| Giovanni Paolo II e un bambino ebreo |
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La donna a cui era stato affidato voleva battezzarlo, ma il Papa, allora giovane prete si rifiutò «Sono io l'orfano ebreo salvato da Wojtyla» Alessandra Farkas, Il Corriere della Sera 18.1.2005 Come tanti orfani ebrei della Shoah adottati da genitori cattolici durante la guerra, anche il polacco Stanley Berger sembrava destinato a essere battezzato e a non fare mai più ritorno alla propria fede e cultura. Ma a cambiare il suo già tragico destino fu un giovane prete della natia Cracovia, che si rifiutò di battezzarlo e ordinò ai genitori adottivi di restituirlo al suo ambiente d’origine. Quel sacerdote si chiamava Karol Wojtyla. Questa è una storia che ha rischiato di non essere mai raccontata perché, come tanti sopravvissuti all’Olocausto, anche Berger aveva cercato di seppellire il suo straziante segreto nei meandri più reconditi della propria coscienza. Tutto inizia nell’autunno del 1942, quando Helen e Moses Hiller, genitori di Berger, decisero di affidare il loro unico figlio (che allora si chiamava Shachne e aveva 2 anni) a una coppia cattolica senza figli che viveva nella zona tedesca della cittadina di Dombrowa. «Si chiamavano Yachowitch ed erano amici intimi dei miei» spiega Berger, che dopo anni di silenzio ha deciso di raccontare la sua storia al Corriere della Sera , tra i libri e documenti ingialliti della Shtetl Foundation di New York. Dopo l’irruzione nazista del 28 ottobre nel ghetto di Cracovia, quando migliaia di ebrei furono deportati nel campo di sterminio di Belzec e i malati degli ospedali e 300 bimbi degli orfanotrofi furono uccisi sul posto, gli Hiller si erano decisi ad agire. «Il 15 novembre mamma era riuscita a portarmi fuori dal ghetto e ad affidarmi
ai suoi amici cristiani, insieme a due grandi buste - incalza Berger -. La prima
conteneva tutti i suoi oggetti di valore, l’altra tre lettere».
La prima era indirizzata ai signori Yachowitch, ai quali dava in consegna il
piccolo Shachne, istruendoli di educarlo come ebreo e di restituirlo al suo
popolo in caso di morte dei genitori. La seconda lettera era indirizzata allo
stesso Shachne: gli spiegava che era stato un amore profondo a indurre mamma
e papà a metterlo in salvo presso estranei e gli rivelava le sue origini,
augurandosi che crescesse orgoglioso di essere ebreo. La terza lettera, infine,
conteneva il testamento di Reizel Wurtzel, madre di Helen, indirizzato alla
cognata Jenny Berger a Washington. Il suo tragico presagio doveva avverarsi di lì a poco. Nel marzo del
’43 il ghetto di Cracovia fu liquidato. La città col primo insediamento
di ebrei sul suolo polacco, risalente al XIII secolo, venne dichiarata Judenrein
(«libera da ebrei») e anche il destino dei genitori del piccolo
Shachne si consumò poco dopo nei forni crematori di Auschwitz. Nello
stesso periodo, anche gli Yachowitch dovettero fare i conti con la loro rischiosissima
scelta. «Dal ’42 al ’45 eravamo costantemente in fuga, da
una casa all’altra e da una città a un nuovo villaggio - rievoca
Berger -. Molti polacchi ostili e antisemiti sospettavano, dal mio aspetto,
che fossi ebreo e se ci avessero denunciati i miei genitori adottivi rischiavano
la morte». Quell’amore materno, incondizionato ed eccessivo, di una donna che nonostante
mille tentativi non era mai riuscita ad avere figli, si rivelò ancora
più forte dell’amicizia. La Yachowitch dimenticò ben presto
le promesse fatte a Helen e decise di far battezzare il bimbo, che voleva adottare
ufficialmente e trasformare in un buon cattolico. La Eliach è stata la prima a rivelare al mondo la storia di Berger. Che ha dato poi il via alla grande e inedita branca di studi che approfondiscono ciò che la Eliach definisce «lo straordinario filosemitismo di Wojtyla: il miglior amico degli ebrei negli ultimi duemila anni». Grazie al rigore morale del futuro Papa, il piccolo Shachne poté intanto partire per il Nord America, dove l’aspettavano i parenti materni. «Non fu un’impresa facile - racconta Berger -. La legge polacca proibiva agli orfani di lasciare il Paese e le norme sull’emigrazione canadesi e statunitensi non mi concedevano il visto. Così fui palleggiato per altri tre anni da un parente all’altro. Imparai a non affezionarmi mai ai posti e alle persone. Perché niente durava più di sei mesi». Alla fine, nel 1949, il Consiglio ebraico canadese riuscì a ottenere dal governo di Ottawa il permesso di fare entrare nel Paese 1.210 orfani. Tra questi c’era Shachne, l’unico polacco. Il 3 luglio del ’49, il transatlantico «Batory» getta l’ancora nel porto di New York. Dalla cabina numero 228, in prima classe, emerge il piccolo che non ha ancora compiuto nove anni e ignora ancora di essere ebreo. «Da questo momento in poi la mia odissea si è fatta ancora più rocambolesca. Senza visto americano fui costretto ad andare a vivere dalla zia Aaron a Montreal. Ma quando suo marito morì di cancro, finii in orfanotrofio e poi a casa di ricchissimi industriali, i Kertz, che mi ospitarono in attesa dei visto Usa». Il 19 dicembre del ’50, dopo due anni di pressioni da parte di Jenny Berger, il presidente americano Harry Truman firmò un decreto speciale che assegnava Shachne Hiller ai Berger. «Erano passati più di otto anni da quando, nel ghetto di Cracovia, mia nonna aveva scritto il testamento. Alla fine il suo desiderio si era realizzato». Ma il giovane Shachne, che nel frattempo si era educato nelle migliori università ebraiche americane ed era diventato un ebreo osservante, marito devoto e padre di due gemelli, ignorava ancora un piccolo, grande dettaglio della sua storia. A rivelarglielo, nell’ottobre del ’78, fu la signora Yachowitch, con cui era rimasto in rapporti epistolari. «Per la prima volta, mi rivelava che aveva cercato di battezzarmi ed educarmi come cattolico. Ma che era stata fermata da un giovane prete, futuro cardinale di Cracovia, Karol Wojtyla, da poco eletto Papa».Quando il rabbino capo di Bluzhov, rabbi Israel Spira, apprese dalla professoressa Eliach questa storia, disse: «Le vie di Dio sono misteriose, meravigliose, sconosciute agli uomini. Forse è stato il merito di aver salvato quell’anima ebrea che lo ha condotto a essere Papa. È una storia che deve essere raccontata».
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