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di David Donnini 7Q5, la presenza di un frammento del Vangelo di Marco nella biblioteca essena di Qumran suscita importanti domande sulle relazioni fra essenato e cristianesimo primitivo. Attualmente l'interpretazione cattolica relativa al frammento 7Q5, rinvenuto nella grotta 7 di Qumran e identificato da Padre J. O'Callaghan come il passo Mc 6-52,53, tende a considerare l'importante reperto come la "prova" che il Vangelo di Marco esistesse già negli anni 50 del primo secolo e avvalora la tesi che i quattro Vangeli sarebbero più antichi di quanto non si creda comunemente.
Ma la maggioranza dei cattolici non si rende conto che il reperto cela un pericolo esplosivo nei confronti della loro interpretazione storica delle origini del cristianesimo, mostrando una volta di più la evidente relazione fra il movimento cristiano delle origini e la setta essena; relazione che la Chiesa si è sempre sforzata di negare. 1 - IL RITROVAMENTO 1955: la grotta 7 di Khirbet Qumran restituì alcuni frammenti di papiro fra cui quello denominato 7Q5 e datato da alcuni, sulla base di considerazioni storiche e stilistiche, all'anno 50 circa. Si trattava di un oggetto di 3,9 cm di altezza e 2,7 cm di larghezza, che possiamo vedere nell'immagine qui a destra (ingrandito) oppure sopra (a grandezza naturale). Il gesuita spagnolo Joseph O'Callaghan, esperto papirologo, si mise quasi casualmente ad indagare il frammento in questione (da un punto di vista papirologico) e credette di individuare in esso, sulla base della coincidenza di alcune lettere dell'alfabeto greco, un brano del Vangelo di Marco (Mc 6-52,53). In pratica è il brano riportato in lettere greche nell'immagine in testa a questo articolo, la cui traduzione in italiano è la seguente: «...perchè non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito. Compiuta la traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret...» La conclusione di O'Callaghan fu rapida: il Vangelo secondo Marco non sarebbe posteriore alla distruzione di Gerusalemme (70 d.C.), al contrario, sarebbe stato scritto forse meno di venti anni dopo la crocifissione di Cristo. Il Padre O'Callaghan ritenne di avere svolto un servizio straordinario alla dottrina storica della chiesa cattolica; ma non si rese conto, in realtà, di avere preso in mano una bomba... e di rischiare che gli scoppiasse fra le mani. 2 - LE PRIME RESISTENZE Per la verità, non appena Padre O'Callaghan comunicò la sua presunta importante scoperta, qualcuno iniziò subito ad opporgli una strenua resistenza e (ciò che è molto significativo) non tanto i nemici della dottrina storica della chiesa cattolica, ma un gruppo di studiosi cattolici specializzato nell'indagine dei reperti di Khirbet Qumran: L'Ecole Biblique di Gerusalemme, capeggiata dal famoso Padre De Vaux. E' molto strano! Non erano soddisfatti i membri dell'Ecole Biblique di poter dire: «Ecco una prova certa che i Vangeli sono stati scritti immediatamente dopo la morte di Gesù, al contrario di chi sostiene una datazione molto più tarda. Abbiamo pertanto stabilito un contatto ravvicinato che ci unisce quasi direttamente al Gesù storico»?. Così infatti poteva sembrare. Ma lo staff dell'Ecole Biblique era composto da gente più scaltra del Padre O'Callaghan, e che in precedenza aveva già lavorato con grande attenzione sul materiale reperito nelle grotte di Qumran, impegnandosi al preciso scopo di confezionare una interpretazione che non potesse disturbare la dottrina storica relativa alle origini cristiane, cara ai cattolici. Molti conoscono l'aspra polemica che per oltre vent'anni ha caratterizzato l'analisi del materiale Qumraniano. Tutti sanno che l'Ecole Biblique ha segregato il materiale Qumraniano