| Persecuzioni in Sudan |
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Bernardo Cervellera - Il Foglio 28.4.2004 La regione di Darfur, nel Sudan occidentale, all’incrocio con le frontiere del Ciad, del Centrafrica e della Libia aveva conosciuto 20 anni di siccità e desertificazione. Ma nulla aveva preparato la popolazione di pastori e piccoli agricoltori dei Fur, Masaalit e Zaghawa al deserto e alla morte procurata da altri esseri umani, loro connazionali. Da 14 mesi orde di gruppi arabi del nord e del centro del paese operano razzie, distruggono villaggi, pozzi, piantagioni, allevamenti e uccidono famiglie, oltraggiando vecchi, stuprando donne, abusando bambini e bambine per poi rivenderli come schiavi nei mercati del Sudan e del Medio oriente. Si tratta di un genocidio sistematico portato avanti dalle orde dei Janjawid, gli “uomini a cavallo”, milizie di etnia araba, e dalle truppe del governo sudanese. Lo stesso presidente Bashir ha promesso di “annientare…i traditori e i rinnegati” che chiedono solo rispetto delle loro terre e maggiori aiuti allo sviluppo. Il governo ha di mira soprattutto la guerriglia del Sudan Liberation Army e del Justice Equality Movement, alleatisi con la guerriglia cristiano-animista di John Garang del Sudan People’s Liberation Army del sud Sudan. E ha timore che dietro la guerriglia riappaia l’odiato Hassan al Turabi, creatore dell’integralismo islamico fondamentalista in Sudan, poi emarginato dallo stesso Bashir. L’annientamento dei “nemici” si è trasformato in un annientamento totale della popolazione. Non si spiega altrimenti il metodo usato per combattere un pugno di guerriglieri, usando aerei Antonov e Mig dell’esercito per scagliare centinaia di bombe e razzi su villaggi, scuole, pozzi d’acqua, ospedali. Dopo i bombardamenti arrivano i Janjawid a cavallo a in groppa a cammelli, o guidando potenti jeep dell’esercito a fare razzia e a distruggere quanto è ancora rimasto in piedi e per uccidere chiunque osi difendere la sua casa o i suoi familiari, mentre gli elicotteri governativi sparano all’impazzata con mitragliatrici. Le testimonianza raccolte da gente fuggita all’eccidio parlano di villaggi messi a ferro e fuoco, di centinaia di morti, di ragazzi uccisi per difendere le loro mandrie. La gente si difende a mani nude, o con vecchi fucili; i Janjawid hanno mezzi sofisticati: kalashnikov, telefoni satellitari, divise, automobili. Ma il loro modo di uccidere è tipico di tutte le antiche barbarie: donne con i seni recisi, vecchi con la testa fracassata, bambini sbattuti contro le mura di casa. E centinaia di donne violate, perfino deflorate con lunghi coltelli e marchiate a fuoco sulle mani. Lo scorso 27 febbraio a Tawila, in un solo giorno, i Janjawid hanno ucciso 67 persone; 41 ragazze, insieme alle loro maestre sono state stuprate, alcune fino a 14 volte, di fronte ai propri parenti. Gli abitanti della regione sono fuggiti dapprima sulle colline, sperando di tornare alle loro case. Dopo gli incendi di centinaia di villaggi, è stata la fuga. Molti scappano verso il Ciad, dove si trovano gruppi della stessa etnia, ma per altri vi è solo l’esodo interno, spostandosi da un paese all’altro, spesso rifiutati dalla gente per paura degli attacchi selvaggi dei Janjawid. Secondo dati dell’ONU, almeno 100 mila Fur e Zaghawa si sono rifugiati nel Ciad; ma gli sfollati interni sono più di 1 milione. In dispregio di qualunque legge internazionale a difesa dei civili in tempo di guerra, i Janjawid attaccano anche le piccole carovane di profughi, li derubano di animali, coperte, cibo, decretando la loro morte per fame o per sete; avvelenano i pozzi lungo le piste, bombardano i rigagnoli d’acqua perché la sete uccida gli uomini e le bestie. Il governo del Sudan non è nuovo a questi festini criminali. Da 20 anni, da quanto dura la guerra fra il nord arabo e islamico e il sud cristiano e animista, la comunità internazionale ha potuto conoscere tutti i delitti contro i diritti umani basilari: migliaia di bambini rapiti e schiavizzati; bombardamenti su popolazioni inermi, razzie di bestiame, esodo forzato per migliaia di tribali. Si calcola che in questi 20 anni la guerra del Sudan abbia fatto 2 milioni di morti. A questo si aggiunge l’islamizzazione forzata del paese, retto dalla sharia, che fustiga i cristiani che devono vino (anche quello per la messa), arresta sacerdoti, perseguita vescovi, distrugge le chiese. Di fronte allo sfacelo che rischia di innescare un remake del genocidio rwandese, comunicando instabilità a tuta la regione, vi è una strana impotenza della comunità internazionale. Il 7 aprile scorso Kofi Annan ha chiesto con forza che esperti e aiuti umanitari possano raggiungere la regione di Darfur. Il governo ha assentito, ma poi gli esperti Onu, giunti a Khartum, sono rimasti bloccati. Sono ritornati a Ginevra, dove era in corso la sessione della Commissione Onu per i Diritti Umani che non ha avuto nemmeno il coraggio di votare una mozione di condanna contro il Sudan. In compenso, il World Food Program ha lanciato un appello per raccogliere 98 milioni di dollari per sfamare la popolazione degli sfollati di Darfur. E Kofi Annan ha domandato loro di visitare il Sudan in questi giorni. Non si sa se Bashir darà loro il permesso di incontrare le migliaia di scampati al genocidio. Testimonianze giunte in questi giorni ad AsiaNews parlano di profughi costretti a vivere sotto il sole e il caldo a 40°, con almeno mille morti alla settimana. E in barba all’Onu, i notiziari radio esaltano la “campagna del terrore e della pulizia etnica”.
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