| Rilke - Testimoni del Risorto |
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Spengimi gli occhi, ed io Ti vedo ancora; Dirompimi le braccia, ed io Ti stringo (Rilke) Possiamo considerare questa poesia di Rilke quasi come una "traduzione poetica" dell'evangelica espressione di S. Tommaso: "Mio Signore e mio Dio". È tutto un "canto d'amore" questo testo in cui il poeta, quasi come un bambino - senza alcuna reticenza o falso pudore - "si lascia andare" e "dichiara" a Dio tutto il suo amore, fatto di un affetto "folle e totale" che lo coinvolge sin nelle fibre più intime, fino a sentirlo presente in "ogni stilla" del suo sangue. Ci si accorge subito, leggendone i versi, di come il "patos" che Rilke riversa in questa sua lirica, sia "esagerato", sfiori quasi il paradosso: "spengimi gli occhi,… - dice il poeta rivolgendosi a Dio - rendimi sordo,… mozzami i piedi,… dirompimi le braccia,… se fermi il cuore,… ardi anche questo…" Ma, riflettendoci, si può anche dire che "è normale": l'amore, infatti, è di sua natura "esagerato", senza calcoli né misura: l'amore o è totale o non è amore. Ecco allora "l'amorosa sfida" che il poeta lancia a Dio, come a dirGli: puoi far tutto ma non puoi impedirmi di amarti! "L'irreligiosità e l'anticristianesimo rilkiano - nota Giuseppe Deferenza - hanno la loro origine in un "modus cogitandi et orandi" che, per la natura così singolare del Poeta, doveva portarlo alla reazione violenta che conosciamo. Ma sarebbe bastato fargli intendere che dogmi astratti e pratiche devozionali non sono che un primo grado di una scala, che metterà in fine a quel "semplice amoroso sguardo su Dio" che è la "contemplazione mistica", per conciliarlo col cristianesimo". Se così fosse stato, se cioè avesse potuto comprendere questo, anche Rilke si sarebbe certo "riconciliato" con la fede cattolica e avrebbe probabilmente potuto anch'egli riferirsi a Cristo facendo proprie le parole di Ermelina, la protagonista di "Il giudizio Universale" di Papini quando dice: "Il Re dei re era sempre innanzi al mio sguardo, viveva in ogni goccia del mio sangue, palpitava in ogni palpito del mio cuore. Era mio perché ero tutta sua" e "Questa divina inquietudine nel possesso dell'Amico assoluto ed unico, mi affrancava dai meccanici abusi della devozione volgare". Eppure anche così, anche se "ufficialmente" lontano dal poter essere definito un "credente", Rilke resta sempre "un animo profondamente religioso" assetato com'è di Assoluto e costantemente proteso verso il Trascendente con ogni fibra del suo essere, al punto che Vincenzo Errante lo definisce "il poeta dell'inquietudine moderna". Vita e opera rilkiana sono, per questo autore, un continuo moto pendolare dalle cose a Dio e da Dio alle cose. Dice Errante riferendosi a Rilke: "Il ritmo tipico e fondamentale della sua vita e della sua poesia, è un continuo oscillare di quell'inquietudine tra le cose e Dio. E questo ritmo s'individua, con un moto di pendolo, per tutta quanta la durata del suo dramma inscindibilmente umano e poetico". Anche Musil lo definisce "in un certo senso… lo scrittore più religioso da Novalis in qua" anche se - dice - "non sono sicuro se avesse una religione". Di certo, però, "Egli vedeva diversamente. In un modo nuovo, interiore". E "contro", per così dire, "la religiosità della Legge" e la "fede precettistica" che egli tanto aborriva, ne "Il libro della vita monastica" si rivolge direttamente a Dio e scrive: ""Io T'amo, o Tu, più dolce della legge / che ci fa morire quando contro essa lottiamo; / Tu, grande nostalgia che dominare non possiamo, / Tu, foresta onde noi giammai non usciamo, / Tu, canto che noi cantavamo in ogni silenzio, / Tu, trappola oscura / dove i pensieri si prendono alla pania. / Tu vieni e vai. Le porte si schiudono / assai dolcemente quasi senz'aria. / Tu sei più dolce di quanti / s'introducono nelle dolci dimore". Dopo aver letto simili "dichiarazioni", come si fa a dire che Rilke non era un "innamorato di Dio" fin nel più profondo del suo essere? Egli può, dunque, a buon diritto, essere assunto a "testimone" della presenza viva di Dio in noi, "testimone" di quella vita di comunione tra Dio e l'uomo che la Risurrezione di Cristo ha portato. Il "sentire" di Rilke, dicevamo, è "interiore", "spiritualistico", se così vogliamo esprimerci. Per Rilke, la poesia, come la santità è colei che guida lo spirito ad entrare nel mondo dell'invisibile e lo strumento che permette al poeta di "varcare la soglia" è la parola presa, però, nella sua intatta, originaria freschezza. Sono le parole "di tutti i giorni", "Le povere parole - dice Rilke - che avvizziscono nell'uso quotidiano, le inappariscenti parole" quelle che il poeta ama e adopera così che "La loro essenza che soggiogavano affannosamente in sé, chiara si rinnova, si che ognuno la vede". Ma la parola, per quanto suggestiva ed evocativa, è incapace di condurre fino alla mistica unione degli esseri con l'Essere, (come fa invece la santità). Di questo, Rilke, è "dolorosamente" cosciente. Da qui la sua "inquietudine interiore" - come diceva Errante - ed il "continuo oscillare di quell'inquietudine tra le cose e Dio" che caratterizza tutta l'esistenza del nostro poeta. Preso da tali sentimenti il poeta "vede" tutto con gli "occhi del cuore".
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