| Vada come vada, il Cav. ha vinto |
|
| Politica & Elezioni | |||
Comunque vada Berlusconi ha lasciato una traccia nella politica italiana. Giuliano Ferrara La vittoria si festeggia, la sconfitta si contempla. Siamo alla resa dei conti elettorale, in fondo poca cosa: pensate alle guerre, alle faide, ai duelli. Tranne che per Giorgio Bocca e altri nostalgici di piazzale Loreto, non è in gioco la vita, La reversibilità della sconfitta rende la democrazia meno eroica ma anche meno cupa. Le elezioni diffondono un romanticismo da classe media, più simile a un racconto di Jane Austen con dolce lieto fine che a un sorteggio esistenziale alla Dostoévskij. Governare gli animali, i cani, i cavalli, le bestie vaccine, governare la barca, prevedere il tempo atmosferico, tracciare una rotta, correggere con un colpo di timone: grandi metafore e grandi aspettative, grandi speranze e grandi delusioni sotto un sole che non prevede mai niente di nuovo. Che Silvio Berlusconi abbia vinto comunque vadano le cose è una mia vecchia idea, che vi ho confidato da due-tre anni e che ora è rinfocolata dal film «orrendo» (secondo il Cav.) di Nanni Moretti. Ha inventato cose strane, alcune delle quali decenti e rivoluzionarie, altre scandalose e irritanti, ma le ha inventate in pubblico, rischiando, le ha diffuse nel costume civile sempre restando, che è la sua forza e il suo limite, un uomo privato, un imprenditore milanese che non fa appello alla «maestà della legge» (espressione iperbolica usata da Romano Prodi) ma alla robustezza degli interessi propri che sarebbe una coglioneria tradire nell’urna (espressione iperbolica usata da Berlusconi). La vittoria del premier sarebbe una sorpresa, diciamo la verità, per come si è messa la giostra. E la sorpresa farebbe più allegra la festa. Ma la sconfitta si lascerebbe contemplare senza ira e senza malizia, perché sarebbe il definitivo trionfo dell’alternanza di forze diverse alla guida del governo, un trucchetto democratico del quale in realtà, per vivere serenamente nell’Occidente così com’è e come sarebbe preferibile restasse, non possiamo più fare a meno, dopo un regime ventennale (il fascismo, of course), dopo un regime semisecolare (la Prima repubblica, ovviamente) e una lunga e faticosa e incerta e sbendata transizione a qualcos’altro che ancora non si sa bene che sia. Romano Prodi obiettivamente ha rischiato e rischia meno. Non ha un partito, non ha il dolore della politica e della battaglia sulle sue spalle, ha un curriculum, che è una cosa diversa, un cursus honorum fatto di cariche, dal ministero con Giulio Andreotti all’Iri in tutte le stagioni, fino ai due anni di presidente designato di Goldman Sachs, operazione euro, e agli anni di presidente della commissione poliburocratica di Bruxelles. Berlusconi non ha cambiato l’Italia in cinque anni, e se qualcuno pensa che l’Italia possa cambiare in cinque anni lo punisce, sennò gli dia con il suo voto un secondo mandato. Aveva promesso, perché la promessa è parte del fare politico, ma fissando il sogno in un contratto, che ha in parte, in buona parte, onorato, anche secondo i critici con il cervello non versato all’ammasso. Prodi promette «un poco di felicità» e «il bene dell’Italia», come recita il suo programma lungo e vuoto come e più della costituzione europea. Chi si fida della sua bonaria e finta irrilevanza, fattore sempre pericoloso in politica, lo voti tranquillo. Poi ciascuno festeggerà la vittoria o contemplerà la sconfitta. E si ricomincerà. Ma non da zero, grazie al Cavaliere. (Questo articolo di Giuliano Ferrara sarà pubblicato sul numero di Panorama domani in edicola)
|






