parla addirittura di nazionalcomunismo ucraino, espressione eccessiva poiché il momento politico unitario e centralizzato sovietico non venne mai meno; pur tuttavia questo decennio fu piuttosto positivo per l’Ucraina e per quei suoi rappresentanti, politici e culturali, che aspiravano a una relativa autonomia da Mosca in quanto centro della Russia. L’«ucrainizzazione» era il modo tattico in cui il potere sovietico si voleva radicare in una singola area etnico-nazionale: con la franchezza da lui usata almeno in privato, in una lettera a Lenin, nel 1922, Stalin riconobbe che negli anni precedenti, durante la guerra civile, «noi siamo stati costretti a far mostra del liberalismo di Mosca nella questione nazionale», ma, aggiungeva, in tal modo involontariamente si erano formati dei comunisti che «esigono una vera indipendenza in tutti i sensi», il che era inammissibile. Nel 1933, quando il regime comunista si era radicato e Stalin aveva ormai conclusa la sua ascesa al potere totale, e non c’era quindi più bisogno di far mostra di «liberalismo», all’«ucrainizzazione» venne posto fine, come del resto, in modo analogo avvenne per le altre repubbliche, e si affermò l’unità assoluta della «patria sovietica», la cui componente centrale era quella russa (a partire dalla lingua), a sua volta, però denazionalizzata e sovietizzata. Non è possibile riferire qui ciò che avvenne poi in Ucraina: la decimazione dei suoi dirigenti «nazionalcomunisti», accompagnata da suicidi illustri anche di intellettuali, il cui «sogno» si spezzava contro la realtà. L’Ucraina subì, per così dire, una duplice tragedia entro quella generale sovietica: un eccidio di massa e un massacro di vertice e fu così sottomessa con un’ulteriore ondata di terrore al «nuovo corso», soltanto col crollo del comunismo riacquistando, settant’anni dopo, la sua indipendenza nazionale.
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