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Il 25 aprile degli sconfitti. Cronaca di un massacro Stampa
Pagine di Storia

Esce «Il sangue dei vinti», di Giampaolo Pansa, nuovo capitolo sugli orrori della guerra civile.
Una tragedia per troppo tempo ignorata dalla storiografia ufficiale

Dal libro di Giampaolo Pansa (leggi intervista), Il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer, in libreria da martedì 14), pubblichiamo un brano tratto dal capitolo «La cartiera degli orrori». Il massacro ricostruito in questo testo ha come teatro la cartiera Burgo di Mignagola, nella provincia di Treviso. Livia, il personaggio narrante che dialoga con l’autore, è l’unico elemento immaginario della storia .

«Dovrei cominciare parlando della banda guidata da un partigiano chiamato Falco, però le confesso che so poco di lui. Era certamente un comunista, forse aggregato a qualche formazione della zona, ma con la voglia di fare da solo, decidere da solo e rapinare e uccidere da solo. Un altro dato sicuro è che Falco era un sadico, uno che concepiva la punizione dei fascisti sconfitti come un insieme di violenze feroci e di esecuzioni a raffica. Succede spesso nelle guerre civili: da una parte e dall’altra, insieme ai caratteri generosi, emergono i sanguinari, che scoprono in quei frangenti il piacere di dare la morte obbligando le vittime a soffrire».

«Al 25 aprile, Falco e i suoi, una decina di uomini, decisero di fare della cartiera di Mignagola un luogo infernale per i fascisti in fuga. Avevano una specie di avamposto: una grande villa a Breda di Piave, un poco più a nord. Era la villa Dal Vesco, che aveva già visto l’assassinio dei tre proprietari, eliminati nel febbraio 1945 per non aver ceduto ai tentativi di estorsione di qualche banda».

«Falco prese possesso della villa il 26 aprile e da quel momento l’avamposto cominciò a funzionare. Qui gli arrestati, militari sbandati e anche molti civili della zona, fascisti o ritenuti tali, venivano picchiati a sangue, processati in modo sommario e avviati quasi tutti alla cartiera».
«Prima di proseguire», aggiunse Livia, «devo dirle che la mia fonte principale è la minuziosa inchiesta di un ricercatore di destra, Antonio Serena, oggi deputato di Alleanza nazionale, autore de "I giorni di Caino", pubblicato nel 1990 dalla Panda Edizioni. E una fonte di parte? Certo, come tutte le fonti. Ma non per questo, nel caso di Serena, meno credibile».

«Era a villa Dal Vesco che cominciavano i sadismi sui prigionieri. Lamette conficcate in gola. Obbligo di inghiottire i distintivi metallici strappati alle divise. Spilloni nei genitali. Percosse con i calci dei fucili, bastoni, verghe d’acciaio. Quelli destinati a morire li trasferivano in camion alla cartiera. Ma qui la morte non arrivava mai in fretta, come una liberazione. Prima di essere giustiziati, i fascisti dovevano camminare o ballare a piedi nudi su cocci di bottiglia. O erano costretti a riempirsi la bocca di carta che poi veniva incendiata».

«Il 27 aprile», continuò Livia, «arrivarono alla cartiera dei prigionieri d’eccezione. Agli Olmi, un posto di blocco partigiano aveva fermato un autocarro militare e una 1100 blu scuro. A bordo c'erano 6 uomini e una donna. Il camion era pieno di armi, denaro e oro. Un partigiano triestino riconobbe subito uno dei fermati. Era un personaggio notissimo a Trieste: il vicecommissario dì polizia Gaetano Collotti, un palermitano di 28 anni. E sulle sue spalle pesava una storia nefanda».

«Collotti era stato alla testa di una squadra particolare dell’Ispettorato speciale di Pubblica sicurezza per la Venezia Giulia, creato dal ministero dell’Interno nell'aprile 1942 per dare la caccia agli antifascisti e poi ai partigiani italiani e sloveni. Dopo 1’8 settembre, l'Ispettorato era divenuto il braccio destro della Gestapo e delle SS, sempre più specializzato in torture e sevizie orrende, soprattutto sulle donne arrestate».
«La squadra di Collotti, che aveva la sua base a Trieste, veniva considerata il ferro di lancia del reparto. Era un gruppo spietato, ma anche avido, che s’impadroniva del denaro e dei preziosi sequestrati alle vittime. Insomma», concluse Livia, «Collotti faceva, molto più in grande e sull’altro fronte, lo stesso lavoro sporco che Falco aveva iniziato alla cartiera».

«A guerra finita, mentre i partigiani sloveni stavano per entrare in Trieste, Collotti decise di scappare. Non so dove pensasse di nascondersi, ma viaggiava con qualcuno dei suoi agenti, la fidanzata, Pierina M., e una parte del bottino accumulato derubando le proprie vittime. Uno dei catturati con Collotti era un ex-partigiano sloveno, Rado Seliskar, che aveva disertato e si era messo al servizio dell'Ispettorato».
«Agli Olmi, il denaro e l’oro sparirono subito, mentre Collotti e gli altri 6 fermati vennero condotti alla cartiera. Serena racconta di una persona che li vide passare: camminavano in fila indiana con le mani sulla testa, per prima la donna, che indossava un vestito color rosso mattone, poi gli altri, molto eleganti, con lunghi impermeabili chiari».

«Nella notte ebbero un processo sommario che si concluse con la condanna a morte. La sentenza fu eseguita la mattina successiva, verso le dieci, dentro la cartiera, vicino alla stalla dei cavalli. Un secondo testimone ha raccontato a Serena: "Ricordo la donna vestita di rosso e con i capelli rossi. Era vistosamente incinta. Collotti era un giovane piuttosto piccolo, grassoccio, mezzo calvo. Prima dell’esecuzione i due si abbracciarono. Dopo le raffiche di mitra, uno dei 7, benché ferito, si mise seduto e gridò: "Viva l’Italia!" Un partigiano gli rispose: "Tu non sei degno di gridare viva l'Italia!" E lo accoppò con una fucilata al volto».

«Nel frattempo, dentro la cartiera, si continuava a torturare e a uccidere. Chi non moriva subito, veniva finito a rivoltellate o a colpi di vanghetta militare. I giustizieri facevano anche il lavoro dei becchini. Caricavano i cadaveri sui carrelli della ferrovia interna allo stabilimento. E li seppellivano in fosse scavate fra la strada ferrata e il fiume Mignagola».

«Quel carnaio venne poi descritto da un sacerdote che, il 29 aprile, si era offerto di confessare i prigionieri destinati a morire: "La mia impressione fu di essere improvvisamente precipitato in una bolgia infernale. Tra una confusione indescrivibile, era tutto un andirivieni di individui armati, esagitati, vocianti, fra grida e spari. Ammassati in uno stanzone, vidi un folto gruppo di giovani prigionieri, ragazzi e ragazze, che urlavano e piangevano terrorizzati. Spiegai che cosa intendevo fare e ritornai alla canonica, in attesa di essere chiamato a compiere la mia missione. Invece, la mattina seguente, lunedì 30 aprile, appresi con sgomento che, dopo la mia partenza, i partigiani avevano compiuto una strage di prigionieri, fucilandone molti anche lungo le mura della cartiera. Indignato, inforcai la bicicletta e mi recai difilato dal vescovo di Treviso a chiedere il suo intervento per far cessare i massacri"».

 
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