| Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede |
| Fraternità | ||||
«Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».3 Qualcuno può sentire questa domanda un po’ esagerata all’inizio di un incontro come il nostro, ognuno può dirlo per sé, ma a me non sembra per niente esagerata, data la difficoltà che tante volte noi tutti abbiamo a riconoscere il Mistero come reale in mezzo a noi.
Ognuno di noi arriva qui aspettando qualcosa; quel qualcosa di cui abbiamo veramente bisogno non possiamo darcelo noi, possiamo soltanto riceverlo. Per questo la cosa più ragionevole è domandarlo, è mendicarlo all’Unico che può darcelo: lo Spirito.
Discendi Santo Spirito
Cominciamo il nostro incontro guardando, insieme a tutti quanti sono collegati nel mondo, l’opera più potente che il Mistero ha realizzato in mezzo a noi quest’anno. È successo il 24 febbraio scorso, in Brasile, nella Cattedrale di San Paolo e nella piazza antistante, dove davanti a cinquantamila persone e al cardinale di San Paolo, Sua Eminenza Odilo Scherer, i nostri amici Cleuza e Marcos Zerbini, insieme ai loro amici del movimento dei Senza Terra (Associaçao dos Trabalhadores Sem Terra), hanno confessato davanti a tutti il desiderio di appartenere alla nostra storia, perché hanno detto: «Incontrando Comunione e Liberazione abbiamo incontrato tutto quello che avevamo bisogno di incontrare».
Proiezione del video
[trascrizione]
Marcos Zerbini. Qualcuno, a volte, ci dice: «Grazie per tutto quello che state facendo per noi», «grazie per l’opportunità che ci date di frequentare l’università e di avere una casa». Ma voi non sapete che siamo noi a dovervi ringraziare, perché se noi vi abbiamo aiutato ad avere un’università, ad avere una casa, voi ci avete aiutato a trovare una cosa molto più grande, perché voi siete la strada del nostro incontro con Gesù Cristo. Grazie, dal profondo del mio cuore!
Cleuza Ramos. Gente! Che gioia essere qui oggi! Pensavo sarebbe stato diverso: che sarebbe stata una giornata di sole. Ma Dio ha voluto così: che piovesse, per aumentare la nostra gioia, in questo giorno così importante. Penso che la giornata di oggi rappresenti i vent’anni di sofferenze che abbiamo affrontato per costruire l’Associazione. Niente di più. La pioggia che è caduta oggi sono le lacrime che ho versato per costruire questa Associazione che, oggi, è per me motivo di orgoglio, per la casa, per l’università. Che momento! Siamo qui da mezzogiorno, sotto la pioggia, ma con il cuore pieno di gioia. Carrón, noi... qualche anno fa, avevi un movimento, Nuova Terra. Quando hai conosciuto don Giussani gli hai affidato il tuo movimento, perché non avevi più nulla da cercare; tutto ciò che dovevi trovare, lo avevi già trovato. E oggi stiamo per ripetere il tuo gesto. Con lo stesso coraggio con cui hai consegnato il tuo movimento, io consegno nelle tue mani il mio movimento, perché non ho più nulla da cercare, tutto quello che dovevo cercare, io l’ho già incontrato. Ho qui il libro dell’Associazione, che deve ancora essere lanciato, in cui si raccontano i vent’anni di storia del nostro Movimento. Così ti vogliamo consegnare questo libro sui vent’anni di costruzione dell’Associazione. Le gocce di pioggia cadute oggi sono le lacrime con cui è stata scritta ogni pagina di questo libro; per questo oggi ha piovuto. Carrón, noi vogliamo seguirti un’altra volta. La storia si ripete ancora una volta: hai generato questo popolo perché sei stato generato. L’Associazione ha lavorato una vita: è storia nostra. Ma io voglio seguire te, tutti i tuoi passi, i tuoi pensieri, le tue parole; io voglio seguirti. Perché, più che della casa, più che dell’università, questa gente ha bisogno di gioia e