sottoponendolo esclusivamente a studiosi di provato allineamento cattolico e impedendone l'accesso a chiunque altro. Perché? Perché il mondo cattolico aveva intravisto nel materiale Qumraniano, fin dal primo momento, un grosso pericolo potenziale per l'interpretazione comune delle origini storiche del cristianesimo. Infatti da secoli molti avevano già sostenuto l'ipotesi che Gesù avesse avuto relazioni molto strette con gli esseni. Il sito archeologico di Khirbet Qumran nascondeva forse qualche indizio che poteva mostrare tale collegamento? Questo timore è stata la causa reale dell'atteggiamento possessivo ed esclusivista dell'Equipe guidata dal rigidissimo De Vaux. Dunque, al fine di scongiurare questo pericolo, i membri dell'Equipe Internazionale, istituita dall'Ecole Biblique, formularono una interpretazione mirata, il cui scopo era quello di stabilire fin dal primo momento la totale estraneità e indipendenza della setta Qumraniana dalla comunità dei primi seguaci del Cristo. Ed ecco le conclusioni della Equipe: 1. I testi di Qumran risalivano a un'epoca molto anteriore a quella di Gesù e, pertanto, erano estranei al cristianesimo delle origini. 2. I rotoli erano opera di un'unica comunità isolata, una «setta» eterodossa periferica, lontana dalle principali correnti del pensiero sociale, politico e religioso dell'epoca. In particolare, la setta non aveva nulla a che vedere con il nazionalismo messianico militante e rivoluzionario, rappresentato dai difensori di Masada. 3. La comunità di Qumran era stata distrutta durante la rivolta di Giudea tra il 66 e il 73 d.C., dopo che aveva nascosto i documenti nelle vicine grotte. 4. Le credenze della comunità di Qumran erano tutt'affatto diverse dal cristianesimo; dato che il «Maestro di giustizia» non era descritto come divino, non poteva essere identificato come Gesù. 5. Poiché Giovanni Battista presentava caratteri troppo simili agli insegnamenti della comunità di Qumran, non era «cristiano» nel vero senso del termine, ma «semplicemente» un precursore. (Baigent, Leigh, op. cit.) Non poteva essere formulato niente di più tendenzioso e di poco ispirato alla serenità di uno spirito scientifico autentico. Che dire del fatto che negli scritti esseni si parla con estrema chiarezza di riti che erano comuni nell'ambito della comunità cristiana primitiva? Il battesimo, per esempio, che gli esseni praticavano, esattamente come i cristiani, quale rito di accesso dei nuovi adepti nella comunità. L'eucaristia, ovverosia la cerimonia del ringraziamento al Signore, che il sacerdote capo effettuava benedicendo il pane e il vino, che poi venivano distribuiti a tutti i commensali, esattamente come fece Gesù durante l'ultima cena (eucharistò=ringrazio, in greco antico). E i linguaggi esseni che ricordano straordinariamente il Vangelo secondo Giovanni: «...i figli delle tenebre...» e «...i figli della luce...». Il divieto di giurare, espresso anche da Gesù nel Vangelo. L'annuncio insistente della venuta del Messia, l'invito alla preparazione dei tempi in cui il Messia si sarebbe presentato, nonché l'attesa spasmodica dell'avvento del Regno di Dio. E che dire dell'argomentazione di cui al punto 4: «...dato che il «Maestro di giustizia» non era descritto come divino, non poteva essere identificato come Gesù...»