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Vita sotto assedio nei monasteri del Kosovo Stampa
Persecuzione cristiani

Tutti tacciono le persecuzioni, i sopprusi che i cristiani subiscono in varie parti del mondo.
Chiediamoci perchè. Perchè difendere i cristiani è scomodo, più scomodo che difendere le specie in via d'estinzione?

«Documenti, prego», domanda il militare. «Ok, potete passare». Per entrare al monastero di Decani, culla della tradizione ortodossa, si deve passare al check- point. Davanti alle mura di pietra che custodiscono i gioielli più preziosi dell'arte medievale, stazionano giorno e notte i soldati italiani della Kfor, le forze Nato presenti nella regione. «Per noi vivere fianco a fianco all'esercito è strano, un militare armato nel monastero non dovrebbe essere la normalità. Ma ci siamo abituati. Se non ci fossero loro, le chiese sarebbero sicuramente distrutte - spiega il monaco Xenofont -. La tradizione cristiana è il cuore di questa regione, e invece guardi come siamo costretti a vivere».

Si vive così, sotto presidio militare, nei monasteri ortodossi del Kosovo, protetti 24 ore su 24 dall'esercito armato. Qui si è scritta l'ultima, sanguinosa, pagina delle guerre balcaniche. Prima le razzie e gli scempi dei soldati di Milosevic, che hanno torturato, perseguitato e ucciso migliaia di albanesi. Nel '99 le bombe della Nato hanno piegato l'esercito serbo. In Kosovo sono entrare le forze internazionali. La guerra era finita, ma la pace ancora lontana. Le parti si erano, semplicemente, invertite: era l'inizio dell'agonia del popolo serbo, diventato minoranza da proteggere. Oggi in Kosovo la popolazione è per il 90% albanese di religione musulmana, con una piccola percentuale di cattolici. I serbi, ortodossi, grandi sconfitti del conflitto, vivono relegati nella zona settentrionale della regione, oppure in enclave chiuse, protette da mezzi militari blindati. Non possono uscire se non scortati. Nemmeno per andare a messa, se la chiesa non si trova nel loro villaggio. E se la chiesa è stata distrutta in una delle recenti ondate antiserbe, il senso di isolamento cresce.

«In questi sette anni - continua padre Xenofont - sono centinaia gli edifici religiosi distrutti: bruciati, razziati o fatti saltare con l'esplosivo». L'ultimo attacco è stato nel marzo del 2004. «In soli tre giorni gli albanesi hanno raso al suolo più di trenta chiese, bruciato le case serbe - racconta -. E più di quattromila persone sono state sfollate. Anche noi , qui al monastero, siamo stati attaccati: due colpi di mortaio sono arrivati fin qui. Per fortuna eravamo sotto protezione dei militari italiani, come oggi. Sono state ore di grande paura: da ogni parte arrivava la notizia che il Kosovo cristiano bruciava».

E brucia ancora il Kosovo cristiano. Almeno nella mente e nel cuore dei serbi. Quando per strada ci si imbatte in una chiesa ortodossa, le immagini che la accompagnano sono sempre le stesse. O è ridotta a un cumulo di macerie, o è chiusa e circondata da metri di filo spinato. O è presidiata dalle truppe. Le funzioni religiose del tempo ordinario sono deserte: i fedeli non possono andarci liberamente. Nei momenti forti, il Natale, la Pasqua, la feste dei morti, vengono organizzati speciali convogli scortati dalle forze dell'ordine. Noi cristiani ortodossi ci sentiamo sotto assedio - continua padre Xenofont -. L'origine di questo odio è in prevalenza di natura etnica, è un odio prima di tutto antiserbo e solo poi anticristiano. Ma chi può escludere che, una volta cancellate tutte le tracce degli ortodossi dal Kosovo, non si inizi con i cattolici? Preoccupano per esempio le voci della presenza di missionari islamici che vengono dall'Iran e dall'Arabia Saudita».

Dentro il monastero di Decani la vita è scandita dal ritmo della preghiera e del lavoro. I monaci hanno un laboratorio di icone a cui si dedicano per diverse ore al giorno. La pace e il silenzio sono quelle di tutti i monasteri. Solo che qui, per garantirle, serve l'esercito. Padre Xenofont ci accompagna all'uscita. In strada un suo confratello sta parlando con i militari. Deve andare a Belgrado. Il suo furgoncino bianco sarà scortato per tutta la strada da due mezzi militari. Fuori dalle zone serbe il Kosovo è musulmano e albanese. La priorità della gente, qui, si chiama "pavarsia", indipendenza. Vogliono staccarsi dalla Serbia, creare un proprio stato, con la propria lingua e la propria religione. Il ricordo delle violenze subite è una ferita ancora aperta: in pochi sono disposti a voltar pagina. La bandiera e i colori ufficiali sono ovunque gli stessi. Rosso e nero: Albania. È un terra contesa, il Kosovo, divisa e lacerata. Da una parte i serbi, che la sentono culla della tradizione ortodossa. Dall'altra gli albanesi. Il trattato di Rambouillet, che nel 99 avrebbe dovuto mettere fine agli scontri interetnici, prevedeva l'autodeterminazione dei popoli. «E il popolo kosovaro -spiega Arber Rexhaj, leader di un movimento indipendentista- è albanese. Dobbiamo avere l'indipendenza. Il Kosovo è nostro».

A Vienna si è da poco concluso - con un nulla di fatto - il terzo round di negoziati fra le due delegazioni che dovranno decidere il futuro status della regione. I tempi della diplomazia sono troppo lunghi per i cristiani kosovari, che hanno paura. «Noi serbi del Kosovo non abbiamo più libertà. Ci sentiamo dimenticati - denuncia dal patriarcato di Pec Madame Dobrilla -. Se il Kosovo diventerà uno stato indipendente, non so cosa sarà di noi. Le truppe Nato se ne dovranno andare, chi ci garantirà la sicurezza? Forse i serbi se ne andranno. Ma che succederà alle nostre chiese? Non vedo la creazione di un Paese multietnico. Basti pensare che il nome completo della nostra regione è Kosovo (che significa terra dei corvi) e Metohija (terra dei monasteri). Non so perché, ma il termine Metohjia è stato già cancellato dalla dicitura internazionale. Forse il destino di noi cristiani è già stato deciso. O magari - sorride amara - è solo più facile da pronunciare». Kosovo y Metohija, terra dei corvi e dei monasteri ortodossi. In questa terra, a sette anni dalla guerra, le due etnie sono ancora divise. Guai a parlare serbo nelle zone della maggioranza albanese. Guai a parlare di Kosovo indipendente nelle zone controllate dai serbi. Simbolo di questa divisione è Mitrovica la città più a nord. Il fiume Ibar la taglia in due. Sul fiume c'è un ponte, che però non unisce le due parti. A sud ci sono solo albanesi. A nord solo serbi. Oltrepassare il ponte, per i due popoli, non è possibile. Non ancora.

 
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