di speranza. E tu sei la nostra speranza. Io voglio seguirti, Carrón. Voglio ringraziare per questo giorno, una giornata storica per l’Associazione. Tutta la storia passata, e quella futura, voglio viverla insieme a te, Carrón. Che Dio illumini la tua vita, i tuoi passi, perché percorriamo insieme questo cammino che Dio ci ha mostrato. Carrón, sono molto emozionata. Avremmo voluto che la festa si svolgesse in piazza: c’erano le foto, c’era il grande pallone con la scritta pronto per decollare. Dio però ha disposto diversamente. Ma questa manifestazione, questa gioia... vorrei dirti che sono molto felice, che ho il cuore pieno di allegria, che sto piangendo non per la tristezza, ma per la gioia. Avrei voluto che questo incontro con te si svolgesse in piazza con le cinquantamila persone che stanno là fuori, perché vorrei che cinquantamila persone fossero testimoni di questo momento. Ma Dio non ha voluto, e avremo molte altre occasioni per testimoniarlo insieme. Ti ringrazio di essere qui! Ti sono grata per tutto: per l’affetto, per le persone del Movimento che mi hanno accolto così bene, gli amici che abbiamo incontrato, Don Filippo, Don Douglas, Don Vando, tutti; è difficile ricordare tutti i nomi, si rischia di dimenticare qualcuno, tutti quelli che abbiamo incontrato in questo cammino. Dio benedica ognuno di voi. E oggi non ci sono due strade: ne esiste una sola. Oggi, Nuova Terra e i Senza Terra si uniscono al Movimento di Comunione e Liberazione. Grazie, Carrón!
Carrón. Ho voluto cominciare guardando insieme quello che abbiamo appena visto, prima di nessun’altra parola, come segno di un metodo tutto impostato sulla precedenza data a quello che Cristo fa in mezzo a noi, al «prima» di qualsiasi nostra mossa di cui parlavamo questa estate.1 Noi non desideriamo altro che seguire quello che Lui fa in mezzo a noi. Perciò quello che è capitato in Brasile è il primo dono che il Signore ci fa in questi Esercizi, che hanno per titolo «Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede».2 Ciò che abbiamo visto è un dono per rispondere all’urgenza più grande che abbiamo tra noi: la fede, la fede in Gesù Cristo vivo, presente qui e ora.
Ma, parlando della fede, è quasi impossibile non sentire l’incombenza della domanda di Cristo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».3 Qualcuno può sentire questa domanda un po’ esagerata all’inizio di un incontro come il nostro, ognuno può dirlo per sé, ma a me non sembra per niente esagerata, data la difficoltà che tante volte noi tutti abbiamo a riconoscere il Mistero come reale in mezzo a noi. Lo abbiamo visto in tante occasioni facendo la Scuola di comunità sulla fede:4 non è infrequente percepire il Mistero come astratto. Ne ho sentite di tutti i colori: autoconvinzione, deduzione, proiezione… Non è che questa domanda non ci riguardi, ci riguarda, eccome! Appena c’è qualche percorso da compiere con la ragione, l’esistenza del Mistero per noi diventa frutto di un ragionamento, di una deduzione, più che un riconoscimento. Scrive una persona: «Perché, pur avendo bisogno di una certezza, non riesco mai a fidarmi del tutto? Perché la realtà mi sembra un inganno? Quando ho sentito dire la frase che don Giussani avrebbe pronunciato prima di morire – “La realtà non mi ha mai tradito” –, mi sono commossa: come vorrei anche io essere così! Sono rimasta tutti questi anni per questo, e a me invece sembra il contrario. Il Gius è terribile con una come me. Sono immorale perché non mi fido. Ma io non mi fido perché la realtà mi sembra così contraddittoria e Gesù non occasione di uno scandalo, non ostacolo a quello che vorrei, ma forse (io ho paura a confessarlo anche a me stessa) un’illusione».