? Ma la divinità di Gesù, anzi la sua consustanzialità col Padre (omoousios), è il frutto di una formulazione del Concilio di Nicea, voluto da Costantino all'inizio del quarto secolo. Come avrebbero potuto i Qumraniani anticipare di trecento anni un presupposto teologico di questo genere? Solo questo fatto ci dimostra inequivocabilmente quanto sia stato poco opportuno consegnare il materiale Qumraniano nelle mani di personaggi non laici e non imparziali, bensì di un gruppo selezionato di personalità religiose cattoliche, con forti interessi di parte. Fatta questa premessa sull'Ecole Biblique, torniamo dunque al nostro problema: perché fu espressa una severa opposizione alle tesi di Padre O'Callaghan? Come ci siamo già domandati: i cattolici non erano dunque contenti di avere trovato un antichissimo manoscritto evangelico? Il fatto è che, dopo avere compiuto tutti gli sforzi per condizionare l'interpretazione del materiale Qumraniano in modo che non potesse contenere alcun elemento di disturbo per la dottrina storica cristiana, e cioè per mantenere delle ampie distanze di sicurezza fra i Qumraniani e i primissimi cristiani, improvvisamente veniva fuori che l'unico manoscritto evangelico del primo secolo (gli altri sono tutti molto posteriori) veniva trovato... dove? Proprio fra i documenti di quella comunità di cui si era detto che col cristianesimo non aveva niente a che fare! Ovverosia in un luogo che avrebbe subito suscitato pericolose domande: non saranno stati proprio gli Esseni di Qumran i rappresentanti del primitivo cristianesimo giudaizzante, ovverosia i seguaci di Gesù che, all'indomani della crocifissione, si erano raccolti sotto la guida di Simon Pietro e dallo stesso fratello di Gesù, l'apostolo Giacomo? Nell'ottica della Ecole Biblique di Gerusalemme, si trattava senz'altro di un ritrovamente capace di gettare grave scompiglio. Infatti si riconsiderino le conclusioni che l'Equipe aveva tratto ufficialmente dall'analisi dei Manoscritti Qumraniani (vedi sopra) e si noti che: a - Innanzitutto il materiale qumraniano non era rigorosamente anteriore all'epoca del cristianesimo primitivo. b - Poi si scopriva che i Qumraniani si occupavano non solo di scritti appartenenti alla letteratura ebraica religiosa antica (libri profetici, commenti agli scritti del Vecchio Testamento, ecc...) e ai loro stessi scritti settari (Manuale di Disciplina, Rotolo della Guerra...), ma mostravano interessamento per gli scritti dei Cristiani. Ora, per quale motivo una setta così apparentemente escusivista come quella qumraniana avrebbe dovuto conservare gli scritti cristiani, se non ci fosse stata una relazione molto stretta, o addirittura una identità, col movimento dei seguaci del sedicente Messia? c - E poi c'era l'elemento più sconcertante: per quanto tempo si era sperato di reperire tracce concrete della cosiddetta "chiesa di Gerusalemme", ovverosia della comunità cristiana primitiva all'indomani della crocifissione, capeggiata da Simon Pietro e da Giacomo? Nulla! Non si era mai trovato nulla. E ora, inaspettatamente, la più antica tradizione appartenente ai seguaci di Cristo si affacciava, in modo enigmatico ed inquietante, a Khirbet Qumran. Non avrà avuto ragione lo studioso americano Robert Eisenman, che sostiene da anni proprio la tesi che la chiesa di Gerusalemme avesse una delle sue sedi nel ritiro di Qumran?. Evidentemente l'Ecole Biblique, che conosceva i problemi, aveva avvertito subito queste minacce. E i suoi membri non erano molto entusiasti della sorpresa di O'Callaghan. 3 - UNA SERIA IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA Non ostante le polemiche e le ostilità mostrategli persino dai suoi correligionari, Padre O'Callaghan continuò a sostenere la tesi della identificazione 7Q5 = Mc 6-52,53. Egli era un papirologo, non un biblista, e forse non aveva le stesse motivazioni che spingevano l'Ecole Biblique a evitare con tutte le energie le implicazioni del problema. Dunque l'analisi papirologica del frammento è andata avanti, fino al punto da rinforzare la tesi della identificazione, e con essa la fanfara trionfalistica del tipo: "...evviva! Abbiamo trovato una traccia originale del Vangelo, estremamente vicina a Gesù e al suo