| Giornata della Memoria dell'Olocausto. Un contributo alla verità |
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Andrea Tornielli, Il Giornale 19.1.2005 È la lettera che ha originato l’ormai famosa presa di posizione del Sant’Uffizio relativa al comportamento da tenere di fronte alle richieste delle organizzazioni ebraiche di riavere i bambini ebrei salvati dalla Chiesa. È un tassello fondamentale della vicenda dei «battesimi forzati» francesi, che da settimane ormai vede impegnati storici e polemisti, e che conferma la fondatezza storica della ricostruzione offerta nei giorni scorsi dal nostro quotidiano sulla base del dispaccio originale contenente i veri ordini del Vaticano per il nunzio apostolico a Parigi Angelo Roncalli, reso noto per la prima volta su queste colonne martedì 11 gennaio scorso. Il documento che oggi il Giornale pubblica è il testo integrale della lettera inviata il 12 marzo 1946 dal Rabbino capo di Palestina Isaac Herzog a Papa Pio XII, nella quale si chiedeva la consegna dei piccoli ebrei salvati dalle istituzioni cattoliche e rimasti orfani a causa della Shoah. Non tratta, dunque, della restituzione alle famiglie o ai parenti scampati allo sterminio, ma chiede invece che il Pontefice ordini la consegna dei bambini alle organizzazioni ebraiche che li avrebbero trasferiti in Palestina dove stava per essere fondato il nuovo Stato d’Israele. Proprio sulla base di questa missiva, che il rabbino Herzog stende a Roma poche ore dopo aver incontrato Pio XII, quest’ultimo investirà del problema il Sant’Uffizio, che il 27 marzo successivo preparerà una breve nota (una pagina in tutto) integralmente trasmessa dal «ministro degli Esteri» vaticano Domenico Tardini al nunzio Roncalli. La lettera del rabbino si apre con parole di riconoscenza verso il Papa, il Vaticano e la Chiesa: «Il popolo ebraico ricorderà sempre con profonda gratitudine l’aiuto dato ad un così alto numero di suoi fratelli sofferenti durante la persecuzione nazista, sia dalla Santa Sede in generale che da decine di vescovi e di sacerdoti cattolici in tutta l’Europa». Poi Herzog affronta il problema della consegna dei bambini: «Fra coloro che sono scampati allo sterminio, trovando rifugio nei conventi cattolici e in case private, vi erano migliaia di bambini ebrei. I genitori di questi bambini non ci sono più, ed è mio compito - come leader spirituale ebreo in Terrasanta – perorare la loro causa dinanzi a Sua Santità. Sono venuto a Roma per chiedere il Suo sostegno affinché tutti questi bambini vengano restituiti alla loro gente». Dunque soltanto degli orfani si tratta, non dei piccoli richiesti dai parenti. E dalle parole della più alta autorità religiosa ebraica di Gerusalemme emerge anche chiaramente la destinazione: «In tutti i paesi interessati sono già disponibili delle apposite organizzazioni ebraiche, che dispongono dei mezzi per prendere in carico i bambini, e io stesso nominerò delle commissioni rabbiniche, che provvederanno al loro trasferimento e alla loro futura educazione e istruzione». Herzog cita quindi il caso della Polonia, dove « si ritiene che almeno tremila bambini ebrei si trovino ancora nei conventi cattolici e nelle case private di famiglie cattoliche». Toccante e poi il seguito dell’appello del rabbino, che cita la tragedia della Shoah: «Non occorre sottolineare quanta importanza abbiano questi bambini per il giudaismo e per il popolo ebraico. Durante il recente olocausto – continua Herzog nella lettera a Pio XII - abbiamo perduto circa un milione e duecentomila bambini. Certamente, Sua Santità comprenderà il valore e l’urgenza del nostro storico appello, affinché i piccoli, scampati a un eccidio senza precedenti, non debbano esserci negati. Per le centinaia di milioni di uomini di fede cattolica, si tratta di un numero insignificante. Ma per la gente di Israele così duramente colpita, ognuno di loro vale come mille». Il rabbino capo di Palestina scrive poi che «una risposta favorevole» da parte del Papa «costituirebbe un gesto di clemenza verso il più martirizzato di tutti i popoli». E conclude la sua missiva manifestando a Pacelli la richiesta di un intervento «contro i tentativi di far rivivere il veleno dell’antisemitismo». In queste ultime settimane è stato appurato quali fossero le disposizioni vaticane circa la restituzione dei bambini e le perplessità da parte della Chiesa di consegne «in blocco» ad organizzazioni che non avevano diritti legali sui piccoli. Le tante storie che in questi giorni il Giornale ha pubblicate testimoniano che nell’affrontare i casi concreti venne applicato il buon senso. C’è una prova, decisiva, che lo attesta. Il 9 ottobre 1958, poche ore dopo l’annuncio della morte di Pio XII, lo stesso Isaac Herzog, divenuto nel frattempo rabbino capo d’Israele, invia un telegramma alla Santa Sede. E parla proprio dell’udienza avvenuta nel marzo 1946 e della richiesta da lui formulata con la lettera che oggi il Giornale rende nota. «La morte di Pio XII – scrive Herzog per commemorare Pacelli – è una grave perdita per tutto il mondo libero. I cattolici non sono i soli a deplorarne il decesso». «Ricordo l’udienza che mi fu concessa – continua il rabbino – dal compianto padre della Chiesa cattolica nel 1946, quando gli chiesi che ci aiutasse a restituire alla loro patria i bambini ebrei strappati dalle braccia dei loro cari durante il genocidio nazista. Rimasi profondamente colpito dalla sua grande preparazione, dai suoi alti ideali e dalla consapevolezza costante che egli aveva delle grandi responsabilità di cui era investito». Perché mai, se fosse rimasta qualche ferita aperta per la mancata consegna dei bambini ebrei salvati dalla Chiesa, Herzog avrebbe citato positivamente proprio questo esempio?
ISAAC HERZOG, M.A.D. Litt.
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