Uno può restare nel movimento per anni e continuare a sentire il Mistero come astratto e Gesù come un’illusione. Quante volte, quando parlo con la gente, ti confessa: «Ma per me è astratto». Lo vediamo tante volte nel modo in cui parliamo del reale, in cui descriviamo la realtà, quello che succede, quello che ci capita, perché nella descrizione il Mistero non c’è, al massimo è semplicemente un sentimento o uno sforzo etico, non un dato del reale. È come se, alla fine, noi fossimo creatori di quello che affermiamo di credere, invece che testimoni, rovesciando quello che dice il Papa: «Gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori».5 In questo siamo veramente moderni, perché nella storia ci sono tanti che non hanno creduto, ci sono tanti che non hanno seguito il cristianesimo, ma nessuno, fino a che è arrivata la modernità, si era sognato di pensare che in fondo Dio era creazione dell’uomo, che era stato inventato. Per questo ci troviamo davanti a una sfida culturale, una sfida che ci riguarda tutti; per questo il Papa nel documento dopo il Sinodo dell’Eucaristia ha detto: «C’è bisogno di riscoprire che Gesù Cristo non è una semplice convinzione privata o una dottrina astratta, ma una persona reale il cui inserimento nella storia è capace di rinnovare la vita di tutti».6
«Non si può costruire [abbiamo letto nella Scuola di comunità] se non sulla roccia, su ciò che è certo. Senza certezza non si costruisce niente».7 È qui l’importanza del percorso che stiamo facendo in questi ultimi anni: partendo dal cuore abbiamo sottolineato che il cuore non è il sentimento, ma è la ragione, che occorre costantemente allargare, e che la ragione acquista il suo culmine nella religiosità. Perciò l’anno scorso agli Esercizi della Fraternità abbiamo parlato proprio della religiosità come culmine della ragione. Questa volta cerchiamo di arrivare fino in fondo, parlando della fede che fiorisce come un fiore – diceva don Giussani – al culmine della ragione.8
Non smetto di stupirmi perché questa cosa l’aveva già detta don Giussani una delle ultime volte che aveva predicato gli Esercizi a tutta la Fraternità. Sembra detto per l’oggi: «È impossibile vivere dentro un contesto generale senza esserne influenzati; noi stessi [noi, non altri, noi] partecipiamo di quella mentalità per cui Dio è concepito astratto o dimentiEsercizi della Fraternità 8 cato o addirittura negato. Così, in pratica, esistenzialmente, noi giungiamo a negare che “Dio è tutto in tutto”. Nel nostro spirito inquieto e confuso è presente la menzogna della mentalità di oggi cui noi stessi partecipiamo », perché anche noi «dobbiamo passare attraverso tutti i disagi, le tentazioni, i risultati amari, mantenendo la speranza che è vita della vita». E insisteva: «Dobbiamo prendere coscienza di una mentalità che, apparentemente esaltando una rinascita religiosa, in realtà vuole proprio censurare che “Dio è tutto in tutto”, rendendolo astratto, dimenticandolo o, ancor più, negandolo. Occorre prendere coscienza della realtà in cui noi viviamo, del momento “culturale”, nel senso potente del termine, del nostro cammino».9
Qual è, allora, la questione? Di che cosa si tratta? Perché succede questo? Attenzione, perché qui accade il primo spostamento. L’ultima cosa che a noi verrebbe in mente di pensare è quello che don Giussani dice: che prima ancora di un fare o di un operare, è un problema di conoscenza; che il Mistero per noi diventi astratto o Gesù un’illusione: questo è un problema di conoscenza, non è un problema di sentimento, non è prima di tutto un problema etico.