tempo!...". E' chiaro che una questione così delicata doveva essere opportunamente gestita perché i suoi pericoli fossero scongiurati e il danno si trasformasse in beneficio. E, del resto, la gente comune poteva tranquillamente prendere il problema in questi termini superficialmente trionfalistici, senza intuirne i possibili risvolti. Che ne sanno i milioni di cristiani della domenica mattina di problemi esegetici? Chi ha mai parlato loro degli esseni? Molti non hanno mai sentito nominare Khirbet Qumran o le tesi di Eisenman! Stando così le cose, nel momento in cui i best seller, che fanno bella mostra di sé nelle vetrine delle librerie, e gli articoli sui giornali titolano "la prova... la testimonianza diretta... il Cristo storico... il papiro rivelatore..." ecc..., il pubblico non ha certo gli strumenti per una analisi critica della questione. Ora, io non sono competente, in materia papirologica, quanto basta per avere una opinione sicura sull'identificazione effettuata da Padre O'Callaghan ma, in linea di principio, tendo a credere che egli possa anche avere ragione; e che il frammento 7Q5 possa essere una piccola scheggia di un Vangelo primitivo. E comunque non ho scritto questo articolo per discutere in particolare sul problema dell'identificazione, ma piuttosto sulle implicazioni che da essa possono derivare, qualora l'identificazione dovesse essere confermata. Attenzione: ho detto "...di un Vangelo primitivo", non "...del testo di Marco in tutta la sua integrità così come lo leggiamo oggi". Infatti, qualcuno potrebbe giurare in buona fede che quelle tre o quattro lettere dell'alfabeto siano un frammento staccato proprio dallo stesso testo di Marco che leggiamo oggi? E' molto più probabile che si tratti di una redazione primitiva, o di una fonte a cui l'autore del nostro Marco greco avrebbe attinto. Di qualsiasi altro documento si sarebbero formulate una ipotesi di questo genere. Anche perché quello è solo un pezzetto grande come un francobollo, con poche sillabe, e non tutto il Vangelo di Marco. Nel quale, tra l'altro, sono state riscontrate alcune differenze (vedi un d [delta] al posto di un t [tau], o la completa assenza delle parole epi thn ghn [epi ten gen], che normalmente appaiono nel testo greco di Marco). E se queste differenze hanno fatto a lungo discutere sulla validità della identificazione col passo Mc 6-52,53, una volta che il problema sia eventualmente risolto con un responso positivo, la discussione non finisce affatto, ma continua sulla questione se il documento fosse proprio il Vangelo di Marco, o una sua fonte, o un Vangelo giudeo-cristiano, o che altro... E' così che si ragiona scientificamente, se non si vuole fare della pura apologia interessata. Qualcuno, infatti, potrebbe affermare seriamente che i testi di Marco e degli altri Vangeli che possediamo oggi siano identici alle redazioni di primo pugno, o ai documenti primitivi che circolavano eventualmente verso gli anni 40-50-60 d.C. fra le comunità cristiane? E poi c'è un'altra cosa molto importante da domandarsi, sui Vangeli giudeo-cristiani ("degli Ebioniti", "dei Nazorei", "degli Ebrei"...), di cui pochi fanno menzione in questa diatriba: è forse calato su di essi un opportunistico velo di omertà? Evidentemente fa più comodo ignorarli, piuttosto che avanzare l'ipotesi che i documenti come il 7q5, invece che essere correlati col Vangelo di Marco che possediamo oggi, siano correlati proprio coi testi giudeo-cristiani. E allora, se vogliamo essere culturalmente onesti, il problema deve essere posto in questi termini: 1 - cos'era quel documento in cui ci sembra di riconoscere la somiglianza con un passo del nostro Vangelo di Marco? [Questo è il primo quesito, che deve sostituire la fanfara superficiale ed opportunistico del tipo "evviva, abbiamo trovato la copia originale del Vangelo di Marco"]. 