Roberto Beretta
Se la storia della resistenza dev'essere riscritta, un posto se lo meritano
anche i tanti preti e cattolici uccisi dai partigiani comunisti. Elena Aga-Rossi
è avvezza (suo malgrado) alla polemica, almeno da quando - insieme al
marito Victor Zaslavsky, storico come lei - ha cominciato a dragare gli archivi
dell'ex Urss ripescandone un mare di documenti utili per rivedere la storia
italiana: dai rapporti del Pci con la «casa madre» sovietica alla
resistenza, appunto. Indagini che sono confluite nel volume su Togliatti e Stalin
(Il Mulino), il quale - come si è visto in una recente polemica con Mario
Pirani che su Repubblica ha definito «ridicole» le tesi dei due
storici - ancora non ha smesso di sollevare scintille a sinistra, visto come
ne esce inzaccherata l'agiografia del «Migliore».
Dunque, professoressa, si può parlare di «epurazione selvaggia»
(espressione che lei usa per definire la guerra partigiana usata come lotta
di classe) per i 100 preti italiani uccisi dai comunisti?
«Certo. In realtà la repressione comunista s'indirizzò contro
categorie diverse. I preti hanno influenza nella comunità, sono persone
rappresentative e per questo venivano colpite. I possidenti invece sono una
categoria di classe, da eliminare non per il loro influsso culturale ma per
togliere un ostacolo alla rivoluzione sociale. I democristiani e gli altri esponenti
antifascisti sono stati colpiti come anticomunisti, in quanto costituivano un'alternativa
alla creazione di consenso intorno al Pci. Mi sembra insomma che l'inchiesta
di Avvenire confermi la nostra teoria, che poi non è solo la nostra:
cioè che quelle stragi non avvenivano per caso».
Vuol dire che c'era un progetto dietro quegli omicidi?
«Non esageriamo. Non sostengo che ci fosse una strategia capillare e generalizzata,
piuttosto l'aspettativa concreta dei dirigenti locali del Pci che fosse imminente
l'ora X per la rivoluzione. Perché è vero che le alte sfere del
partito chiedevano ufficialmente la moderazione e dichiaravano il rispetto dei
metodi democratici, ma nello stesso tempo guardavano con condiscendenza a chi
uccideva, secondo la nota logica dei "compagni che sbagliano". Così,
dopo l'orrenda strage compiuta da un commando comunista nel luglio 1945 nelle
carceri di Schio (54 morti, in gran parte detenuti comuni), i responsabili trovano
naturale andare in delegazione da Togliatti, il quale certo non li riceve; ma
intanto l'atto indica un'accettazione generalizzata della violenza nel partito.
Il quale poi non ha mai denunciato, mai, un assassino; anzi li ha protetti e
li ha fatti fuggire all'estero. Questi dati si conoscono da tempo. I documenti
usciti dagli archivi sovietici hanno aggiunto un altro elemento importante:
che non solo i dirigenti centrali del Pci chiudevano un occhio sulla giustizia
sommaria, ma erano anche favorevoli a quei metodi».
Dunque «il Migliore» sapeva degli assassinii dei preti. E avallava.
«Non è vero - come sostiene Pirani - che nella documentazione sovietica
non siano mai citati di persona Togliatti o altri dirigenti del Pci. Togliatti
una volta fece rapporto all'ambasciatore sovietico così: "Gli angloamericani
continuano a estendere il loro controllo nelle province del Nord, ciò
nondimeno i partigiani continuano le epurazioni. Ad esempio a Ferrara hanno
portato via dalle prigioni alcune decine di fascisti e ne hanno fucilati 17".
Quelle morti dunque non sono state il normale strascico di violenze che segue
le guerre. Colpisce pure che siano sempre e solo i partigiani comunisti a organizzare
le esecuzioni, non quelli di altra provenienza politica. Ma è soprattutto
il clima d'intimidazione che si crea in quegli anni ad essere totalmente sottovalutato
dalla storiografia: non si denunciavano i soprusi perché in certe regioni
esisteva un controllo politico. Una prova che dietro c'era una rete; che quelle
morti non erano frutto dell'iniziativa dei singoli».
Possiamo dire però che il sangue di questi preti martiri ha contribuito
alla vittoria democristiana del 18 aprile 1948?
«Penso proprio di sì. Lo stesso Togliatti invitò più
volte a smettere con le forme di partigianeria violenta che potevano essere
controproducenti. Nel 1948 le figure dei preti uccisi erano state dimenticate
a livello nazionale, ma non localmente. Vedendo quei morti, la gente si
è rafforzata nelle sue idee sulla violenza del comunismo. Ed ha
votato contro».
Il caso dei preti assassinati può fornire qualche elemento in
più per la comprensione della resistenza?
«In un certo senso. Per esempio il fatto che una quarantina di sacerdoti
venga uccisa da partigiani prima della liberazione mostra un quadro ben
diverso della resistenza come unitaria "lotta di popolo". Alcuni
preti erano stati compromessi con la Repubblica sociale, o furono infatuati
dal fascismo, quindi erano obiettivi politici diretti della guerra civile;
si è sottovalutato il consenso al fascismo e alla Rsi sino alla
fine, ma d'altra parte anche il peso dei cattolici nella resistenza: io
stessa davo per scontato che a Reggio Emilia fossero entrati per primi
i comunisti, il 25 aprile, e invece ho imparato da Avvenire che fu un
partigiano cattolico, poi vittima delle stragi».
Lei crede che queste ferite non rimarginate siano ancora vive, soprattutto
in provincia?
«Non c'è dubbio: la Repubblica è nata su una serie
di falsificazioni allora inevitabili e necessarie - come quella che la
maggior parte degli italiani fosse antifascista - ma che oggi non lo sono
più. Il fatto che tale immagine sia continuata e sia diventata
retorica non ha contribuito alla nascita di una storia comune, o almeno
accettata se non condivisa».
Per fare autocritica: nemmeno i cattolici (a parte qualche eccezione) pare
che abbiano onorato molto quei martiri...
«La Chiesa italiana del dopoguerra è stata fortemente anticomunista,
quindi non si capisce perché dovesse aver paura nel condannare le stragi.
Se non l'ha fatto a sufficienza, forse c'era dietro il timore che qualcuno rievocasse
una certa adesione del clero al fascismo. Oppure la necessità di mettere
da parte le divisioni ideologiche per ricostruire un Paese dilaniato. Ma questo
sarebbe certamente un tema da investigare. Così come capire il motivo
di certi silenzi, del permanere dell'omertà su quei delitti. Ancora oggi».