In che cosa consiste questo problema di conoscenza? Lo descrive così: «La negazione del fatto che “Dio è tutto in tutto” è dipesa da una irreligiosità estranea alla formazione dei popoli europei [attenzione!], una irreligiosità che inizia, senza che nessuno se ne accorga, da un distacco che si opera tra Dio come origine e senso della vita e Dio come fatto di pensiero, concepito secondo le esigenze del pensiero dell’uomo».10 Quello che noi pensiamo su Dio non ha niente a che vedere con quello che Lui è a partire dall’esperienza, e questo succede senza che nessuno se ne accorga. Se in questo momento uno prendesse consapevolezza, si renderebbe conto che non c’è cosa più concreta del fatto che è un Altro che mi sta facendo ora, e un istante dopo finirebbe di pensare che è astratto. Ma noi possiamo continuare a ripetere: «È astratto», anche se nell’esperienza sta agendo con una potenza di cui noi stessi neanche ci rendiamo conto. Perché succede questo? «La sostanza della questione è chiarita nella lotta che si sviluppa sul modo di intendere il rapporto tra ragione ed esperienza».11 La realtà, la nostra e tutto quanto vediamo, è un dato, e la ragione – se è leale con se stessa, se non è completamente irreligiosa, se non è sleale con quello che vede, se non rinuncia alla sua natura, a questa urgenza di darsi ragione di quello che ha davanti – non può finire senza riconoscerLo all’opera. Noi siamo irragionevoli perché non sottomettiamo la nostra ragione, il nostro modo di pensare su Dio, sulMistero, a quello di cui facciamo esperienza.12 Questa è la nostra irreligiosità, cioè non allargare la 9 ragione fino a riconoscere il dato, il reale, nel suo sorgere, che è ilMistero. Basterebbe un istante per rendersene conto. Sentite questo dialogo bellissimo tra Peppone e don Camillo: «Peppone si seccò e andò a piantarsi a gambe larghe davanti a don Camillo: “Si può sapere che cosa volete da noi? Veniamo forse noi da voi?”. [Risponde don Camillo]: “E cosa c’entra? Anche se voi non venite in chiesa Dio esiste sempre e vi aspetta”. Lo Smilzo intervenne: “Il reverendo ha forse dimenticato che noi siamo scomunicati?”. “È una questione di secondaria importanza – replicò don Camillo –. Anche se siete stati scomunicati, Dio continua ad esistere e continua ad aspettarvi. Scusate tanto: io non sono iscritto al vostro partito, non pratico la Casa del Popolo e sono considerato un nemico del vostro partito. Per questi fatti potrei forse asserire che Stalin non esiste?”. “Stalin c’è, e come! E vi aspetta al varco!” urlò Peppone. Don Camillo sorrise: “Non lo metto in dubbio e non l’ho mai messo in dubbio. E se io ammetto che Stalin esiste e mi aspetta, perché tu non vuoi ammettere che Dio esiste e ti aspetta? Non è la stessa cosa?”. Peppone rimase molto colpito da questo elementare ragionamento. Ma lo Smilzo intervenne: “La sola differenza è che, mentre il vostro Dio nessuno lo ha mai visto, Stalin lo si può vedere e toccare. E se anche io non l’ho visto e toccato si può vedere e toccare quello che Stalin ha creato: il Comunismo!”. Don Camillo allargò le braccia: “E il mondo sul quale viviamo io, te e Stalin non è forse una cosa che si vede e si tocca?”.»13
Basterebbe questa semplice constatazione per facilitare a ognuno di noi il riconoscerLo così presente da essere all’origine di tutto. Ma se per caso «i cieli da guardar»14 che abbiamo cantato non servissero, non bastassero ancora, il Signore fa accadere davanti ai nostri occhi quello che abbiamo visto a San Paolo, che è come un grido: «Svegliatevi! Qualcosa di astratto è in grado di generare questo che avete visto?». Il Signore ha pietà e tenerezza verso ognuno di noi, tanto da venire incontro perfino alle nostre difficoltà, chinarsi davanti al nostro bisogno e farci accadere davanti agli occhi qualcosa per facilitare il Suo riconoscimento; e uno resta ammutolito davanti a quello che Lui fa: e la Sua presenza mi riempie di silenzio.
Il silenzio non c’è perché dobbiamo tacere, per un problema di ordine: nasce dall’avvenimento, e uno resta senza parole davanti a quello che accade davanti ai nostri occhi. Per questo, sosteniamoci a vicenda in questo silenzio che la Sua presenza in mezzo a noi genera in questi giorni, offrendo il sacrificio che un gesto come questo non può non generare, perché il Signore abbia pietà di noi. |







