Abdul Rahman rischia la pena di morte per la sua conversione al cristianesimo
Daniele Mastrogiacomo
KABUL - "Non voglio morire. Ma se Dio lo deciderà, sono
pronto ad affrontare le mie scelte. Fino in fondo".
Dicono che lei non sia sano di mente.
"Sono sanissimo. E soprattutto convinto di essere cristiano".
Rischia di essere impiccato.
"Conosco la legge afgana. Lo prevede la sharia. Ma nessuno è
giudice del proprio credo. Soprattutto religioso. Solo lui, Dio, il
Dio di tutti, può giudicarci. Se sarò condannato gli affiderò
la mia anima".
L'uomo che rischia di isolare l'Afghanistan dal resto del mondo, l'ultimo
simbolo della battaglia per i diritti umani e delle libertà universali
nel paese che l'America di George Bush e l'Occidente hanno traghettato
verso le moderne democrazie, da mercoledì scorso è rinchiuso
in una cella d'isolamento nel carcere di Pulicharkhy: un vecchio forte
isolato in mezzo ad una pianura spoglia, 40 chilometri a sud di Kabul,
lungo la grande arteria piena di sassi e avvolta dalla polvere, che
porta verso Jalalabad e il Kyber pass. Motivi di sicurezza, dicono le
alte sfere del Palazzo di Kabul. C'è da credergli se si dà
retta a quello che la gente invoca a gran voce.
Lo odiano, lo detestano, lo disprezzano tutti. Lo vogliono morto. Subito.
Non c'è un bambino, un vecchio, una sola donna, disposti a perdonarlo.
Peggio di un appestato. E' un traditore, un apostata. Ha rinnegato l'islam.
E' diventato un cristiano. E soprattutto, reato dei reati per la sharia,
non si vuole pentire. Quasi tutti i muezzin del paese hanno chiesto
venerdì nella loro preghiera la sua esecuzione.
Abdul Rahman, 41 anni da poco compiuti, due figlie di 12 e 14, è
un uomo testardo, ostinato, deciso. Ma riesce ad essere perfino solare
di fronte alla prospettiva di finire davanti alla forca. Incontrarlo
personalmente è impossibile. Il presidente Hamid Karzai ha vietato
qualsiasi contatto con l'esterno. Troppo scompiglio, troppa tensione.
L'Afghanistan vive momenti delicati, con l'offensiva dei Taleban in
tutto il sud e un pericoloso distacco tra società politica e
sfere religiose che rischia di dividere il paese. Ma attraverso il rappresentante
di un'organizzazione dei diritti umani siamo riusciti a fargli avere
delle domande. Ecco le sue risposte.
Come si sente in queste ore?
"Sono sereno. So di essere nel giusto. Non ho fatto nulla di che
pentirmi. Rispetto la legge afgana, come rispetto l'islam. Ma ho scelto
di diventare cristiano e questo, per me, per la mia anima, non è
una colpa".
Una scelta che può pagare con la vita. Ne è cosciente?
"Certo. Non immaginavo che finisse in questo modo. Ma sono pronto
ad affrontare tutte le conseguenze. Non ho rinnegato nulla, perché
continuo a credere in un Dio. L'unico che esiste, per tutte le religioni".
Chi l'ha denunciata?
"La mia famiglia. La mia ex moglie, le mie due figlie, mio zio
e i miei due nipoti".
Quando e perché?
"Tre settimane fa. Una mattina è arrivata la polizia, quella
del distretto 15, a casa, mi ha arrestato e portato in Tribunale. Non
sapevo neanche perché. L'ho chiesto ai poliziotti, ma loro zitti.
Mi guardavano torvi. Uno, ad un certo punto, ha cominciato ad insultarmi.
Diceva che ero uno senza religione, che non meritavo di vivere, ero
la vergogna dell'Afghanistan e di tutti i musulmani. A quel punto ho
capito".
E cosa ha pensato?
"Che non avevo nulla di che vergognarmi".
Sua moglie cosa ha detto alla polizia?
"Dice che sono un apostata. Che l'avevo abbandonata, che non avevo
più dato notizie, che non mi ero mai occupato delle nostre due
bambine, che ero fuggito e che ora volevo riaverle. Ma soprattutto diceva
che ero diventato cristiano".
