Roberto Beretta
Il frate fu ucciso dai suoi. Padre Squizzato militava in un gruppo antifascista
e fu attirato in una trappola dai «colleghi» comunisti. Forse perché
aveva deciso di smettere con la clandestinità
Frate, cappellano militare degli alpini, quindi partigiano militante; eppure
massacrato dagli stessi partigiani. È possibile? La vicenda di
padre Eugenio Squizzato è emblematica di quanto la contrapposizione
ideologica, forse l'odio, seppero sovrapporsi agli ideali della lotta
per la libertà e la democrazia.
Padre Squizzato era un semplice francescano veneto, partito per il fronte
come tanti altri cappellani militari; se aveva una particolarità,
era quella che la sua famiglia - ben 16 figli, di cui due divenuti sacerdoti
e due suore - si meritò un paio di colonne nella cronaca di un
giornale come detentrice del record di fratelli arruolati contemporaneamente:
ben 7. Padre Eugenio, nato a Piombino Dese (Pd) nel 1915, era il più
giovane; fu mandato come cappellano degli alpini a Mondovì nel
1941, quindi in Croazia e infine in Francia: dove l'ha colto l'8 settembre.
Ma il frate - che non possa farlo oppure non ritenga evangelico abbandonare
i suoi commilitoni - non rientra al convento. Negli archivi francescani
sono rimasti alcuni dei rari biglietti che riusciva a inviare ai superiori;
per esempio questo del gennaio 1944: «Mi fu scritto che voi siete
in pensiero per me, cioè per la mia sicurezza corporale e molto
più per la mia vocazione sacerdotale. Molte cose qui mi è
impossibile riferirle... Circostanze impensate mi hanno messo nella condizione
di dover continuare la mia missione. Quindi non attribuite a mancanza
di volontà o di vocazione il mio ritardato ritorno. Appena sarò
libero, non solo ritornerò, ma volerò».
Anche altra corrispondenza testimonia con le sue stesse reticenze che
padre Eugenio era entrato nella clandestinità delle montagne piemontesi,
probabilmente al seguito di compagni d'arme collegatisi alla resistenza.
Secondo una relazione compilata dopo la morte del francescano, era un
colonnello dell'aviazione - con legami nelle alte sfere repubblichine
- a indirizzare da Ciriè i movimenti di quella formazione, che
si era acquartierata a Piano d'Audi (una località sopra Corio Canavese).
A novembre 1943 tuttavia i tedeschi sferravano un'offensiva nella zona
e disperdevano il gruppo. Pare che padre Squizzato riparasse a Forno Canavese
con altri, comandati dal maggiore degli alpini Nicola, e che ne sia seguito
un periodo di tacita non belligeranza con i nazifascisti. A Corio però
operava un'altra formazione partigiana, diretta da un comunista slavo.
Fu lui, il 13 aprile 1944 - era appena passata la Pasqua -, a invitare
il maggiore Nicola a un abboccamento per riunire le forze dei due gruppi.
Era invece un tranello. Il militare si presentò all'incontro, in
un'osteria presso il Ponte dell'Avvocato a Corio, accompagnato da padre
Squizzato e da un sergente. Alla fine del pranzo - sostiene la relazione
- fu provocato un diverbio, durante il quale i comunisti estrassero le
armi ed uccisero sia il maggiore Nicola che il francescano. Un'altra versione
dei fatti sostiene che il duplice assassinio fu dovuto invece alla voce
che sia il comandante, sia il religioso avevano espresso il desiderio
di smobilitare e tornare alle loro case, per cui i partigiani decisero
di sopprimere prima l'ufficiale e quindi - la notte tra il 15 e il 16
aprile, quando il frate si mosse per cercarne il corpo - anche il cappellano,
a pugnalate in un bosco.
Tanta discordanza di versioni forse oggi stupisce; ma all'epoca persino
i confratelli dovettero spedire un frate a condurre di persona un'indagine
sul posto per saperne di più. Del resto, l'unica sorella ancora
vivente di padre Squizzato ricorda soltanto di aver visto la salma del
fratello - che dopo la guerra sarà traslata a Piombino Dese (la
città natale ha dedicato anche una piazzetta al martire)- col volto
fasciato attraverso una finestrella praticata nella bara; e il solo documento
che conserva di lui è un «certificato patriottico»
del Cln che testifica la partecipazione del frate alla resistenza dal
9 settembre 1943. Partigiano dunque, e ucciso dai partigiani.
