sussidiario.net

www.valinor.it

www.avsi.org/

www.sensoreligioso.it

logo

Lettera di un (buon) padre Stampa
Vittadini

di Vittadini Giorgio

Ricevo da un lettore un contributo inerente il destino dei neolaureati. Il lettore introduce il tema del rapporto genitori figli, descrivendo la sua esperienza: «Ho due figli. Il primo, appena sposato, lavora in un'importante società. Mentre frequentava le superiori è andato a lavorare all'estero.

Dopo il servizio civile, gli ho detto: 'Potresti venire da me a lavorare, ma prima di comandare bisogna imparare ad obbedire. Vai in un'agenzia e poi vediamo'.

La seconda, prima di laurearsi, è stata in Erasmus sei mesi e ha fatto due brevi esperienze lavorative all'estero, di cui una in Africa. Si è laureata con il massimo dei voti e speravo che venisse da me a lavorare. Aveva tre possibilità: un lavoro col padre, ma in assoluta autonomia, in giro per il mondo; un lavoro all'estero; lo sviluppo di un progetto in una delle regioni più pericolose al mondo.

Ha scelto la terza. L'esperienza che sta vivendo è dura e difficile. Ma è felice.
Io e mia moglie spesso ricordiamo quando da piccoli li mettevamo a letto. E ci venivano alla mente le parole di un prete: 'Quando li guardate pensate: che ne sarà di loro?'. Oggi li vediamo adulti. E ringraziamo Dio di tutto».

Rispetto alla propria esperienza il lettore espone alcune osservazioni: «Di fronte a un figlio che intende iniziare a lavorare le aspettative sono molteplici. Ma purtroppo si riducono, nella maggioranza dei casi, a tre: un posto sicuro, un buon stipendio e la possibilità di fare carriera. Aspettative sacrosante, intendiamoci, ma che determinano, se assolutizzate, un impoverimento. Si avvilisce quel desiderio grande che c'è nei giovani di un Bene e di un Buono per sé e per il mondo.
Noto inoltre un tentativo di protezione nei confronti dei figli che, nel corso di questi anni, è aumentato a dismisura. Erasmus? Ma no, ti pago io un corso in estate. Andare all'estero a fare il cameriere pagandosi gli studi? Ma cosa dici, c'è papà. Un lavoro di consulenza? Ma no, tu devi puntare tutto su un posto a tempo indeterminato. Quanti 'consigli' ho sentito in questi anni. E così si tira su una generazione di gente 'protetta', incapace di rischiare, di lavorare in prospettiva. Tutto e subito: questa la regola. Ma che prima o poi si scontra con la dura realtà della vita».
Non si può che rimanere colpiti da quanto il genitore racconta e trovare molti punti di corrispondenza. C'è qualcosa da aggiungere? Ai lettori l'ultima parola.

 
home search