Ed è vero?
"Sono fuggito dall'Afghanistan 16 anni fa. C'era la guerra tra
i mujaheddin, poi erano arrivati i Taleban. Era impossibile vivere nel
nostro paese. Sono andato prima in Pakistan, poi in Germania. Ho tentato
di avere un visto in Belgio. A Peshawar ho lavorato per una organizzazione
umanitaria. Erano cattolici. Ho iniziato a parlare con loro di religione,
ho letto la Bibbia, mi ha aperto il cuore e la mente".
Il Corano non le aveva trasmesso la stessa pace?
"Certo. Ma la mia è stata una scelta meditata, fatta di
piccoli passi. Quando ho deciso di diventare cristiano l'ho fatto pienamente
convinto".
E le sue due bambine, cosa dicono?
"Le stesse cose delle madre. Quando sono andato in Pakistan avevano
quattro mesi e due anni. Oggi ne hanno 14 e 16. Forse sono condizionate,
ma anche loro dicono che sono un apostata. Di più: sostengono
che ho impedito loro di essere delle brave musulmane, che le obbligavo
a leggere la Bibbia e a recitare le preghiere cristiane. Non è
vero. Quando sono tornato ho spiegato a tutti quale era stata la mia
scelta".
Perché l'ha fatto?
"Non era una provocazione. Vedevano che non pregavo con loro, che
leggevo la Bibbia. Me l'hanno chiesto e io ho detto la verità.
Sono diventato cristiano".
Come la trattano in carcere?
"Adesso meglio. All'inizio ero rinchiuso nella prigione provinciale,
nel centro di Kabul. Dividevo la cella con altri 24 detenuti. Molti
erano nigeriani, stavano dentro per traffico di droga. Loro erano gentili,
ma distaccati".
E gli altri?
"Afgani. Mi insultavano in continuazione. Facevo finta di niente,
ma più volte ho pensato che volessero uccidermi".
Perché?
"Forse volevano solo impressionarmi. Ma una volta ho sentito che
si rivolgevano alle guardie e proponevano: ammazzatelo così ci
beviamo il suo sangue".
Si sente in pericolo di vita?
"Adesso no. Sono trattato con molto riguardo. Mi hanno messo in
isolamento per evitare qualche aggressione".
Ha ricevuto delle visite?
"Questa è la prima. Uno dei detenuti, un afgano, mi ha regalato
10 dollari. Mi ha detto: prendi, per le sigarette. Io ero diffidente.
Gli ho chiesto perché lo faceva. Ho pensato che fosse il prezzo
per pentirmi. Faccio attenzione a tutto. So che il mio caso ha sollevato
un putiferio".
Come pensa di difendersi?
"Da solo. No, non voglio un avvocato. Nessuno accetterebbe. Basto
io, li convincerò".
Abdul Rahman indossa gli stessi vestiti che aveva il giorno in cui
è stato prelevato a casa dalla polizia. Ha la barba lunga, il
viso segnato, sul corpo porta ancora i lividi del pestaggio che ha subito
più volte dalle guardie. Il direttore del carcere lo assiste
personalmente. Ha avuto ordini precisi dallo stesso presidente Karzai.
Massimo riguardo, ma grande fermezza. Il Consiglio degli Ulema di Ningarhar
ha emesso una fatwa nella quale si chiede di applicare la sharia e di
condannare a morte Rahman.
E' vero che le hanno chiesto di pentirsi?
"Più volte. La prima davanti al magistrato. Lo prevede la
legge. Ma io ho risposto di no".
Potrebbe morire come un martire.
"Non sono un eroe. Sono nato e cresciuto in una famiglia poverissima.
Ma l'esperienza all'estero mi ha arricchito e fatto capire molte cose.
Le ripeto: sono sereno. Ho la piena coscienza di quello che ho scelto.
Se dovrò morire, morirò. Qualcuno, molto tempo fa, lo
ha fatto per tutti noi".
Andrebbe all'estero?
"Forse. Ma se fuggissi di nuovo significherebbe che il mio paese
non è cambiato. Significherebbe che hanno vinto loro, i nostri
nemici. Senza diritti umani, senza rispetto di tutte le religioni, hanno
vinto i Taleban".