2 - perché si trovava lì, negli archivi dei Qumraniani? [E questo è il secondo quesito che deve sostituire l'omertà opportunistica con cui si evitano sistematicamente tutte le sue possibili implicazioni] 4 - I VANGELI PRIMITIVI Con l'innocenza di un bimbo addormentato, la maggioranza dei cattolici considera i quattro Vangeli canonici come i documenti unici, veritieri, ispirati, che parlano di Gesù. Li hanno scritti i quattro evangelisti, Marco, Matteo, Luca e Giovanni, che hanno preso la penna, si sono messi al tavolino e, da bravi "ame-ha-aretz", ovverosia da popolani ebrei (almeno per quanto riguarda Matteo e Giovanni; Luca, invece, era un intellettuale), si sarebbero miracolosamente emancipati dalla loro rozza conoscenza dialettale della lingua aramaica e avrebbero cominciato a scrivere in greco dotto, attingendo (è il caso di Giovanni) dalla teoria ellenistica del Logos! E, in questo modo, improvvisatisi biografi e teologi, ci avrebbero raccontato vita, opere e insegnamenti di Gesù. E' veramente un'idea da fotoromanzo, o da fantascienza, quasi un caso da X-files. I credenti non sono molto disposti a prendere in considerazione l'idea, assai più seria, che i testi evangelici possano essere il frutto di una redazione perdurata nel tempo ad opera di tante diverse comunità, nonché di una selezione accurata degli innumerevoli scritti che si sono dati questo titolo, e che hanno contribuito a costruire progressivamente, nei secoli, l'immagine teologica di Gesù Cristo. Preferiscono dimenticare la straordinaria complessità della letteratura paleocristiana e delle comunità da cui essa è stata espressa, e svegliarsi solo quando trovano un francobollo con tre o quattro lettere dell'alfabeto, per gridare felici: "abbiamo trovato il Vangelo di Marco originale...". E, nell'euforia, dimenticano che ciò darebbe adito a pericolose conseguenze. Infatti, visto che siamo in vena di ricostruzioni un po' sbrigative e romanzesche, a questa esclamazione potremmo anche aggiungere : "...scritto di pugno dall'evangelista sotto la dettatura di San Pietro". Al che verrebbe fatto di domandare: "...ma dove? Comodamente seduti al tavolino in una delle sale del monastero esseno di Qumran?" offrendo così una possibilità all'idea che il professor Eisenman abbia ragione nel credere che Qumran fosse la sede dei cristiani-ebrei. Perché no? Dal momento che di frammenti dei testi evangelici, databili all'epoca della Chiesa primitiva di Pietro e di Giacomo, non se ne sono mai trovati, tranne questo, che aveva il suo tranquillo posticino nella biblioteca degli esseni di Qumran. Non sarà certo più ragionevole pensare che Marco abbia scritto il suo Vangelo a Roma (come è sempre stato detto) e che poi una copia del testo sia tornata indietro in Palestina e sia stata casualmente archiviata a Qumran, con spirito quasi "collezionistico", da parte di una setta che coi cristiani non aveva niente a che fare. E' una spiegazione ridicola! E allora ecco tutta la pesante drammaticità del quesito: cosa ci faceva quel frammento evangelico nella biblioteca qumraniana? Ma torniamo al discorso sui Vangeli primitivi. Il fatto è che alcuni Padri della Chiesa (Epifanio, Ireneo, Eusebio di Cesarea, Teodoreto...) nei loro scritti hanno criticato aspramente alcuni Vangeli che, guarda caso, non esistono più (chi li avrà "smarriti"...?) e, nel fare questo, non solo ci hanno informato almeno della loro esistenza ma, nella foga di confutarli, ci hanno detto qualcosa di essi: «...nel Vangelo che essi (gli Ebioniti) usano, detto "secondo Matteo", ma non interamente completo, bensì alterato e mutilato, e che chiamano "ebraico"... hanno tolto la genealogia di Matteo...». (Epifanio, Haer., XXX, 13, 6). «...