| Lettera di un (buon) padre |
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| Vittadini | |||
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di Vittadini Giorgio Ricevo da un lettore un contributo inerente il destino dei neolaureati. Il lettore introduce il tema del rapporto genitori figli, descrivendo la sua esperienza: «Ho due figli. Il primo, appena sposato, lavora in un'importante società. Mentre frequentava le superiori è andato a lavorare all'estero. Dopo il servizio civile, gli ho detto: 'Potresti venire da me a lavorare, ma prima di comandare bisogna imparare ad obbedire. Vai in un'agenzia e poi vediamo'. La seconda, prima di laurearsi, è stata in Erasmus sei mesi e ha fatto due brevi esperienze lavorative all'estero, di cui una in Africa. Si è laureata con il massimo dei voti e speravo che venisse da me a lavorare. Aveva tre possibilità: un lavoro col padre, ma in assoluta autonomia, in giro per il mondo; un lavoro all'estero; lo sviluppo di un progetto in una delle regioni più pericolose al mondo. Ha scelto la terza. L'esperienza che sta vivendo è dura e difficile. Ma è felice. Rispetto alla propria esperienza il lettore espone alcune osservazioni: «Di fronte a un figlio che intende iniziare a lavorare le aspettative sono molteplici. Ma purtroppo si riducono, nella maggioranza dei casi, a tre: un posto sicuro, un buon stipendio e la possibilità di fare carriera. Aspettative sacrosante, intendiamoci, ma che determinano, se assolutizzate, un impoverimento. Si avvilisce quel desiderio grande che c'è nei giovani di un Bene e di un Buono per sé e per il mondo.
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