Da parroco a «bandito»
Don Icardi lasciò la veste per la lotta armata
Idealista e generoso, favoriva lo scambio di prigionieri tedeschi Ma probabilmente
tale impegno umanitario gli costò la vita
Un prete morto con le armi in pugno. Un partigiano ucciso dai partigiani. Un
uomo della Resistenza sepolto in un cimitero «repubblichino».
Chi fu davvero don Virginio Icardi? Non è stato semplice nemmeno
per i contemporanei dipanare la vicenda umana di questo sacerdote piemontese,
classe 1908, diocesi di Acqui; figurarsi per noi, che disponiamo di versioni
lontane nel tempo e contrastanti ideologicamente. «Esuberante, idealista,
generoso, forse la vita chiusa di un ambiente ristretto non gli si addiceva»,
scrive lo storico e confratello monsignor Giovanni Galliano; «Amante
della vita movimentata, quasi avventurosa, dopo l’8 settembre in
una lettera inviata al suo vescovo esprimeva il desiderio di partecipare
alla lotta», annota l’articolo di un periodico di destra.
Di certo don Icardi era parroco a Squaneto, presso Spigno Monferrato,
da ormai una decina d’anni quando l’armistizio venne a disorientare
gli animi anche nella sua remota canonica. Per alcune fonti furono i nazifascisti
i primi a creargli difficoltà, inducendolo a lasciare la casa parrocchiale;
secondo altri invece fu lui a «trasformare la parrocchia in luogo
di ritrovo dei partigiani». Per cui, il 21 maggio 1944, di fronte
all’ispezione di una pattuglia tedesca che bussa alla sua porta,
il sacerdote si spaventa e fugge da una finestra sul retro, dandosi alla
macchia. È il vescovo a interessarsi presso il comando tedesco
perché don Icardi possa rientrare alla sua chiesa.
I contatti coi partigiani tuttavia continuano, anche per promuovere
lo scambio di prigionieri tra le due parti in lotta, finché all’inizi
o di ottobre don Icardi non decide di lasciare la parrocchia e fors’anche
la veste per mettersi a capo di una banda di partigiani. «Richiamato
ed invitato varie volte dal vescovo – scrive monsignor Galliano
–, il suo sbaglio fu quello di non aver risposto e non essersi incontrato»
con lui.
Qui ancora una volta le notizie divergono: per gli uni l’attività
del prete (che assume il nome di battaglia di «Italicus»)
consiste in azioni «brigantesche», nel corso delle quali «molestava
armi alla mano i parroci della zona», assaltava treni alla stazione
di Spigno e ne depredava i viaggiatori, mettendo con tutto ciò
le popolazioni del luogo a rischio di rappresaglie; per gli altri invece
(o insieme, chissà) «fu merito suo se si poterono liberare
i 42 prigionieri di Malvicino e Roboaro, incarcerati e destinati alla
fucilazione se non fossero stati liberati i tre ufficiali tedeschi catturati
sul ponte di Cartosio... Fu don Icardi ad ottenerne la liberazione».
Fu quest’ultimo gesto di generosità troppo umanitaria,
agli occhi di altri partigiani, a risultargli fatale? Pare che lo stesso
sacerdote l’abbia confidato a un confratello. Altre versioni sostengono
invece che i componenti della banda di «Italicus» si siano
stancati del suo modo d’agire, in particolare abbiano perso la fiducia
nel comandante allorché gli venne affidato un ufficiale repubblichino
prigioniero e il sacerdote se lo lasciò scappare. Di fatto la sera
del 2 dicembre 1944, ad appena due mesi dal suo passaggio in clandestinità,
don Icardi fu ucciso a revolverate in strada presso Pareto da tre compagni
che l’avevano accompagnato in visita al parroco di quella località.
Il corpo venne trovato il giorno dopo e deposto in una cappellina di campagna.
Intervenne poi il generale della Rsi Amilcare Farina il quale, forse indotto
a ciò dal fatto che il sacerdote fosse stato assassinato dai partigiani,
lo fece trasferire nel cimitero delle vittime della guerra civile ad Altare;
anche il vescovo si recò laggiù a rendere omaggio al suo
irrequieto sacerdote, mentre a celebrarne le esequie fu il cappellano
di una formazione militare repubblichina. Strano fino in fondo il destino
di un prete che sembra riunire, nella sua stessa persona, le contraddizioni
della resistenza.