(gli Ebioniti) seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo e rifiutano l'apostolo Paolo, chiamandolo apostata della legge...». (Ireneo, Adv. Haer., I, 26). «...Gli Ebioniti, pertanto, seguendo unicamente il Vangelo che è secondo Matteo, si affidano solo ad esso e non hanno una conoscenza esatta del Signore...». (Ireneo, Adv. Haer., III, 11). «...costoro pensavano che fossero da rifiutare tutte le lettere dell'apostolo (Paolo), chiamandolo apostata della legge, e servendosi del solo Vangelo detto secondo gli ebrei, tenevano in poco conto tutti gli altri...». (Eusebio di Cesarea, Hist. Eccl., III, 27). «...(I Nazarei) posseggono il Vangelo secondo Matteo, assolutamente integrale, in ebraico, poiché esso è ancora evidentemente conservato da loro come fu originariamente composto, in scrittura ebraica. Ma non so se abbiano soppresso le genealogie da Abramo fino a Gesù...». (Epifanio, Haer. XXIX, 9,4). «...(I Nazarei) accettano unicamente il Vangelo secondo gli Ebrei e chiamano apostata l'apostolo (Paolo)...». (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 1). «...(I Nazarei) hanno usato soltanto il Vangelo secondo Matteo...». (Teodoreto, Haer. Fabul. Comp. II, 2). «...Essi sono Giudei che onorano Cristo come uomo giusto e usano il Vangelo chiamato secondo Pietro...». (idem). Veniamo così a sapere che esisteva una nutrita letteratura paleocristiana, oggi nota con la denominazione "giudeo-cristiana", prodotta da comunità pienamente appartenenti alla fede giudaica e rispettose della legge mosaica, che rifiutavano le idee del sedicente apostolo Paolo e che, al loro tempo, erano chiamate "Ebioniti" e "Nazorei". Il primo dei due termini significa "i poveri", ed è coerente con lo stile di vita frugale della setta Qumraniana, che negava il possesso privato di beni materiali sulla base di una totale condivisione sociale, mentre il secondo termine è lo stesso titolo che accompagna il nome di Gesù nella narrazione evangelica (Iesous o Nazoraios) e che non ha niente a che fare con la città di Nazaret (vedi la questione del termine Nazoraios). In pratica, la letteratura giudeo-cristiana ha tutti i requisiti per essere considerata non solo molto vicina alla cosiddetta Chiesa primitiva degli apostoli Pietro e Giacomo (si pensi alla conflittualità fra Pietro e Paolo, ovverosia fra i cristiani giudaizzanti e quelli ellenisti, che gli Atti degli Apostoli cercano elegantemente di minimizzare presentandola come una diatriba interna al movimento cristiano primitivo), ma essa ha i requisiti per essere considerata anche un'espressione del pensiero esseno e per creare un collegamento, se non una identità, fra la comunità Qumraniana e la Chiesa primitiva degli apostoli giudaizzanti. Un'interpretazione di questo genere è l'unica che possa spiegare ragionevolmente (insieme a tanti altri problemi del cristianesimo primitivo) la misteriosa ed enigmatica presenza di un frammento evangelico a Qumran. Esso non è il Vangelo secondo Marco che leggiamo oggi ma, con estrema probabilità, una delle fonti scomparse da cui hanno attinto liberamente i seguaci della "via paolina" per redigere il Vangelo secondo Marco e gli altri sinottici (Matteo e Luca). Potrebbe addirittura trattarsi di qualcosa di molto simile alla famosa "fonte Q" che alcuni esegeti considerano la fonte degli evangelistii Matteo e Luca. Oserei dire che i cattolici sono molto fortunati per il fatto che il frammento in questione è solo una piccola briciola con poche sillabe o lettere leggibili; infatti, se avessimo potuto visionare il testo integrale di cui 7q5 è un frammento, avremmo fatto scoperte molto illuminanti sulla dinamica reale delle origini evangeliche.
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